La gioventù ha bisogno di "maestri" (Prima parte)

Il libro-intervista di Irene Bertoglio a venti saggisti cattolici italiani

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di Luca Marcolivio

ROMA, venerdì, 14 dicembre 2012 (ZENIT.org) – La ventisettenne milanese Irene Bertoglio è una promessa della saggistica cattolica italiana. Imprenditrice no-profit, svolge anche l’attività di grafologa, specializzata nella selezione del personale.

Collaboratrice della rivista Vita e pensiero, edita dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, Bertoglio ha recentemente pubblicato l’e-book Intervista ai maestri – Volume I (Leo Libri, € 9.00). I proventi del libro, acquistabile esclusivamente on line*, saranno destinati all’associazione La Quercia Millenaria onlus.

Tra le personalità intervistate: Giampaolo Barra, Rino Cammilleri, Rodolfo Casadei, Riccardo Cascioli, Carlo Climati, Renato Farina, Alessandro Gnocchi, Massimo Introvigne, Paolo Gulisano, Camillo Langone, Costanza Miriano.

Irene, questa tua ultima pubblicazione, riecheggia nel titolo la tua opera prima: Alla ricerca di veri maestri. Sembrerebbe che a distanza di qualche anno questi maestri li hai trovati...

Irene Bertoglio: Quando ho scritto il mio primo libro ero profondamente immersa nella ricerca di punti di riferimento. Ero e sono ancora decisamente convinta che la nostra è una società in cui l’anarchia educativa svolge un ruolo terribilmente distruttivo per le nuove generazioni. Ho vissuto personalmente questo dramma, delle cui cause potremmo parlare per ore - dal ‘68 alla crisi del pater familias - che ha portato i giovani a trovarsi vittime delle peggiori strumentalizzazioni finalizzate al materialismo e al consumismo. Giovani disorientati e confusi. Quando ho compreso che questa pseudo-cultura mi stava imbrogliando ho voluto mettermi in cammino per cercare dei maestri, delle guide, perché ho avvertito la struggente necessità di poter sentire almeno una voce controcorrente, a cui stesse a cuore il mio destino, in discordanza rispetto ai messaggi che a noi giovani arrivano quotidianamente. Per costituzione sono “corredata” da un’acuta malinconia esistenziale, un’inquietudine interiore e un desiderio ardente di risposte vere. Non volevo rischiare di vivere la vita come trascinata dalla corrente, con una rassegnazione verminosa, con pigrizia, senza pormi degli interrogativi importanti, senza luce, senza progetto. Le ultime generazioni in particolare sono sradicate, senza radici, spesso prive di motivazioni esistenziali; ci sono milioni di persone che vivono senza sapere perché vivono, che non hanno la minima certezza sul significato ultimo del vivere. Io ho cercato dei maestri anche per capire il senso della mia vita. Per vivere per qualcosa di grande.

La parola “maestro”, oltretutto, è piuttosto desueta. Oggigiorno è più “in” parlare di “leader” o di “guru”. Come mai ti affascina questo vocabolo controcorrente?

Irene Bertoglio: Ti ringrazio per questa domanda che mi fa riflettere su una scelta che è stata in realtà per me completamente naturale e spontanea. Il termine leader e quello di guru rimandano a mio parere a un’idea di partito e/o di setta: interessi, tornaconti, secondi fini. Invece, maestro, usato con la minuscola (in quanto l’unico vero Maestro è il Cristo), vuole sottolineare un incontro valorizzante, gratuito, una relazione diretta che rinnova fiducia nella vita. Un vero maestro è colui che incoraggia alla speranza! Nella vita dei maestri non c’è niente a cui essi non attribuiscano un valore; aiutano a riconoscere il proprio destino in una cultura che porta a dubitare che ciascuno abbia un destino. Credo che questa poesia di Luis Cernuda esprime bene questo incontro tra persone alla ricerca del vero: «Voglio solo il mio braccio / sopra un altro braccio amico / e spartire con altri occhi / quello che guardano i miei».

Le tematiche affrontate nelle tue interviste sono molte. Al di là della fede cattolica, qual è il principale denominatore comune dei tuoi maestri, cos’è che li accomuna di più?

Bertoglio: Ho trovato un’idealità familiare tra gli intervistati. Ma se dovessi scegliere tra i tanti punti in comune che ho constatato, racchiuderei tutto nella bellissima parola “Speranza”. La nostra è una società in cui si è persa la speranza; molte leggi o loro tentativi lo testimoniano ampliamente: aborto ed eutanasia sono solo due esempi, ma molto significativi. L’idea che il dolore vada rifiutato ha connotati positivistici e darwiniani. Anche oggi, seguendo l’insegnamento di Darwin a proposito del concetto di casualità, l’uomo moderno crede in una visione casuale della vita. Opposta a questa visione che concepisce la vita come insensata, c’è la posizione di chi crede che la sofferenza abbia un senso: dentro a un dolore c’è la strada misteriosa attraverso cui Dio ti conduce al tuo Destino. Queste persone insegnano che nel seguire il disegno di Dio ci si realizza di più che a fare ciò che si vuole. Esse ci dicono che c’è un gusto nella vita, c’è uno scopo di tutto, un significato, e che il Mistero lo si trova dentro il disegno delle cose. Noi siamo spesso indotti al cinismo perché vediamo il male, eppure qualcosa sfugge alla logica inesorabile del male, un desiderio istintivo di cercare il bene. Siccome però non abbiamo risposte sicure al problema del male, perdiamo fiducia in Dio perché le cose non accadono come le vorremmo noi. I giovani, soprattutto, non sanno collocare il dolore in una prospettiva esistenziale, c’è un’incapacità di dare senso alla sofferenza. Nelle testimonianze che ho raccolto si comprende invece come la vita di queste persone sia tutta giocata su un fidarsi. È anche la posizione di Manzoni che fa dire a Lucia: «Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia dè suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande».

Quello che hai appena pubblicato è il “volume 1” sui maestri. Sei già in grado di anticiparci chi sarà intervistato nel secondo volume? O almeno i contenuti?

Irene Bertoglio: Ho voluto incontrare la sofferenza da vicino attraverso il volto dei sofferenti. Sofferenti, eppure lieti. Ero così curiosa e strabiliata di questa posizione umana così antitetica, così fuori moda e quasi paradossale. Mi chiedevo: come fanno queste persone che soffrono, magari immerse in grandissimi dolori, ad essere nonostante tutto serene? Allora ho raccolto delle testimonianze di persone che hanno avuto, grazie alla loro fede, la forza interiore per affermare una positività ultima. Il valore non è la sofferenza, ma la modalità con cui può essere vissuta. La persona forte accetta il dolore e la malattia perché ha certezze interiori: Gesù dice che la sofferenza è come il travaglio di una donna che deve partorire, è in definitiva una battaglia per la vita!

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[La seconda parte dell'intervista a Irene Bertoglio sarà pubblicata domani, sabato 15 dicembre]