La Lateranense in cammino tra le periferie del mondo

Il lungo viaggio del rettore, mons. Enrico dal Covolo, tra Guam, Perù e Messico

Roma, (Zenit.org) Massimiliano Padula | 533 hits

Tre settimane di incontri, riflessioni, azioni concrete e preghiere. Un tempo lungo, ma proficuo, di dialogo accademico e umano tra educatori e studenti, nel nome di una formazione integrale. È stato, questo, in sintesi, il senso del recente viaggio istituzionale che il Rettore della Pontificia Università Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo, ha compiuto durante il periodo natalizio (19 dicembre 2013 - 11 gennaio 2014). Tre le tappe: una nel Pacifico, la suggestiva isola di Guam, e due in America Latina, Perù e Messico. Guam, arcidiocesi di Agaña, è un’isola nell'oceano Pacifico occidentale. Statutariamente rientra nel territorio degli Stati Uniti d’America e conta circa 160 mila abitanti, l’85% dei quali di religione cattolica. Il rettore dell’Ateneo Lateranense l’ha scelta come prima sosta del suo viaggio.

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Eccellenza, scegliere di visitare Guam significa toccare una cosiddetta “periferia del mondo”. Come mai la scelta di andare tanto lontano?

Mons. dal Covolo: I motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, a Guam ha sede l’Istituto Teologico-Cattolico per l’Oceania dedicato al beato Diego Luis de San Vitores, il padre gesuita che portò, nella seconda metà del 1600, la fede nell’isola. In seconda istanza, per condividere con una comunità lontana dai tradizionali luoghi più comuni della tradizione cristiana, la missione della Lateranense: salvaguardare l’idea autentica di Università, che si propone come luogo del sapere universale. Ma questo non tanto perché in essa ci sono tutte le facoltà possibili e immaginabili, quanto piuttosto perché si tratta di un ambiente accademico realmente aperto alla sintesi filosofico-teologica, attento alle domande fondamentali dell’uomo: chi sono io, perché sono al mondo, che senso ha la vita, c’è un Dio; e se questo Dio c’è, si prende cura di noi? Ecco, le domande caratteristiche di una sintesi maturata a livello filosofico-teologico. Se dovessi, pertanto, definire i due motivi con degli aggettivi, direi che è stata una visita istituzionale da un lato, e pastorale dall’altro.

Da quando regge l’Ateneo del Laterano, lei ha visitato molti paesi. Non solo le due nazioni latine di questo viaggio, ma il Medio Oriente e il Brasile lo scorso anno e vari paese europei. Guam rappresenta davvero una novità. Ci parli di questo paese, ai più sconosciuto.

Mons. dal Covolo: È un paese festoso e aperto, nonostante il recente passato. Durante la Seconda guerra mondiale, infatti, Guam subì lo sterminio dei Giapponesi, dopo l’attacco a Pearl Harbour. Queste terre sono bagnate anche dal sangue di migliaia di soldati americani e nipponici, nel lungo scontro con il quale gli Stati Uniti riconquistarono l’isola. Ciò che ho percepito, al di là della calorosa accoglienza ricevuta dalle autorità, dai media e dalla gente in generale, è stata la straordinaria disponibilità ad accogliere il nostro messaggio educativo. Per questo è urgente trovare le modalità per rendere accessibile la nostra offerta formativa a una fascia sempre più ampia di popolazione dell’Oceania, non solo al clero, che in queste zone registra una continua crescita in termini di numero e di entusiasmo. Per questa straordinaria opportunità di scambio, non posso non ringraziare Anthony Sablan Apuron, l’arcivescovo cappuccino di Agaña.

Dopo Guam è volato in Perù, per poi concludere l’itinerario in Messico. Quali le istantanee più significative di queste due tappe?

Mons. dal Covolo: Il 2 gennaio è stato un giorno importante per le relazioni internazionali della Pontificia Università Lateranense. Alla presenza del Gran Cancelliere dell’Universidad Catolica Sedes Sapientiae, il vescovo di Carabayllo, ho firmato una convenzione che lega i due Atenei. La realtà accademica rappresenta, infatti, un grande valore aggiunto per il Perù, poiché permette l’accesso alla formazione universitaria ai giovani più poveri del paese. Si distingue per le sedi dislocate nelle zone più remote della selva amazzonica, con l’obiettivo di essere al servizio delle popolazioni indigene. In Messico ho fatto tappa a Guadalajara dove ho visitato il seminario più numeroso del mondo affiliato alla nostra Università; il seminario di Toluca e Città del Messico. Nella capitale, indimenticabile la visita alla Basilica di Nostra Signora di Guadalupe nella quale ho celebrato l’Eucarestia e ho potuto venerare l’immagine della Vergine.  

Sud America, da luogo “alla fine del mondo” per usare le Parole di Papa Francesco a terreno fertile di nuova evangelizzazione e inculturazione. A proposito del Papa argentino, intravede una strada nuova per la Chiesa universale?

Mons. dal Covolo: È certo che ogni Papa ha una sua specificità pastorale. In Francesco questo è ancora più evidente grazie al suo entusiasmo contagioso, alla sua voglia di “vivere” tra la gente. Ma non parlerei proprio di discontinuità di contenuti dottrinali bensì di uno stile nuovo fatto di semplicità, trasparenza, immediatezza, misericordia a tutti i livelli. Io credo che Papa Francesco stia realizzando un’operazione di esorcismo sulla Chiesa, che deve uscire dalla proprie paure e dalle proprie chiusure. La gente ha fiducia, e si apre a lui.

In conclusione, riuscirebbe a trovare un’immagine per descrivere questo viaggio?

Mons. dal Covolo: Più che un’immagine scelgo una delle tre virtù teologali: la speranza. A Guam, in Perù e Messico la speranza si incarna nei volti e nelle azioni delle donne e degli uomini che ho avuto il privilegio di incontrare. Nonostante le evidenti difficoltà (ricordo, ad esempio, il degrado e la povertà delle favelas in Perù), ho letto una voglia di riscatto e di futuro, animata dalla fede in Gesù Cristo.