La legge 40 non si tocca? Scenari sulla procreazione assistita

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ROMA, domenica, 26 febbraio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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A più di otto mesi dal referendum sulla procreazione assistita, resta confermata l’opportunità della scelta degli elettori di non recarsi alle urne, per non modificare in senso peggiorativo una legge – la legge 40 – votata a larga maggioranza dal parlamento italiano due anni fa.

Le conferme vengono da vari ambiti. Intanto dal mondo scientifico, che continua a rilevare gli abusi, le anomalie e le incertezze insite nelle tecniche che i referendum volevano estendere e liberalizzare, come la clonazione “terapeutica”, la diagnosi preimplantatoria, la crioconservazione embrionaria, la cancellazione del limite di tre embrioni per ogni trasferimento in utero, la fecondazione eterologa.

Lo ha ricordato nei giorni passati anche il genetista Bruno Dallapiccola, co-presidente dell’associazione Scienza e Vita, commentando la dichiarazione del presidente DS Massimo D’Alema di voler tornare nella nuova legislatura a discutere della legge 40 per modificarla, presumibilmente nella stessa direzione pretesa dal fallito referendum (cfr. R. D’Angelo, Fecondazione assistita, “Avvenire”, 14 febbraio 2006).

Eppure un freno deciso a simili velleità dovrebbe venire, oltre che da elementari riflessioni etiche, da un semplice sguardo ad alcuni fatti occorsi negli ultimi mesi, che smentiscono clamorosamente alcuni dei principali cavalli di battaglia dei referendari.

Uno dei punti su cui più si è acceso il dibattito è stata la ricerca scientifica, e in particolare le prospettive che avrebbe aperto la clonazione cosiddetta terapeutica, cioè quella volta a realizzare un embrione compatibile con il donatore (perché dotato dello stesso DNA) da cui trarre preziose cellule staminali embrionali per futuri usi terapeutici. Il sacrificio di un gemello, anzi di un clone, per avere scorte di cellule “riparatrici” senza rischi di rigetto è un prezzo adeguato, si è detto.

In realtà, è sempre più chiaro che le cellule staminali embrionali non hanno immediate applicazioni terapeutiche, che sono invece già da tempo realtà grazie alle cellule staminali “adulte”, che si possono prelevare senza danni dallo stesso soggetto in qualunque momento. L’esempio più “luminoso” e avanzato di clonazione umana per scopi terapeutici, quello del coreano Hwang Woo-suk, si è rivelata una grande montatura, un’azione gravemente scorretta sia a livello metodologico che nella comunicazione dei risultati, vistosamente “gonfiati”.

D’altra parte, quando si attribuisce fiducia e credibilità a ricercatori che non tengono in alcun conto il fondamentale diritto alla vita degli esseri umani allo stadio embrionale, considerandoli alla stregua di materiale da laboratorio, non ha poi molto senso invocare il rispetto di regole procedurali nel lavoro. Il limite della buona ricerca è infatti già stato infranto all’inizio, con la spietata e indifferente strumentalizzazione della vita umana più indifesa.

Qualcuno ha dichiarato che il referendum di giugno non indica affatto la volontà della gente di non voler cambiare la legge, dal momento che si è trattato di una vittoria dell’astensione, e non dei “no”. È evidente l’intento mistificatorio di una simile affermazione. Il fronte che ha “difeso” la legge ha svolto una campagna massiccia e compatta a favore del “non andare a votare” come risposta più adeguata ad un referendum sbagliato sia nel metodo che nei contenuti (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita. Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi Editore, Casale Monferrato 2005).

In questo senso, astenersi dal voto ha rappresentato, secondo la felice espressione del direttore di “Avvenire” Dino Boffo, un doppio no. Non si può, con ogni evidenza, fingere che tutto questo non sia accaduto e sostenere che l’astensione sia stata una posizione di indifferenza o di ignoranza. E in ogni caso, anche per chi fosse stata questa la motivazione, resta il fatto che i cittadini non hanno manifestato interesse o desiderio a modificare la legge nel senso indicato dai referendari (fr. C Navarini, La scelta del non voto: una grande iniziativa culturale, ZENIT, 20 giugno 2005).

Oltre alle conferme scientifiche, tale posizione viene confermata dal dibattito che è seguito in Italia nei mesi successivi. Il primo e più importante effetto è stata la rinnovata discussione sull’aborto, anche a fronte dei tentativi di introduzione dell’aborto chimico da parte di alcune regioni italiane.

Il dibattito è stato così serio e accesso che ha portato addirittura ad un’indagine sull’applicazione della legge 194/1978, che ha rivelato – prevedibilmente – come le parti più esplicitamente a favore della maternità siano state sistematicamente e drasticamente disattese. Ciò ha portato ad una situazione per certi versi inattesa nella società italiana, ovvero la mobilitazione a denunciare il male dell’aborto in quanto piaga sociale, ammettendo quanto nel corso del tempo una pratica così aberrante sia stata banalizzata, utilizzata con indifferenza, trasformata in un diritto.

La “difesa” della legge 40, dunque, può essere vista simbolicamente come l’inizio di un movimento più vasto a favore della vita umana in tutte le sue fasi, che si è fatto largo nella cultura italiana e che continuerà la sua opera di formazione e di apostolato anche in futuro, appoggiandosi fiduciosa alle chiare indicazioni della Chiesa Cattolica.

Ciò non significa, naturalmente, giustificare la fecondazione artificiale “ben praticata” come modalità accettabile di procreare. Non esiste un modo giusto di effettuare la procreazione assistita, che – almeno nelle forme di fecondazione extra-corporea – lede la bellezza e la dignità dell’unione coniugale e comporta una cosciente e inevitabile perdita di embrioni (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, “Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione – Donum vitae).

Significa semplicemente prendere atto della tendenza, contenuta nella legge 40, a considerare anche il nascituro fra gli attori dell’etica d’inizio vita. L’animo con cui la legge 40 si forma e nasce è diverso rispetto all’accanimento e all’insolenza con cui vengono prevalentemente attaccate le fasi deboli della vita nella società attuale. Inoltre, la legge si modella su criteri di precauzione e di tutela anche relativamente alla salute delle donne e alla stabilità delle famiglie, mostrando di adeguarsi alla ricerca più recente e di avere a cuore il bene comune.

Di fatto, adottare basilari requisiti di buona pratica clinica nelle tecniche di riproduzione assistita va anche a vantaggio di coloro che tali tecniche intendono supportare. Mentre attendiamo i dati del Registro Nazionale PMA, che sarà presentato all’Istituto Superiore di Sanità il 9 marzo (http://www.iss.it/site/registropma/), abbiamo a disposizione le statistiche del 2004 della Società Italiana di Riproduzione, che non rileva una significativa diminuzione nei nati da PMA dopo l’entrata in vigore della legge 40, e abbiamo la relazione al Parlamento del Ministero della Salute, che individua nell’anno 2004 la nascita di 14 nuovi centri di fecondazione.

Il fatto che la discussione sulla legge 40 si sia riaccesa proprio ora, in clima di campagna elettorale per le prossime politiche, è abbastanza ovvio. È significativo tuttavia – almeno per coloro che hanno seguito con interesse e impegno l’azione culturale svolta da cattolici e non cattolici a favore della vita lo scorso anno – che questo aspetto venga alla ribalta, dando l’occasione di precisare che un punto cruciale per valutare una futura azione di governo deve essere una posizione inequivocabilmente espressa a favore della famiglia e della vita innocente dal concepimento alla morte naturale e la sua concreta possibilità di traduzione in adeguati provvedimenti.