La legge naturale esprime la realtà

Riflessioni sull'appello del Papa circa l'unità dei saperi e la conoscenza metafisica

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di Stefano Fontana

ROMA, giovedì, 29 marzo 2012 (ZENIT.org).-E’ sorprendente e già di per sé significativo che Benedetto XVI continui ad insistere sulla legge morale naturale in una cultura che rifiuta il concetto stesso di natura.

Egli ne parla partendo dalla razionalità del creato e dalla constatazione che non siamo frutto del caso o del determinismo. E’ il grande e classico tema ratzingeriano della razionalità della realtà e della razionalità della fede. La legge morale naturale, egli dice, è come la lingua che esprime la realtà1.

Implicitamente sono qui posti due rilevantissimi problemi: quello della conoscenza metafisica in primo luogo e quello dell’unità del sapere in secondo luogo.

Vedere la realtà come un insieme di forme piuttosto che come una successione di fenomeni deterministici significa assumere uno sguardo metafisico. La fede cristiana non può stare senza metafisica, non fosse altro perché, come ricordava Gilson, senza metafisica il mondo non può risultare come contingente2. Lo sguardo metafisico comporta che l’uomo non sia mai completamente immerso dentro la domanda che egli si fa. Come sappiamo, invece, le tre modalità principali in cui si è sviluppato il pensiero moderno, ossia lo storicismo, il positivismo e l’esistenzialismo, sostengono da punti di vista diversi che l’uomo fa parte del contesto sul quale si interroga e quindi non può accedere ad una verità avente carattere di assoluta novità. L’irruzione del vero non è possibile. C’è come un a-priori che ci condiziona sia nel nostro domandare sia nel nostro trovare risposte alle nostre domande. Siamo contestualizzati per natura e siamo costruttivisti per destino. Lo slancio metafisico, invece, è proprio la possibilità della ragione umana di essere liberata dal contesto, accedendo ad una verità non prodotta e indisponibile. La verità, allora, come dice Benedetto XVI nella Caritas in veritate, è un dono3. La legge morale naturale sparisce perché sparisce lo sguardo metafisico sulla realtà. Questa della metafisica è una grande preoccupazione di Benedetto XVI.

Ad essa è collegato il tema dell’unità del sapere, uno degli argomenti, e non il meno importante, della famosa lezione di Regensburg: l’università ha perso l’unità del sapere e, quindi, non è più una università. Il tema aveva trovato una notevole espressione in un’opera del Cardinale Newman4. Non si circoscrive però alla università, ma riguarda la conoscenza in generale e la sapienza in particolare. Lo sguardo metafisico, di cui abbiamo parlato, richiede uno sguardo secondo il tutto, e questo sguardo secondo il tutto fonda l’unità del sapere. Senza metafisica non c’è unità del sapere. La legge morale naturale sparisce non solo perché manca lo slancio metafisico del pensiero e non riusciamo più a vedere la dimensione non empirica della realtà, ma anche perché, in assenza dell’unità del sapere, la realtà non ci si mostra come un tutto. Non ci fa, quindi, nessun discorso perché il discorso, per essere tale, deve essere sensato e il senso non appartiene mai alle parti ma al tutto. Capita così che la realtà rimanga muta, mentre invece la legge morale naturale, come abbiamo visto sopra, è la lingua con cui la realtà si esprime.

La questione di fondo, a questo proposito, è se la visione della realtà come un tutto che ci parla sia recuperabile da parte della sola ragione naturale o no. Come si vede, è la stessa questione di cui ci siamo occupati sopra a proposito della capacità della natura di riprendersi da se stessa. Potremmo anche porre la questione così: il venir meno della ragione metafisica ha certamente causato la secolarizzazione del cristianesimo in quanto l’accesso al trascendente è possibile concettualmente solo tramite la metafisica. Però è vero anche il contrario, ossia che la secolarizzazione della fede ha permesso un ripiegamento della ragione metafisica e una rinuncia al suo slancio. Siamo così di fronte ad una situazione nuova: dovrà essere la fede cristiana a porsi come obiettivo di rilanciare la ragione metafisica e l’unità del sapere. La ragione naturale da sola non ce la farà, è troppo annichilita. Spetta ai pensatori cristiani farlo e per questo motivo è tanto più desolante constatare lo scarso impegno in questo senso delle università cattoliche.

Per la Dottrina sociale della Chiesa ne derivano conseguenze molto importanti. La secolarizzazione del cristianesimo ha comportato la sostituzione della metafisica con le scienze sociali. Il riferimento esclusivo alle scienze sociali ha comportato la secolarizzazione della Dottrina sociale della Chiesa. Molti temi della Dottrina sociale - persona, famiglia, bene comune, sviluppo - possono venire compresi solo con uno spessore metafisico che ne amplia il significato anche in senso trascendente, ed è giocoforza che vengano privati del loro spessore se staccati da questa loro dimensione. Spesso la Dottrina sociale della Chiesa viene intesa come uno strumento con cui inseguire la fenomenologia sociale e partecipare al dibattito del mondo e non si comprende a sufficienza come dietro scelte operative apparentemente condivisibili si nascondano visioni metafisiche non accettabili dalla fede cattolica. Se le rivendicazioni ecologiste, quelle per l’emancipazione femminile, la lotta contro l’Aids vengono staccate da una corretta visione metafisica diventano ideologiche. Ho fatto tre esempi nei quali si riscontrano gli equivoci e gli errori della confusione dovuta alla perdita dell’approccio metafisico ai problemi della cultura cattolica.

Le due preoccupazioni di Benedetto XVI che ho evidenziato convergono nel dire che è solo la fede cristiana ad avere la possibilità di risvegliare quanto in altri tempi era in qualche modo garantito e che oggi non lo è più. La nuova evangelizzazione deve senz’altro tenere conto di questa enorme novità di contesto, anche nel dialogo con i non credenti e nelle iniziative del cosiddetto Cortile dei Gentili.

Quando l’ambito delle questioni mondane, che solitamente vengono affidare alla ragione, si staccano da Dio per conseguire la propria autonomia si pongono non già in un ambito di neutralità rispetto a Dio, ma in un ambito di opposizione a Dio5. In altri termini, lo staccarsi da Dio di ambiti di vita umana comporta che essi si costruiscano senza Dio e costruirsi senza Dio significa costruirsi contro Dio. Infatti, se la logica della costruzione non è in qualche modo riconducibile a Dio, pur nella sua legittima autonomia di metodi e linguaggio, essa di fatto espunge da sé la prospettiva di Dio e si costruisce come se Dio non fosse, che non è un modo neutro di costruirsi, ma un modo di costruirsi senza Dio.

Benedetto XVI ripete spesso questo concetto. Lo ha fatto per esempio a Sidney, alla Giornata mondiale della Gioventù, il 17 luglio 2008, quando ha detto: «Vi sono molti, oggi, i quali pretendono che Dio debba essere lasciato “in panchina” e che la religione e la fede, per quanto accettabili sul piano individuale, debbano essere o escluse dalla vita pubblica o utilizzate solo per perseguire limitati scopi pragmatici. Questa visione secolarizzata tenta di spiegare la vita umana e di plasmare la società con pochi riferimenti o con nessun riferimento al Creatore. Si presenta come una forza neutrale, imparziale e rispettosa di ciascuno. In realtà, come ogni ideologia, il secolarismo impone una visione globale. Se Dio è irrilevante nella vita pubblica, allora la società potrà essere plasmata secondo un’immagine priva di Dio. Ma quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a svanire».

Nell’epoca moderna, come abbiamo visto precedentemente, per la prima volta una cultura ha preteso di scindere i propri rapporti con la religione. Così facendo, però, si è posta non su un piano di neutralità, ma su un piano di concreto antagonismo, perché senza il riferimento a Dio la società viene plasmata contro lo stesso ordine naturale e la capacità della ragione di cogliere il vero e il bene, la capacità che abbiamo chiamato metafisica, comincia a svanire. L’ordine etico naturale è sì autonomo da quello ecclesiastico, ma non lo è da quello religioso. La politica è direttamente connessa con l’ordine etico naturale, ma indirettamente lo è anche con l’ordine religioso. Questo perché l’ordine etico naturale ha la capacità di essere autonomo ma non di autofondarsi né di reggersi.

Questo discorso trova conferma su un altro piano degli insegnamenti di Benedetto XVI. Egli afferma che quando la ragione umana si stacca dal suo rapporto vitale con la fede diventa positivismo6. Con la parola positivismo egli indica una ragione che si limita a constatare l’empirico. Si tratta di una ragione neutra? Assolutamente no, in quanto essa elimina lo spirituale e quindi esprime una filosofia materialista. Quando la ragione sceglie di limitarsi all’empirico, non per ciò essa può dirsi empirica, ma deve dirsi una ragione materialista. Ora, il materialismo non è una filosofia neutra, ma una filosofia con una sua assolutezza, però contraria a Dio. Quasi una religiosità antireligiosa. Quando la ragione moderna rifiuta Dio come assoluto, non è che si collochi in una situazione neutra da assoluti, ma fa di questa sua posizione un nuovo assoluto7.

Per questi stessi motivi non si può pensare al mondo come ambito neutro rispetto alla religione e alla fede. Il mondo ha sì una sua autonomia ma non è capace di autofondare il proprio senso né di autosalvarsi.

Le conseguenze per la Dottrina sociale della Chiesa di queste preoccupazioni del Papa sono ancora una volta di enorme rilevanza. La Dottrina sociale della Chiesa è, come si sa, l’interfaccia della Chiesa con il mondo, con l’ordine naturale. L’ordine naturale non può muoversi solo secondo se stesso senza annichilirsi. L’ordine civile non può fare a meno dell’influsso del cristianesimo. Man mano che questo influsso viene meno si verifica anche l’allontanamento dall’ordine naturale. Il mondo non può essere libero se non accettando il rapporto necessario e non semplicemente utile con il cristianesimo8. Senza la luce della fede non è possibile che la ragione ragioni.

Ho proposto in queste pagine un problema che mi sembra centrale nella vita della Chiesa oggi e nelle preoccupazioni del Papa. In una società postnaturale, nella quale la persona umana è denaturalizzata e riplasmata artificialmente ed astrattamente, la proposta cristiana non può più presupporre un tessuto umano a cui fare il proprio annuncio. Il naturale e il soprannaturale non possono più – ammesso che lo fossero prima – essere visti come “successivi”. La nuova situazione mette a nudo l’impossibilità che l’ordine naturale permanga nel venire meno della fede cristiana e quindi la necessità che esso venga ricostituito a partire dalla fede cristiana. Occorre ricentrarsi sul primato di Dio nella costruzione dell’ordine civile. Questa situazione pone a coloro che si occupano di Dottrina sociale della Chiesa un compito nuovo e radicale, che finora, quando ancora si facevano sentire, seppure illanguidite, le conseguenze del precedente ordine naturale e cristiano, non era emerso nella sua inequivocabile pressione. Questo nuovo compito consiste nel non ridursi a presentare la Dottrina sociale della Chiesa come incentrata sull’uomo e sul suo benessere terreno, ma viverla incentrata, come essa è se viene depurata dalle troppe letture orizzontali, su Dio e sulla sua gloria, perché solo tornando alla centralità di Dio anche per la costruzione della città terrena sarà possibile cercare di restaurare l’ordine naturale della convivenza umana e rimarginare una umanità negata nella sua stessa essenza.

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1 Lo ha detto nel Discorso ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti il 19 gennaio 2012.

2 La metafisica è la scienza «che i greci hanno fondato, di cui essi hanno chiaramente conosciuto la necessità, e che la filosofia cristiana non lascerà mai perire, perché essa è la prima e l’unica per la quale l’esistenza stessa degli esseri sia risultata, e risulti, ancora come contingente» (É. Gilson, Il realismo metodo della filosofia cit., pp. 112-113).

3L’enciclica ne parla in più punti, ma soprattutto nel capitolo terzo.

4Secondo Alasdair MacIntyre, il cardinale Newman riteneva impossibile l’unità del sapere nelle università senza la teologia (Cf “Vita e Pensiero” n.  4, luglio-agosto 2010, pp. 22-33).

5 Ho criticato la tesi di una laicità debole e una laicità forte in: S. Fontana, La scuola italiana e la laicità epistemologica, in G. Quagliariello (a cura di), Educazione e Libertà, Cantagalli, Siena 2009, pp. 127-132; Id, Laicità debole e laicità forte, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” IV (2008) 4, pp. 130-131.

6 Può essere interessante notare che su questo punto il pensiero di Joseph Ratzinger concorda con quello di Augusto Del Noce: «Quando si pensa una filosofia separata, inclinarla verso il positivismo diventa una necessità, perché il positivismo è appunto una filosofia che si pensa separata dalla teologia» (A. Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea. Leone XIII Paolo VI Giovanni Paolo II, a cura diL. Santorsola, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 79).

7 G. Crepaldi, Alcune note sulla laicità secondo Benedetto XVI, in Id., Dio o gli dèi. Dottrina sociale della Chiesa: percorsi, Cantagalli, Siena 2008, pp. 65-80.

8 «Ben lungi dal sopprimere l’autonomia di un qualsiasi ordine inferiore, la sua subordinazione gerarchica consegue l’effetto di fondarlo, di portarlo a perfezione, in breve, di garantirne l’integrità e di mantenerlo. La natura informata dalla grazia é più perfettamente natura. La ragione naturale illuminata dalla fede diventa più integralmente ragionevole. Accettando la giurisdizione spirituale e religiosa della Chiesa, l’ordine sociale e politico si fa più felice e più saggio sul piano temporale» (E. Gilson, Le metamorfosi della Città di Dio, Cantagalli, Siena 2010, p. 183).