"La Leggenda del Piave": un autore da leggenda

La storia di un grande italiano

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di Fabio Trevisan

ROMA, sabato, 26 maggio 2012 (ZENIT.org).- Molti non sanno chi si cela dietro lo pseudonimo di E. A. Mario, autore di quello che sarebbe dovuto diventare l’inno italiano, ovvero della celeberrima “Leggenda del Piave”.

Molti non sanno che il generale Armando Diaz, durante la prima guerra mondiale, inviò un telegramma al suo illustre concittadino Giovanni Ermete Gaeta (1884-1961), vero autore della “Leggenda del Piave”, con il quale celebrava quella canzone e quelle parole che, secondo l’espressione di Diaz, valevano più di un generale.

Due napoletani (Diaz e Gaeta) che hanno reso celebre il Piave, un fiume-simbolo che ha tenuto insieme un’Italia unita dai soldati del Sud e da quelli del Nord.

Anche la città di Trieste è debitrice a questo straordinario artista partenopeo (E. A. Mario) che, il 25 novembre 1921, invitato dal Re d’Italia a Palazzo Reale, ebbe a dire molto modestamente e nobilmente: “Io non rappresento che la canzone di Napoli, non sono che un’espressione del sentimento popolare: non ho fatto altro che trascrivere, fermandola in note musicali, l’onda fervida di un sentimento palpitante nell’aria”.

Re Vittorio Emanuele III volle conoscere quell’autore da leggenda, la cui musica accompagnò la salma non identificata di un caduto durante la Grande Guerra, un milite ignoto, che nel 1921 fu sepolto nell’Altare della Patria a Roma.

La canzone del Piave fu scritta di getto da Giovannino Gaeta che, nella sola notte del 23 giugno 1918, la appuntò su un modulo di telegramma (egli lavorava alle Poste). E. A. Mario richiedeva infatti alla Direzione delle Poste il permesso di viaggiare (come ricorda la figlia Bruna Catalano Gaeta nel suo libro, edito da Liguori, “E. A. Mario, leggenda e storia”) negli “Ambulanti” attaccati alle tradotte per poter portare la posta in prima linea e per poter esaudire le richieste di canzoni fattegli dagli amici soldati al fronte. Non era nuovo a queste iniziative E. A. Mario: già nel 1915, con il suo inseparabile mandolino, intonava canzoni con i fanti, che lo accoglievano con commovente gioia. Essi poterono cantare così le canzoni del poeta e musicista napoletano, come: “Marcia ‘e notte”,

Commoventi e delicatamente poetiche le parole scritte nella canzone: “Quann’’o suldato all’alba se scetaje se n’addunaje ca ‘a vecchia era restata ncopp’’a ‘nu scanno, pe’ tutt’a’a nuttata … e o’ paveriello se murtificaje…”.

Alla richiesta di spiegazione del soldato del motivo di tale incredibile accoglienza, ecco le parole della vecchia contadina restituite dalla nobile arte popolare di E. A. Mario: “No, tu non si ‘nu stranio, sì suldato, e figliemo è suldato comm’a te!”.

Un altro capolavoro di E. A. Mario fu la trascrizione musicale di una lirica (“Madonnina blu”) del poeta e librettista veronese Renato Simoni (1875-1952), nella quale il poeta e musicista napoletano, con le parole della figlia Bruna, rivestì di note sublimi la commossa invocazione di Papa Sarto (San Pio X) che scende dal Cielo per pregare in ginocchio la Madonnina del Piave.

Splendida l’interpretazione di questa lirica che la figlia ha raccolto dalla viva voce del padre (Mario era anche un pregevole cantante) in un cd allegato al libro sopra menzionato. Nell’imponente volume di Carmelo Pittari: “La storia della canzone napoletana” (Baldini Castoldi Dalai editore) un’intera sezione è dedicata a E. A. Mario, non solo, ovviamente per la Leggenda del Piave, che avrebbe dovuto essere elevata quale inno nazionale, ma alle oltre 2000 canzoni che compose, oltre alle pregevoli raccolte di versi in lingua italiana e in dialetto napoletano.

Parlavamo di Trieste, città che è presente in diverse composizioni dell’illustre poeta partenopeo, come nella Serenata all’Imperatore, ironica e profonda risposta agli sbeffeggiamenti ricevuti dalla stampa tedesca nel 1915 nei confronti dei “briganti delle Calabrie”, “mafiosi della Sicilia” e dei posteggiatori di Napoli” (come titolavano i giornali di allora).

Ecco cosa scriveva E. A. Mario: “Maestà, venimmo a Vienna, venimmo cu chitarre e manduline … tutt’’è pustiggiature ca stanno pe’ Pusilleco e ‘ncittà … e ‘o ritornello fa: Mio caro imperatore, primma ca muore, ‘a vide ‘a nuvità: ll’Italia trase a Trieste ce trase e hadda restà!”.

L’Associazione culturale “Amici del Caffè Gambrinus” di Trieste non si è dimenticata di Giovanni Ermete Gaeta di Napoli ed ha voluto ricordare, anche nel non lontano novembre 2002, i soldati e bersaglieri italiani (ritratti nei versi di E. A. Mario) che il 3 novembre 1918 portarono il tricolore a Trieste, intitolando una targa viaria al musicista napoletano (Largo E. A. Mario).

Quel 3 novembre, festività di S. Giusto, al quale il poeta dedicò un inno (“Inno a S. Giusto”) che la figlia Bruna, valente musicista, eseguì proprio a Trieste al pianoforte per sottolineare l’amore del padre per la città giuliana. Precedentemente, nel novembre 1954, l’allora sindaco triestino Gianni Bartoli, invitò E. A. Mario a Trieste dove, nella Piazza dell’Unità d’Italia, la banda intonò la Leggenda del Piave e dove l’autore, secondo le cronache di allora, fu portato in trionfo dalla folla plaudente e pianse di gioia nel risentire quei luoghi cari che gliel’avevano ispirata, come nei versi che attestano la vittoria finale: Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento, e la Vittoria sciolse le ali al vento.

C’è una registrazione della Leggenda del Piave (datata 1931 e racchiusa nel cd allegato al libro della figlia Bruna) cantata dallo stesso E. A. Mario con vibrante e toccante intensità, che lascia trasparire l’impeto caldo e generoso di questo grande artista, restìo agli onori e davvero col cuore distaccato dal denaro. Un episodio: quando il Ministro della Guerra, Vittorio Zupelli (1859-1945), istriano, offrì a E. A. Mario, a nome del re, una croce di cavaliere, il poeta rispose: “Eccellenza, perché volete far portare il peso di una croce proprio a me?”.

Della Leggenda del Piave rinunciò ai diritti d’autore sulla canzone e nel novembre 1941 donò le medaglie d’oro ricevute come riconoscimento per la canzone dai comuni del Piave e da associazioni di combattenti, come oro alla Patria; Patria che tanto e sinceramente amò.

E. A. Mario fu anche il cantore degli emigranti, ovvero di coloro che dovettero espatriare e che soffrirono per il viaggio e per la lontananza, come li ritrasse in versi e musica nell’impareggiabile Santa Lucia luntana, cantata ancora adesso in tutti i teatri del mondo e divenuta giustamente l’inno degli emigranti. Questo “fenomeno della letteratura napoletana di tutti i tempi sprizzò poesia e musica da tutti i pori” (come qualcuno l’ha giustamente recensito), narrando della sua infanzia povera quando si ritrovò tra le mani di un cliente nella barberia del padre un mandolino. Da autodidatta divenne un autentico maestro di musica e poesia, appassionato ed avido lettore, autentico e commovente cantore popolare nel senso privilegiato del termine.

Nel suo libro: “’A storia d’ ‘o core” il poeta scrisse: “Non son troppi quelli che riescono a ritrovare se stessi: pochi ci riescono per qualche momento e lasciano trascorrere questo momento nel guardarsi stupiti faccia a faccia con la propria anima; pochissimi, infine, ne profittano per dare la stura a un dialogo intimo: pochissimi e fortunati”. Con una curiosa e originale prodezza letteraria, così narra ancora il poeta: “Fortunato sono anch’io stavolta, perché ho intervistato me stesso con la massima disinvoltura …”. Ed ecco prorompere ironicamente Giovanni Ermete Gaeta che intervista E. A. Mario, cioè se stesso: “Sei tu E. A. Mario ?”.

Come brillantemente lo ha descritto la figlia Bruna, E. A. Mario fu un uomo nato dal popolo, con un privilegio naturale d’intelligenza e di arte, che ha lottato per istruirsi e per farsi un posto nella società, senza togliere niente a nessuno, anzi donando generosamente quel che poteva dare … una persona leale che mai si valse di situazioni che – se avesse voluto – gli avrebbero fruttato ricchezze a non finire!”.

Nella splendida Comme se canta a Napule del 1911, interpretata magistralmente dal tenore leggero Gennaro Pasquariello, E. A. Mario riassume il senso profondo della sua grande filosofia di vita, indicando che non si canta per fare denari ma piuttosto per celebrare la speranza, l’amore e gli incantevoli e suggestivi luoghi della memoria.

In questa sua integrità e sincera coerenza sta forse uno degli episodi più spiacevoli della sua vita, quando a Roma venne invitato dal celebre statista Alcide De Gasperi che, conosciuta la fama della Leggenda del Piave, pensava che E. A. Mario avrebbe potuto comporre l’inno per la Democrazia Cristiana. Il poeta e musicista partenopeo rispose all’illustre statista con gentilezza ma con rigore: “Eccellenza, io le canzoni non le scrivo su commissione, ma per ispirazione e con il cuore”.

Quanti avrebbero ceduto alle lusinghe di un uomo politico così importante, che avrebbe magari caldeggiato, con tutte le conseguenze, la Leggenda del Piave quale unico inno d’Italia ?

Tanti ma non Giovanni Ermete Gaeta, E. A. Mario, che in: “Atto ‘e nascita”, un gustoso sonetto, così rammentava (e non rinnegava)le proprie origini: “So nato ‘a Vicaria, nun già a Tuledo – e pe’ mme fa … no cchiù ‘e duje genitore: na mamma troppo semplice e gnurante, nu pate troppo onesto e buono ‘e core”. E. A. Mario: un grande artista, un grande uomo da conoscere ed amare.