La libera impresa è il peggior nemico della povertà

Intervista a Samuel Gregg, Direttore di ricerca dell’Acton Institute

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ROMA, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- I cristiani hanno un dovere non negoziabile di andare incontro alle necessità economiche dei bisognosi, ma talvolta si dimostrano carenti nel comprendere quali misure siano più efficaci nella riduzione della povertà. Ne è convinto il Direttore di ricerca dell’Acton Institute, il prof. Samuel Gregg.



Il prof.Gregg sarà tra i relatori della prossima conferenza organizzata dall’Istituto Acton, dal titolo “Libera impresa, povertà e crisi finanziaria”, che sarà ospitata dalla Pontificia Università della Santa Croce, giovedì, 3 dicembre prossimo, a Roma.
 
ZENIT ha parlato con il prof. Gregg dei temi che verranno affrontati alla conferenza.

In un mondo che vive nell’abbondanza, l’esistenza di una povertà diffusa in gran parte del mondo rappresenta uno scandalo, soprattutto per i cattolici. Eppure sembra che tutti parlino della povertà. Quale apporto darà questa conferenza ad un dibattito già molto intenso?

Gregg: È una discussione a più voci, eppure colpisce come gran parte delle affermazioni siano alquanto superficiali. Per esempio, per decenni ci è stato detto che l’aiuto allo sviluppo e le altre forme redistributive sono la soluzione alla povertà. Eppure i dati sono piuttosto inequivocabili nel dimostrare che questo non è vero e che questi interventi non producono un cambiamento sistemico. Anzi, spesso aggravano le difficoltà. Un altro problema è che gran parte dell’economia dello sviluppo è sottesa da ideologie profondamente materialistiche e da antropologie deformate. Ma noi sappiamo che la riduzione della povertà è solo in parte una questione economica e materiale. Essa ha anche dimensioni, morali, spirituali, giuridiche, culturali e istituzionali.

La cosa paradossale è che noi conosciamo già i segreti per ottenere una riduzione della povertà. Uno tra i più importanti è che non è possibile ridurre la povertà senza creare ricchezza, e che la creazione della ricchezza avviene in alcuni contesti culturali e istituzionale e non in altri.

Questa conferenza cercherà quindi di aprire nuove prospettive alla questione della riduzione della povertà, per andare oltre i cliché delle molte campagne di aiuto ai poveri, promosse da vip e celebrità, e per promuovere un’autentica discussione all’interno della Chiesa su cosa sia veramente necessario se si vuole aiutare milioni di persone ad emergere da condizioni materiali spaventose.

Uomini d’affari, commercianti e imprenditori hanno un ruolo fondamentale – anzi, indispensabile – da svolgere: non solo attraverso la loro generosità, ma anche attraverso ciò che essi sanno fare – ovvero creare ricchezza – e orientando gli altri a conoscere le condizioni che consentono all’economia di creare ricchezza, occupazione e livelli più elevati di qualità della vita per tutti.

Questa conferenza è la prima di sette conferenze che l’Acton Institute organizzerà in tutto il mondo nell’arco dei prossimi due anni, al fine di promuovere una discussione più efficace sulla riduzione della povertà e di contribuire con idee e approfondimenti coerenti con la verità sull’uomo proclamata dalla Chiesa.

È per questo che la serie di conferenze è intitolata “Poverty, Entrepreneurship, and Integral Development”. Come ci ha ricordato Benedetto XVI nella sua Caritas in veritate, ogni sviluppo che sia veramente umano deve considerare ogni aspetto dell’uomo e non solo la sua dimensione materiale.

Il titolo della prima conferenza si riferisce espressamente alla crisi finanziaria. In che modo la crisi finanziaria ha inciso sulla visione, all’interno e all’esterno della Chiesa, del problema della povertà? 
 
Gregg: Da una parte ha confuso ulteriormente il pensiero su questo tema, perché il crollo del mondo finanziario in tutto il globo non ha cambiato i fatti essenziali relativi alle cause e alle soluzioni di lungo termine della povertà. Ma in termini concreti ha anche reso più difficile il cammino verso la prosperità economica per le economie in via di sviluppo e per quelle in transizione. Anzitutto, la crisi ha fortemente ridotto l’ammontare di capitale privato delle nazioni sviluppate destinato agli investimenti esteri. Inoltre, ha promosso una certa chiusura e “insularità” da parte delle nazioni sviluppate che, per motivi comprensibili, sono ora più orientate a risolvere i propri problemi economici.

Direi poi che la crisi finanziaria ha aumentato la propensione dei Paesi sviluppati ad adottare politiche economiche destinate, a lungo termine, a danneggiare le economie in via di sviluppo e in transizione. Un esempio di questo è l’ondata di protezionismo che rischia di estromettere i Paesi in via di sviluppo da alcuni mercati globali. Questo non è solo un rischio economico, ma direi che è anche un atteggiamento moralmente discutibile.

Qual è, dal suo punto di vista, il contributo specifico che i cattolici possono dare al dibattito sulla riduzione della povertà?
 
Gregg: Anzitutto, l’universalità della Chiesa cattolica e la sua presenza in ogni parte del mondo consente di unire persone provenienti da diverse estrazioni, esperienze, nazionalità, e allo stesso tempo di discutere un tema complesso come quello della povertà da una condivisa e ricca visione della persona umana. La prossima conferenza, per esempio, riunirà accademici, imprenditori e legislatori provenienti dall’Europa, dall’Estremo Oriente, dall’Africa e dall’America latina. Queste persone, nella loro diversità, saranno accomunate da forti elementi derivanti dal medesimo impegno nei confronti delle verità sull’uomo proclamate dalla Chiesa.

In secondo luogo, i cattolici sono spesso portatori di una capacità di comprendere certi elementi chiave per la riduzione della povertà, che è spesso più ricca delle idee articolate, per esempio, da laicisti convinti. Un vero materialista ha difficoltà a parlare del commercio e dell’impresa in termini non utilitaristici. L’utilitarismo – in qualunque sua forma – si dimostra, in definitiva, essere una posizione filosoficamente incoerente. D’altra parte, la Chiesa può affrontare le stesse realtà, sottolineando il fatto che i motori vitali della creazione della ricchezza, come l’impresa e il commercio, non funzionano se non sono permeati da certe virtù. Giovanni Paolo II lo aveva ricordato chiaramente nella sua enciclica Centesimus annus del 1991. Inoltre, la Chiesa è in grado di illuminare queste manifestazioni della creatività umana con un senso teologico e morale, sottolineandone così la valenza e l’importanza trascendente.

Quali sono, secondo lei, i principali ostacoli alla riduzione della povertà, e cosa possono fare i cattolici per rimuoverli? 
 
Gregg: Sebbene il mio lavoro si concentri primariamente sul campo della politica economica, ritengo che i principali ostacoli alla riduzione della povertà non siano di carattere economico. Alla base di sistemi economici distorti, c’è una visione distorta della persona umana, che a sua volta si traduce in culture e istituzioni che contribuiscono a perpetuare la povertà. Se si ritiene che il cambiamento avvenga principalmente attraverso un cambiamento delle strutture economiche, allora non si è molto lontani dall’impostazione di Karl Marx sullo sviluppo della società – e Marx ha dimostrato di essersi sbagliato su quasi tutto. Certamente esistono forti impedimenti economici alla riduzione della povertà. Tra questi vi sono: politiche protezionistiche, strutture di un’economia pianificata, pressioni fiscali soffocanti, carenze di incentivi all’imprenditorialità e alla competitività. Gli effetti di queste politiche, tuttavia, sono amplificati dai problemi della corruzione, da un’arroganza che crede di poter giocare con l’economia come se si trattasse di un affare proprio, da una mancanza di tutela della legalità e dei diritti di proprietà, dall’idea che la politica sia la soluzione a tutti i problemi. Per non parlare degli ostacoli creati da quei politici con il celato interesse del mantenimento dello status quo.

Se questo è vero, allora forse il più importante contributo dei cattolici può essere quello di indirizzare il dibattito sulle cause extra-economiche della povertà. Un modo per ottenere questo potrebbe essere quello di esaminare ogni proposta diretta alla riduzione della povertà dal punto di vista di ciò che la fede e la ragione ci indicano come verità sull’essere umano – un essere individuale, sociale, peccatore, creativo, intelligente – e di chiederci se la proposta tiene conto della piena verità sull’uomo. In questo modo è possibile identificare le politiche che potrebbero essere fallimentari. Una politica che sminuisce la realtà del peccato, per esempio, potrebbe avere una visione troppo utopistica. Una politica che ignora il fatto che la più grande risorsa umana è l’uomo stesso e il suo dono della ragione, rischia di concentrarsi eccessivamente sugli aspetti redistributivi o peggio ancora di accogliere l’ideologia del controllo demografico, contraria alla vita, e che la Chiesa cattolica ha così fermamente contrastato.

Quali sono le sue speranze per questa conferenza e per le altre sei che seguiranno?
 
Gregg: A breve termine, spero che questa conferenza e quelle successive possano aprire nuovi orizzonti ai cattolici, soprattutto a quelli che occupano posizioni di responsabilità, ma anche a quei laici che si trovano a poter influenzare il dibattito sulla povertà nell’ambito del mondo economico, delle università, dei media e della politica. Per troppo tempo la discussione su questi temi è stata riservata ai “professionisti della povertà”, dentro e fuori la Chiesa.

A più lungo termine, la nostra ambizione è di contribuire a riorientare il più ampio dibattito sulla povertà, dagli schemi spesso sterili e prevedibili in cui spesso cade, per indirizzarlo verso scelte spesso difficili che devono essere prese se si vuole ridurre la povertà in modo duraturo. Queste “scelte difficili” sono per esempio quella di scrollarsi dalle politiche protezionistiche che i Paesi sviluppati sono spesso portati ad adottare su pressione dei poteri forti e che producono danni economici notevoli alle nazioni in via di sviluppo. Un altro esempio è quello dei Paesi in via di sviluppo che riconoscano che – in buona parte – il loro destino sta nelle loro stesse mani e che non possono sempre dare la colpa dei loro problemi al mondo sviluppato, e che devono essere – come hanno sottolineato Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e Paolo VI – protagonisti del proprio sviluppo.

Cristo ci ricorda che i poveri saranno sempre con noi. Ma la triste esperienza ci insegna che gli schemi utopistici portano sempre a un vicolo cieco. Nessuna di queste verità dispensa i cattolici da una chiara riflessione su come ridurre la povertà e da una conseguente azione, in qualunque circostanza si trovino, per rendere la vita umana, più umana per tutti.