"La libertà religiosa ha una dimensione sociale e politica indispensabile per la pace"

Al Palazzo Presidenziale di Baadba, l'incontro di Benedetto XVI con le autorità politiche e religiose libanesi

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di Luca Marcolivio

BEIRUT, sabato, 15 settembre 2012 (ZENIT.org) – Nel secondo giorno della sua visita pastorale in Libano, papa Benedetto XVI ha trascorso buona parte della mattinata presso il Palazzo Presidenziale di Baadba, dove ha incontrato le principali autorità politiche e religiose del paese.

In primo luogo, in due momenti distinti, nel Salone degli Ambasciatori del Palazzo Presidenziale, il Santo Padre ha tenuto colloqui con il presidente della Repubblica libanese, Michel Sleiman, e con il premier Nabih Berri, alla presenza dei rispettivi familiari. Ciascuno degli incontri si è concluso con il rituale scambio di doni e con la consegna di una copia dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente.

Ulteriori colloqui Benedetto XVI li ha avuti con i Capi delle Comunità musulmane Sunnita, Sciita, Drusa e Alawita, alla presenza del Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, del Patriarca di Antiochia dei Maroniti, Béchara Boutros Raï, del Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, Card. Jean-Louis Tauran, e del Nunzio Apostolico in Libano, Mons. Gabriele Giordano Caccia.

Conclusi gli incontri privati, il Santo Padre e la delegazione di autorità libanesi si sono recati nel giardino del Palazzo Presidenziale, dove è avvenuta la simbolica piantumazione di un Cedro del Libano, per poi spostarsi nel Salone “25 maggio” dove, dopo l’introduzione del presidente Sleiman, Benedetto XVI ha tenuto il proprio discorso.

Il Papa ha esordito salutando i presenti, dicendo: «Salàmi ō-tīkum», l’espressione in aramaico con cui Gesù Cristo afferma: “Vi do la mia pace” (Gv 14,27)”.

Alludendo al piccolo cedro piantato poco prima, il Pontefice ha detto: “Vedendo questo alberello e le cure di cui avrà bisogno per fortificarsi fino a stendere i suoi rami maestosi, ho pensato al vostro Paese e al suo destino, ai Libanesi e alle loro speranze, a tutte le persone di questa Regione del mondo che sembra conoscere i dolori di un parto senza fine”.

Perché dunque il Libano che “ha visto nascere grandi religioni e nobili culture”, “vive nella tormenta”? Dio ha scelto questa regione, ha detto il Papa, “affinché sia esemplare, affinché testimoni di fronte al mondo la possibilità che l’uomo ha di vivere concretamente il suo desiderio di pace e di riconciliazione!”.

Il Santo Padre ha poi accennato alla ricchezza di una società come quella libanese, dove “l’unità” non deriva dalla “uniformità” ma dai comuni valori della “dignità dell’uomo”, della difesa della vita e del perseguimento della pace.

Negare questi principi o rimanervi indifferenti impedisce “il rispetto di questa grammatica che è la legge naturale inscritta nel cuore umano”, una logica che “squalifica non solo la guerra e gli atti terroristici, ma anche ogni attentato alla vita dell’essere umano, creatura voluta da Dio”.

Le guerre, la disoccupazione, la povertà, la corruzione, lo sfruttamento, il terrorismo, oltre a generare una “sofferenza inaccettabile” per chi ne è vittima, producono un “indebolimento del potenziale umano”.

“La logica economica e finanziaria – ha proseguito il Papa - vuole continuamente imporci il suo giogo e far primeggiare l’avere sull’essere! Ma la perdita di ogni vita umana è una perdita per l’umanità intera”.

L’armonia del “vivere insieme” si ottiene solamente quando prevale la solidarietà “per respingere ciò che ostacola il rispetto di ogni essere umano”, nonché “per sostenere le politiche e le iniziative volte ad unire i popoli in modo onesto e giusto”.

Pertanto le differenze culturali, sociali e religiose “devono approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove appunto ciò che unisce è il senso comune della grandezza di ogni persona, e il dono che essa è per se stessa, per gli altri e per l’umanità”. È in questi fattori che si scorge “la via della pace”.

La cultura della pace, ha aggiunto Benedetto XVI, si realizza in primo luogo con l’educazione, che sia in famiglia che a scuola, “dev’essere anzitutto educazione ai valori spirituali che conferiscono alla trasmissione del sapere e delle tradizioni di una cultura il loro senso e la loro forza”.

Compito dell’educazione è, quindi, “accompagnare la maturazione della capacità di fare scelte libere e giuste, che possano andare contro-corrente rispetto alle opinioni diffuse, alle mode, alle ideologie politiche e religiose”.

Il male, ha osservato ancora il Santo Padre, non è una “forza anonima” che agisce sull’uomo “in modo impersonale o deterministico”, bensì qualcosa che passa “attraverso l’uso della nostra libertà”. E calpestando il primo comandamento, l’amore a Dio, si arriva a “pervertire il secondo, l’amore del prossimo”.

Tuttavia è possibile “non lasciarsi vincere dal male e vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21)”. Senza la conversione del cuore “le «liberazioni» umane tanto desiderate deludono, perché si muovono nello spazio ridotto concesso dalla ristrettezza di spirito dell’uomo, dalla sua durezza, dalle sue intolleranze, dai suoi favoritismi, dai suoi desideri di rivincita e dalle sue pulsioni di morte”.

Questa conversione, tuttavia, è “esaltante – ha proseguito il Papa - perché apre delle possibilità facendo appello alle innumerevoli risorse che abitano il cuore di tanti uomini e donne desiderosi di vivere in pace e pronti ad impegnarsi per la pace”.

Benedetto XVI ha poi accennato alla convivenza tra culture e religioni, di cui il Libano è un emblema da secoli. “Non è raro – ha osservato - vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni. Se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello dell’intera società?”.

Fondamentale è dunque il principio della libertà religiosa, “diritto fondamentale da cui molti altri dipendono”. Essa ha “una dimensione sociale e politica indispensabile per la pace” e va tutelata in modo che ognuno possa “vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita”.

Il Pontefice ha però messo in guardia dalla “sedicente tolleranza” che “non elimina le discriminazioni, talvolta invece le rinforza”. E ha aggiunto: “L’inoperosità degli uomini dabbene non deve permettere al male di trionfare. E il non far nulla è ancora peggio”.

Poco prima di congedarsi, per fare ritorno alla Nunziatura Apostolica di Harissa, Benedetto XVI ha raccomandato che le sue riflessioni odierne non rimangano “ideali semplicemente enunciati”, in quanto “possono e devono essere vissuti”. Ha quindi incoraggiato i leader politici e religiosi presenti a “testimoniare con coraggio” intorno a se stessi, “a tempo opportuno e inopportuno”.