La lingua latina e la liturgia antica

Don Biagio Amata commenta il Motu Proprio Summorum Pontificum

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di Maurizio Tripi

ROMA, domenica, 10 luglio 2011 (ZENIT.org).- Don Biagio Amata sdb è stato per circa trent’anni docente all’Università Pontificia Salesiana nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche, della quale è stato anche preside per più di un decennio.

Conoscendo il suo attaccamento al latino liturgico, ZENIT lo ha intervistato in merito all’Istruzione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, del 30 aprile 2011, sull’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, in particolare sul forte riferimento al sacerdos idoneus (n. 20-23), cioè al sacerdote ritenuto idoneo a celebrare la forma extraordinaria del Rito Romano.

Secondo lei quanto l’Istruzione esige in merito alla conoscenza della lingua latina riguarda solo la celebrazione nel rito straordinario?

Don Amata: Trovo nell'Istruzione, per quanto attiene all’uso della lingua latina, il solo limite che la ‘conoscenza basilare, che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato’, mi sembra faccia riferimento alla conoscenza del latino soltanto per la celebrazione straordinaria della Messa. Da quando ho avuto in mano il governo del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, mi sono premurato di diffondere i testi latini delle celebrazioni liturgiche e di promuoverne l’esecuzione tra i giovani sacerdoti e allievi della Facoltà. Del resto è perfettamente conforme alle antiche regole della pietà salesiana la clara devota distincta pronuntiatio verborum quae in divinis officiis continentur - cioè una chiara, devota e comprensibile pronunzia di tutte le parole delle celebrazioni liturgiche.

Ho avuto modo di assistere a una sua celebrazione in latino nella forma ordinaria in canto gregoriano nella Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma...

Don Amata: Debbo considerare una 'iattura' il fatto che dopo la mia partenza da Roma non si sia trovato un sacerdote che continuasse la celebrazione della Divina Liturgia in latino nella Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, ove, appunto su mia iniziativa, approvata in sede diocesana, ho celebrato la S.Messa in latino ogni domenica e festa nella forma ordinaria, solennemente, in canto gregoriano, con discreto concorso di popolo e di sacerdoti concelebranti.

Nell'Istruzione ‘si chiede agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma straordinaria. Ciò vale anche per i Seminari, dove si dovrà provvedere alla formazione conveniente dei futuri sacerdoti con lo studio del latino e, se le esigenze pastorali lo suggeriscono, offrire la possibilità di apprendere la forma straordinaria del Rito’. Ha qualcosa da aggiungere?

Don Amata: Il prossimo anno ricorre il cinquantesimo della sfortunata Costituzione Apostolica Veterum Sapientia, firmata solennemente il 22 febbraio 1962 all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Potrebbe essere una buona occasione per ‘innamorare’ soprattutto le giovani leve sacerdotali all’immenso e sempre attuale patrimonio patristico, su cui si fondano ancora il Magistero e tutti i tentativi di ricomposizione dell’unità dei credenti in Cristo tramite il movimento ecumenico. Venticinque anni fa il beato Giovani Paolo II, nel promuovere ad Assisi l’incontro dei credenti di ogni fede religiosa, felicemente rilanciato nel prossimo ottobre dal Pontefice Benedetto XVI, volle essere confortato pure dal pensiero dei Padri della Chiesa indivisa.