La Liturgia sacramentale, anticipazione attuale di quella celeste

Una riflessione sulla Liturgia ecclesiale, firmata da Don Natale Scarpitta

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di don Natale Scarpitta

ROMA, sabato, 24 marzo 2012 (ZENIT.org).- La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium mirabilmente insegna che «nella Liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla Liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme» (n. 8; CCC n. 1090). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo questa consapevolezza squisitamente teologica, ribadisce che «coloro che celebrano il culto liturgico, vivono già in qualche modo, al di là dei segni, nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa» (n. 1136). Ed aggiunge: «è a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza» (n. 1139). La chiarezza espositiva dei testi magisteriali riguardanti l’indole della cosiddetta 'Liturgia cosmica' non necessita di delucidazioni ulteriori. Desideriamo comunque soffermarci su questo dato di fede perché, nonostante la sua indubbia pregnanza dottrinale, raramente trova eco escatologica nella predicazione pastorale.

Il carattere meramente storico dell’azione liturgica non esaurisce infatti l'identità del culto liturgico. La Liturgia che nel nostro pellegrinaggio terreno celebriamo è un frammento visibile che si incastona nella perenne Liturgia celeste. Ed è proprio nella trascendenza di Dio che l’azione liturgica, attuata dalla Chiesa nel fluire della sua quotidianità, trova la sua origine. La Liturgia terrena si innesta infatti in ciò che già preesiste, in ciò che è infinitamente più grande e le dà senso.

Volendo richiamare alcune immagini usate dai Sommi Pontefici, potremmo dire che la Liturgia ecclesiale è un assaggio (cfr. Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 28 giugno 2000), un riflesso reale seppur pallido (cfr. Benedetto XVI, Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, 12 settembre 2008), di quella che incessantemente si celebra nell’alto dei cieli.

L’ineffabile unità tra la Liturgia terrena e quella celeste è peculiarmente significata nell’anafora romana quando il sacerdote, interpretando i sentimenti dell’assemblea tutta, nell’orazione del Canone supplica Dio onnipotente e Gli chiede che un Angelo santo consegni l’offerta terrena sul sublime altare del cielo (cfr. Ap 8,3).

Una delle pagine bibliche che stanno a fondamento di questa sublime verità teologica la propone il Libro dell’Apocalisse. La solenne e gloriosa visione contenuta nei capitoli 4 e 5 delinea i tratti chiari della Liturgia celeste alla quale il popolo di Dio, pur nella diversità dei suoi ministeri, misticamente si associa nelle celebrazioni ecclesiali. L’inno si conclude con la luminosa immagine della gloria celeste: «miriadi di miriadi e migliaia di migliaia» di angeli (cfr. Ap. 5,11) elevano un’acclamazione attribuendo all’Agnello immolato potenza, ricchezza, sapienza, forza, lode, onore, gloria ebenedizione (cfr. Ap 5, 12-13).

La Liturgia terrena è poi espressione autentica della communio sanctorum. In essa avviene una mistica fusione di voci tra la lode che i fedeli, con fraterna esultanza, unanimamente elevano al Signore ed il canto che gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, con la moltitudine dei Cori celesti, insieme alle schiere dei Santi, rivolgono ininterrottamente a Dio. Queste espressioni che ascoltiamo all’interno della Preghiera Eucaristica non rappresentano i versi di una prosa pervasa di devoto sentimentalismo. Descrivono piuttosto la realtà concreta della straordinaria ricchezza di cui siamo resi partecipi nel culto liturgico. In questa armonia sinfonica il Signore ci introduce al cospetto della bellezza indefettibile e ci ammette alla comunione con Lui nella gioia imperitura.

Nel culto terreno, allora, ciò che è umano è ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale il popolo di Dio, viandante nelle strade della storia, è incamminato (cfr. Sacrosanctum Concilium n. 2).

La Liturgia ecclesiale, dunque, non costituisce una imitazione più o meno fedele della Liturgia celeste, né tantomeno una celebrazione parallela o alternativa. Essa, piuttosto, significa e rappresenta una concreta epifania sacramentale della Liturgia eterna. Il cielo si squarcia, l’eterno irrompe nel tempo dilatando gli angusti confini della storia e l’umano si immerge per grazia nell’infinito di Dio. È così che nel suo esilio terreno l’uomo pregusta già la gloria della sua Patria eterna. L’intera creazione è così assunta e integrata nella redenzione.

L’umano intelletto può solo timidamente penetrare questa realtà. Senza mai comprenderla nella sua interezza, l’uomo, con un atto sincero di fede, può accoglierla in dono e da essa lasciarsi trasformare. «La liturgia ci porta, così, in un altro mondo, quello della grazia e della gloria, che solo ha senso per la fede. Ogni celebrazione appare così il vertice della professione di fede» (I. Biffi, L'Osservatore Romano, 18-19/10/2010).

* Don Natale Scarpitta, presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno – Campagna – Acerno, è Dottorando in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.