La lotta alla corruzione, chiave per far uscire l’Africa dalla povertà

Non bastano i sussidi economici, afferma Anna Bono

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ROMA, lunedì, 11 luglio 2005 (ZENIT.org).- Se alla cancellazione del debito non faranno seguito progetti di sviluppo, investimenti privati e costruzione di infrastrutture, difficilmente i Paesi poveri potranno progredire.



Le misure esclusivamente finanziarie, infatti, non sono purtroppo sufficienti a sconfiggere la povertà ed il sottosviluppo.

Per l’Africa è particolarmente decisiva la lotta alla corruzione: è quanto ha detto in un’intervista a ZENIT la professoressa Anna Bono, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa preso l’Università di Torino.

Tutti sembrano concordi nella cancellazione del debito, ma il Pontefice Benedetto XVI ha chiesto misure concrete per sradicare la povertà e promuovere un autentico sviluppo dell'Africa. Qual è il suo parere in proposito?

Anna Bono: Il condono dei debiti nasce dalla constatazione che gravano su economie precarie e che comunque una parte di essi non sarà mai saldata. I leader africani, riuniti in questi giorni a Sirte, Libia, per il quinto vertice dell’Unione Africana, hanno approvato l’iniziativa, ma vogliono di più: con il sostegno delle Nazioni Unite chiedono l’azzeramento totale dei debiti di tutti i Paesi africani e, per raggiungere l’obiettivo di dimezzare la povertà entro il 2015 come previsto dal programma ONU “Obiettivi del Millennio”, reclamano dai Paesi del G8 decine di miliardi di dollari all’anno “senza condizioni e senza discriminazioni”.

In questo clima, concentrato sul denaro e non, come dovrebbe essere, sulla formulazione di progetti appropriati, coordinati, lungimiranti per i quali valutare poi l’entità delle risorse necessarie, le esortazioni del Pontefice non potrebbero essere più opportune.

La concretezza invocata da Benedetto XVI è indispensabile per raggiungere finalmente dei risultati. Penso con imbarazzo, per esempio, ai milioni di euro spesi per acquistare zanzariere antimalaria impregnate di insetticida destinate a bambini che dormono su stuoie stese su pavimenti di terra in abitazioni nelle quali non si sa dove appenderle e dove riporle perché non si lacerino in poco tempo. E, quand’anche tutti i bambini africani disponessero di lettini e stanze confortevoli, comunque quel che serve è bonificare e disinfestare le regioni malariche, estirpando la malaria una volta per tutte, non distribuire zanzariere che al massimo riducono soltanto il rischio di contagio.

Ma il Pontefice non si è limitato a parlare di concretezza. È stato anche l’unico a mostrarsi consapevole dell’onere che comporta per i Paesi del G8 la cancellazione dei debiti che 27 Stati poveri hanno contratto con i principali istituti di credito internazionali. Nella prima domenica di luglio Benedetto XVI ha augurato “di cuore al G8 pieno successo, auspicando che porti a condividere in solidarietà i costi della riduzione del debito”. Dobbiamo essergli grati di queste parole e ripeterle a chi sembra considerare una simile operazione finanziaria un fatto ordinario, doveroso e del tutto indolore.

Qual è la situazione dei Paesi a cui verrà cancellato il debito?

Anna Bono: Da studiosa dell’Africa nutro delle perplessità su alcuni dei Paesi scelti. Penso ad esempio al Ciad e all’Uganda, inclusi nei primi 18 Stati alleggeriti del debito, e alla Repubblica Democratica del Congo, uno dei 9 Stati ai quali è stato promesso il condono entro 12 o 18 mesi. In Ciad Idris Deby, Presidente in carica dal 1990 prima con un colpo di Stato e poi grazie a due vittorie elettorali, ha proposto e ottenuto con un referendum la soppressione dell’articolo di legge che impediva a una persona di svolgere più di due mandati presidenziali e potrà quindi ricandidarsi; inoltre ha disposto lo scioglimento del Parlamento sostituito da un Consiglio economico, sociale e culturale. Ma la lega ciadiana per i diritti umani ritiene che a votare sia andato soltanto il 20 per cento dei cittadini e sostiene che Deby sta trasformando il Paese in una monarchia di fatto. Anche in Uganda il Capo di Stato attuale, Yoweri Museveni, al potere quasi da vent’anni, ha ottenuto dal Parlamento 90 modifiche costituzionali, una delle quali gli consente di concorrere per un terzo mandato. Altri emendamenti rafforzano i poteri del Capo dello Stato. Tentativi di protesta da parte della popolazione della capitale sono stati repressi vigorosamente dalle forze dell’ordine subito intervenute. Per finire, la Repubblica Democratica del Congo avrebbe dovuto andare alle urne il 30 giugno per dotarsi finalmente di istituzioni democratiche, ma il voto è stato rimandato di sei mesi, allo scadere dei quali tutti ritengono che si provvederà a un’ulteriore proroga di sei mesi. L’attuale Presidente, Joseph Kabila, ha ereditato la carica dal padre, Désiré, ucciso nel 2001 e che a sua volta aveva preso il potere con le armi, cacciando il precedente dittatore, Sese Seko Mobutu. Insomma di democratico, per ora, il Congo ha soltanto il nome.

Gli Stati Uniti hanno annunciato un aumento record di aiuti per l’Africa, lo stesso hanno fatto altri Paesi occidentali. Il debito viene cancellato, gli aiuti aumentano, che cosa serve ora all'Africa per uscire dalla morsa del sottosviluppo?

Anna Bono: Occorrono innanzi tutto buon governo, istituzioni realmente democratiche, incentivi ai privati locali e stranieri e garanzie di lotta alla corruzione, abbattimento delle barriere doganali tra gli Stati del continente per creare aree di libera circolazione di materie prime e di prodotti industriali.

Prima ancora servono condizioni di stabilità e sicurezza ancora assenti in regioni estese del continente.

Più in generale, ritengo che occorra ripensare la cooperazione allo sviluppo riducendo il ruolo degli Stati e puntando piuttosto sulla creazione di condizioni favorevoli agli investimenti privati. Certo i passi da compiere sono enormi. Certi Paesi mancano di tutto, non sono neanche in grado di offrire vie di trasporto sicure e sempre transitabili e di erogare la corrente elettrica regolarmente, e in compenso hanno apparati burocratici inefficienti e corrotti che rendono difficilissimo aprire e far funzionare la più semplice delle attività. Un altro grave problema sono, tanto per citare un altro esempio, i ritardi nelle registrazioni catastali delle proprietà fondiarie che rendono impossibile a milioni di persone di ottenere crediti bancari.

SPUC, un’associazione pro-vita britannica, ha chiesto per lo sviluppo dell’Africa di cancellare i programmi per ridurre le nascite tramite aborti e sterilizzazioni. Che ne pensa?

Anna Bono: Sono d’accordo e trovo a dir poco singolare che si pensi di risolvere con la denatalità i problemi del continente meno popolato, che presenta i più alti tassi di mortalità infantile e materna del mondo e la speranza di vita alla nascita più bassa, per giunta in flessione da anni. Casomai andrebbero investite più energie per combattere la piaga dell’infanticidio e quella della schiavitù infantile. L’Africa ha bisogno di risorse umane, ha bisogno di allevare i suoi bambini in condizioni sicure, di educarli in buone scuole, di assisterli con programmi sanitari di prevenzione e cura. E c’è bisogno che al più presto gli Africani producano abbastanza da mantenere scuole e ospedali senza dover ricorrere alla carità altrui. È in questa direzione che occorre indirizzare le risorse umane, finanziarie e tecnologiche disponibili.

Naturalmente nessuno augura a una donna di essere continuamente incinta, ma le donne africane hanno bisogno soprattutto di assistenza durante la gravidanza e il parto e prima ancora hanno bisogno di evitare le gravidanze precoci causate dai matrimoni infantili imposti, e quelle indesiderate, frutto di violenza.

Che cosa pensa del Live Aid? Molti hanno accusato di ipocrisia la manifestazione: tanti soldi spesi per i cantanti, pochi per gli aiuti concreti...

Anna Bono: Al di là di ogni considerazione, mi sembra molto pericoloso il fatto di proporre a un pubblico prevalentemente giovane e molto influenzabile un messaggio ambiguo. Far apparire come disonesti i creditori e invece virtuosi i debitori, quando si sa che molti di questi ultimi hanno sprecato le risorse loro affidate e rifiutano di onorare i loro impegni, oltre che ingiusto è assolutamente diseducativo. Qualcuno dovrebbe raccontare la storia del dittatore nigeriano Sani Abacha che in soli sei anni di governo, dal 1993 al 1998, è riuscito ad accumulare in banche svizzere 2,5 miliardi di dollari, senza contare gli altri beni sparsi per il pianeta.

Oppure la storia dei parrocchiani del paesino della Repubblica Democratica del Congo, che all’epoca si chiamava ancora Zaire, i quali scrissero una lettera alla redazione di una rivista missionaria italiana nella quale dicevano: “Abbiamo saputo che tante brave persone stanno cercando di far cancellare i debiti del nostro Paese. Ringraziateli per il pensiero, ma spiegate a tutti che senza debiti da pagare il nostro Presidente avrà più soldi per i suoi aguzzini e i suoi militari di fiducia e non riusciremo mai a liberarcene; per favore, dite a tutti di non farlo!”.