La lotta contro la povertà va a rilento

Un seminario del Vaticano sulla globalizzazione si domanda che cosa si può fare

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ROMA, sabato, 4 settembre 2004 (ZENIT.org).- Un seminario di alto livello che si è tenuto in Vaticano ha preso in esame la questione di come migliorare lo stato di povertà in cui versano molti Paesi del mondo. L’incontro, che si è tenuto il 9 luglio scorso sotto l’egida del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha riunito un centinaio di rappresentanti della Chiesa, dei governi, delle organizzazioni non governative e del mondo finanziario.



Il seminario era intitolato “Poverty and Globalization: Funding Development and the Millennium's Development Objectives”. Negli interventi introduttivi del cardinale Cormac Murphy-O'Connor e del cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, i quali presiedevano congiuntamente, viene spiegato che: “L’obiettivo dello sviluppo è la dignità e la libertà umana, che tuttavia rimarrà irraggiungibile finché non verranno impiegate le risorse necessarie per compiere concreti passi in avanti nell’educazione, nella sanità e nelle infrastrutture”.

Come punto di riferimento dell’incontro sono stati presi i parametri degli Obiettivi di Sviluppo stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2000. Per il 2015 gli obiettivi sono diretti ad ottenere miglioramenti in settori come l’istruzione di base, la povertà e la fame, la mortalità infantile e l’accesso alle cure sanitarie.

Durante l’incontro, il cardinale Murphy-O'Connor ha osservato che vi sono più di 300 milioni di persone che vivono in condizioni di estrema povertà, e che la ricchezza totale dell’Africa, popolata da 700 milioni di persone, è inferiore rispetto a quella dell’Olanda in cui risiedono meno di 20 milione di persone.

Il Cardinale ha inoltre sottolineato che i progressi conseguiti nel raggiungimento degli obiettivi per il 2015 sono stati alquanto limitati. Allo stato attuale, dimezzare la povertà in Africa non potrà avvenire entro il 2015, come sperato, ma solo tra circa 100 anni.

Povertà, minaccia alla pace

Egli ha fatto appello ai governi perché aumentino le percentuali di aiuto per le nazioni in via di sviluppo, ed ha ribadito l’importanza di assicurare ai Paesi più poveri un maggior grado di accesso ai mercati del mondo sviluppato al fine di consentirgli di aumentare le esportazioni.

“Se le nostre coscienze non ci inducono all’azione, allora dovrebbe farlo l’interesse”, ha affermato il cardinale Murphy-O'Connor. “Non vi è minaccia maggiore alla pace e alla stabilità globale a lungo termine della povertà e della deprivazione su larga scala.”

Il cardinale Renato Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha osservato che il problema di come finanziare lo sviluppo era stato affrontato alla Conferenza di Monterrey del marzo del 2002. Uno degli elementi su cui si era convenuti, durante la Conferenza in Messico, era stato l’impegno preso dai Paesi sviluppati di aumentare l’aiuto alle nazioni più povere. La maggior parte dei Paesi non hanno tuttora dato seguito a tale promessa, ha osservato il Cardinale.

Inoltre, secondo il cardinale Martino, “dal punto di vista qualitativo, l'azione di cooperazione allo sviluppo soffre di lungaggini burocratiche, impone ai Paesi beneficiari oneri pesanti per far fronte alle richieste di supervisione e di valutazione dei donatori, che sono impostate sulla base della operatività interna di ciascun donatore e che non aiuta il Paese beneficiario a sviluppare procedure proprie, realistiche ed efficaci”.

Un esempio di questo tipo di problemi è stato illustrato da Mulima Kufekisa Akapelwa, del Catholic Center for Justice, Development and Peace, dello Zambia. Egli ha parlato dell’esperienza del Paese nell’attuare diversi programmi proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.

Questi comprendono i “Poverty Reduction Strategy Paper” (PRSP), la “Poverty Reduction and Growth Facility” e i “Poverty Reduction Support Credit”. Le politiche perseguite da questi programmi seguono la strategia economica diretta ad ottenere una crescita mediante riforme basate sulla liberalizzazione e la privatizzazione.

Ma egli ha notato che a volte gli obiettivi di crescita non tengono sufficientemente conto dell’impatto negativo sui poveri derivante dalle riforme economiche. Inoltre, i finanziamenti e gli aiuti per la cancellazione del debito promessi dalle istituzioni internazionali hanno tardato ad arrivare e sono stati di portata inferiore rispetto a quanto originariamente promesso.

Cancellazione del debito in bilico

L’argomento della cancellazione del debito è stato illustrato da Carlos Fortin, Vice Segretario Generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD). Egli ha messo in evidenza che è importante non solo parlare del tema ma anche di collegarlo alla questione degli investimenti per lo sviluppo.

La chiave per superare il problema del debito, ha spiegato, sta nel destinare risorse ad investimenti produttivi che consentano ai Paesi di compiere progressi economici. Questi significa guardare avanti verso obiettivi di sviluppo di lungo termine, anziché limitarsi al problema del debito per risolvere crisi di breve termine.

Fortin ha inoltre insistito sulla necessità di considerare la diversità delle situazioni di sviluppo in ciascun Paese. La questione del debito viene meglio affrontata considerando Paese per Paese, ha affermato.

Lo strumento principale mediante il quale si tenta di alleviare il debito estero di alcuni Paesi è stata l’Iniziativa per gli “Heavily Indebted Poor Countries Iniziative” (HIPC) [i Paesi Poveri Pesantemente Indebitati]. Fortin ha inoltre affermato che per la fine di giugno 13 Paesi sono stati coinvolti in questo programma, ricevendo l’intera somma stanziata per la riduzione del debito. Altri 14 Paesi si sono qualificati per ricevere un aiuto temporaneo, condizionato alla realizzazione di riforme economiche.

Ma egli ha osservato che il progresso è stato piuttosto lento, a causa delle difficoltà incontrate dai Paesi nell’adempiere alle condizioni richieste dall’iniziativa HIPC. I Paesi devono adoperarsi contemporaneamente per la questione del debito, per favorire una crescita di lungo termine e per ridurre i livelli di povertà. I Paesi che dedicano le loro risorse alla riduzione della povertà si ritrovano senza finanziamenti necessari per promuovere la crescita economica, ha spiegato Fortin.

Egli ha inoltre osservato che i Paesi non riusciranno a liberarsi totalmente del loro debito estero anche dopo la totale attuazione dell’iniziativa HIPC. L’esperienza ha dimostrato che gli obiettivi di crescita posti dal programma sono stati eccessivamente ottimistici. Pertanto, i Paesi necessiteranno di ulteriore aiuto per eliminare i loro fardelli di debito.

Fortin ha inoltre spiegato che l’idea era che l’aiuto per la cancellazione del debito erogato mediante l’iniziativa HIPC fosse in aggiunta ai normali flussi di aiuto. Tuttavia, dagli studi effettuati dalla Banca mondiale risulta che i Paesi che hanno ricevuto aiuti contro il debito si sono visti ridurre gli altri tipi di aiuto.

La questione del debito è stata affrontata anche da Jack Boorman, consulente dell’amministratore delegato del Fondo monetario internazionale. Boorman ha riconosciuto che diversi programmi offerti dalle istituzioni finanziarie internazionali hanno riscontrato problemi e hanno richiesto delle modifiche. Ma egli ha fatto appello ad che questi processi siano rafforzati e non abbandonati.

Anche i Paesi in via di sviluppo devono ulteriormente migliorare le loro politiche, secondo Boorman. Egli ha riconosciuto i progressi compiuti in generale nelle politiche economiche e commerciali, ma ha tuttavia ritenuto che sia necessario procedere ulteriormente con le riforme di carattere istituzionale, per il rafforzamento dello stato di diritto, del diritto di proprietà e del funzionamento del settore pubblico. Queste riforme sono necessarie per consentire una crescita più ampia del settore privato, ha spiegato.

Anche le nazioni sviluppate hanno molti aspetti che devono migliorare, ha aggiunto Boorman. “Troppo spesso vi sono contraddizioni nelle politiche che da una parte forniscono aiuti allo sviluppo e dall’altra agiscono in senso contrario.” Egli ha inoltre insistito su una priorità rappresentata a suo avviso dalla conclusione positiva dell’attuale Doha Round in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

I Paesi con alti redditi devono aiutare le controparti con bassi redditi, riducendo le misure protezionistiche del settore agricolo, ha raccomandato. Da uno studio della Banca mondiale, risulta che una crescita più sostenuta, associata a livelli più alti nelle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo, potrebbe sollevare 140 milioni di persone dalla povertà entro il 2015.

In una lettera scritta da Giovanni Paolo II al cardinale Martino, relativamente al seminario del Vaticano, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la povertà che affligge così tante persone. “È l'ora di una nuova ‘fantasia della carità’ - ha spiegato - per poter elaborare modi sempre più efficaci per ottenere una distribuzione più equa delle risorse del mondo.”