La Luce della Verità innalzata nelle tenebre

Vangelo della IV Domenica della Quaresima

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, giovedì, 15 marzo 2012 (ZENIT.org).- Gv 3,14-21
In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

In questa IV Domenica di Quaresima (“laetare”), la Parola divina bussa al nostro cuore recando la gioia di un annuncio grandioso:

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); ed è proprio il Figlio unigenito che lo rivela “di notte” a Nicodemo, figura di ogni uomo, ricercatore (per natura) della Verità (Gv 3,1).

Dialogando con lui, Gesù dichiara: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3); al che il “maestro in Israele” ingenuamente chiede com’è possibile che un uomo torni nel grembo materno.

La risposta consiste in un cammino della mente che parte da lontano:

Dio infatti ha tanto amato il mondo..”. Con questo “infatti”, Gesù stabilisce un parallelo tra il fatto narrato nel libro dei Numeri e il proprio destino: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14).

Ricordo qui l’episodio: al tempo dell’esodo degli Israeliti nel deserto, un gran numero di loro morì per il morso di serpenti velenosi mandati da Dio per punire la sfiducia del popolo. Si salvarono solo quelli che riuscirono a guardare un serpente di rame elevato su di un’asta da Mosè, su istruzione di Dio stesso (Nm 21,4b-9).

A partire dalla figura di questo evento biblico, Gesù rivela a Nicodemo la necessità salvifica (“bisogna”) che Egli stesso sia innalzato sul legno della croce, in una sorta di identificazione vicaria e riparatrice con il serpente-peccato: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2Cor 5,21).

Tale nostra “giustificazione” è consistita in una sorta di “gravidanza” della natura umana nella morte di Cristo, grazie alla quale ognuno di noi è stato rigenerato in Lui alla vita nuovadello Spirito Santo.

Nessun uomo della storia umana è stato escluso da questa rinascita “dall’alto”, ma solo la vita di coloro che non vogliono fare il male può essere effettivamente rigenerata. Dice infatti Gesù a Nicodemo: “chiunque fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).

Queste parole del Signore gettano luce divina su una domanda apparsa il 23 febbraio 2012 sul Journal of Medical Ethics, titolo di un articolo di medicina morale. Essa è stata posta da due studiosi italiani che operano in Australia, ed ha fatto il giro del mondo, non solo scientifico.

La domanda (perversamente retorica) è questa: “L’aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?”.

La tesi dei due “ricercatori”, è espressa con parole che mettono a confronto la vita del bambino prima e dopo la nascita, aspetto che può richiamare l’equivoco “gravidico” di Nicodemo.

Ed ecco le loro aberranti affermazioni: “quando dopo la nascita si verificano le stesse circostanze che giustificano l’aborto prima della nascita, dovrebbe essere consentito quello che noi chiamiamo aborto post-natale” (da Zenit, 13/03/2012: “Aborto dopo la nascita?”).

Ecco, invece, la domanda sincera di Nicodemo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4).

Dell’articolo in questione, io ho letto solo le citazioni riportate dall’agenzia Zenit, la quale, tra l’altro, informa che “In una lettera aperta, gli autori dell’articolo si sono dichiarati stupiti per le reazioni ostili, dicendo che “doveva essere un puro esercizio di logica” (12/03/2012: “L’aborto e l’infanticidio”).

Nonostante la mia lacuna, credo di poter commentare il tutto con il giudizio odierno di Gesù: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”(Gv 3,19-21).

In altre parole, basandosi solo sulla“pura” logica(e non sulla ragione illuminata dalla luce della Verità), si rischia di finire nel baratro morale da cui scrivono gli Autori: sostituire il valore della vita con la qualità della vita significa semplicemente non riconoscere la dignità dell’uomo.

E la sua dignità, fonte di immensa gioia, è questa: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.