La lunga strada dei rifugiati sud-sudanesi

Dieci mesi dopo l'indipendenza la situazione nel paese africano rimane tragica

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ROMA, giovedì, 17 maggio 2012 (ZENIT.org) - I tamburi e i fuochi d’artificio con cui dieci mesi fa Juba festeggiava l’agognata indipendenza, sono ormai un ricordo lontano.

Una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre ha visitato nei giorni scorsi il vicariato apostolico di Gambella - capitale dell’omonima regione dell’Etiopia occidentale - che accoglie numerosi profughi sud-sudanesi. «Se qualcuno dubita dell’esistenza del maligno, dovrebbe venire qui e osservare quanto sta succedendo» commenta padre Andrzej Halemba, responsabile internazionale delle sezioni Africa e Asia di ACS.

Nella prefettura apostolica, che confina con il Sud Sudan, si sono già rifugiate quasi 30mila persone. E ogni giorno ne arrivano di nuove, in maggioranza donne e bambini. «Facciamo il possibile per aiutarli – afferma il vicario apostolico, monsignor Angelo Moreschi – e tutte le volte che il governo lo permette, inviamo a quella povera gente assetata, un camion cisterna».

Per i rifugiati l’acqua ha un valore incommensurabile, così come l’assistenza spirituale offerta dai sacerdoti. Numerosi sud-sudanesi sono infatti cristiani che, dopo tanta strada, possono finalmente trovare il conforto della Parola di Dio e assistere alla Messa nelle tre cappelle del vicariato costruite per loro.

Le aspettative, però, non sono incoraggianti. Il presidente sudanese Omar al-Bashir sembra intenzionato a muovere guerra contro il Sud Sudan.  E secondo gli esperti uno scontro bellico tra i due Paesi porterebbe a conseguenze ben più gravi della guerra civile che, dal 1985 al 2005, ha causato oltre due milioni di morti.

«Se non ci sarà pace – dichiara Eva Maria Kolmann, del dipartimento informazione di ACS – anche la prossima generazione non conoscerà altro che la paura, la morte, la violenza o la miseria dei campi profughi». Da Gambella, la Kolmann racconta scene di tragica quotidianità. Un bambino che gioca con il copertone di una bicicletta, mentre altri piccoli si nascondono in mezzo ai cespugli. Le madri che guardano i propri figli, sedute su pezzi di stoffa o sulla nuda terra. E una donna che lava i pochi stracci portati con sé e li stende ad asciugare su un ramo.

Non è semplice documentare la realtà: le macchinette non sono gradite e pattuglie dell’esercito controllano che i passanti non si avvicinino per nessun motivo ai rifugiati che riposano ai lati della strada. «Siamo riusciti a rubare qualche scatto dall’interno della jeep – spiega – ma non eravamo autorizzati a scendere dalla macchina».

Una delle poche immagini riprende una madre, esausta e denutrita, che si ripara sotto a un albero con i suoi otto bambini. Il termometro segna 40 gradi e nelle settimane precedenti ci sono stati giorni ben più caldi. Molti profughi devono camminare per più di 200 kilometri sotto il sole cocente prima di raggiungere un posto tranquillo. «Come avrà fatto quella donna – si chiede la Kolmann – ad affrontare quel lungo viaggio, e con otto bambini?».