La manifestazione di Dio e del suo mistero, per la nostra salvezza

Riflessioni di mons. Enrico dal Covolo sulle letture della seconda Domenica di Quaresima

Roma, (Zenit.org) | 924 hits

Letture:

Genesi 15, 5 - 12.17 -18

Filippesi 3, 17 - 4,1

Luca 9, 28b -36

Il tema conduttore delle tre letture riguarda la manifestazione di Dio e del suo mistero, per la nostra salvezza. Nella tradizione della Chiesa si parla a questo proposito di teofania, che significa appunto “manifestazione di Dio”.

C’è una prima teofania nell’Antico Testamento. Dio si manifesta ad Abramo, e conclude con lui un’alleanza definitiva. E’ questa la prima lettura, tratta dal libro della Genesi. La manifestazione del Signore – in forma di “bracere fumante e di fiaccola accesa” – provoca in Abramo dei sentimenti particolari: si parla di “un torpore”, e addirittura di “terrore”.

Anche Pietro e i suoi compagni “erano oppressi dal sonno”, quando parteciparono a un’altra teofania, cioè alla trasfigurazione di Gesù. Ed è questa la terza lettura, quella di Luca.

San Paolo, poi allude, a una terza teofania, l’ultima, quella che ci sarà alla fine dei tempi: e così, dall’Antico al Nuovo Testamento, trascorriamo alla conclusione della storia della salvezza. Scrivendo ai Filippesi, l’Apostolo dice che in quella terza e ultima teofania noi stessi saremo trasfigurati: “Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. Di colpo, san Paolo ci fa sentire tutti presenti alla trasfigurazione, tutti parte in causa.

Così noi concentreremo la nostra attenzione sul brano del Vangelo, che racconta questo episodio misterioso della trasfigurazione, svolgendo una vera e propria lectio divina.

1. Lettura e meditazione

Leggiamo anzitutto – con il cuore in ascolto – il nostro brano: Luca 9,29b-36.

Poi, saliamo il secondo gradino della lectio, la meditazione. Per compierla, vi propongo in questo caso l’osservazione dei personaggi: chi sono, e che cosa dicono.

C’è anzitutto Gesù, ovviamente. La cosa singolare è che in questa occasione, nella quale egli si reca sul monte a pregare (cosa che faceva abitualmente, e Luca lo sottolinea più di tutti gli altri evangelisti), “si trasfigura”, e manifesta la sua gloria. Ma qual è la gloria di Gesù? La sua gloria viene dal fatto che egli non è semplicemente un uomo come tutti gli altri: egli è il Figlio di Dio incarnato, è la seconda persona della Trinità santa. Come tale – e solo come tale – egli può salvarci!

Così Gesù manifesta la sua gloria, cioè il mistero della sua identità profonda, stando in piedi come una luce abbagliante, che rischiara Mosè e Elia.

Ecco altri due personaggi che entrano in scena. Come tutti sanno, Mosè rappresenta i libri storici, Elia i libri profetici e gli altri libri dell’Antico Testamento. Gesù, Nuovo Testamento, nuova definitiva alleanza, illumina con una luce potente l’Antico Testamento. Anche l’Antico Testamento si trasfigura, e noi comprendiamo che tutta la Scrittura, tutta la storia della salvezza ha come protagonista Gesù, il Figlio di Dio.

Che cosa dicono questi tre personaggi? Gli altri evangelisti affermano semplicemente che essi parlavano tra di loro. Luca, invece, risponde alla nostra legittima curiosità, e ci dice anche di che cosa parlavano. Parlavano “dell’esodo” di Gesù, “che doveva compiersi a Gerusalemme”. Che cos’è questo esodo, questa uscita? E’ il nuovo esodo, è la Pasqua del Signore, la sua passione, morte e risurrezione. Così il mistero pasquale sta al centro della storia. Ciò che salva, in  definitiva, è proprio questo: la pasqua del Signore Gesù! Decisivo, per il discepolo, è incorporarsi a questa pasqua. Solo così sarà salvato.

Ma ci sono ancora altri personaggi: Pietro, Giacomo e Giovanni. La presenza di questi tre discepoli nei Vangeli sinottici rappresenta una specie di sigla. Quello che viene narrato è un episodio importante di rivelazione. La medesima presenza (o meglio il sonno pesante dei tre)  accompagna anche l’agonia di Gesù nel Getsemani.

Si tratta, insomma, di un episodio importante di rivelazione. Lo conferma la parola del Padre, che – parlando dalla nube misteriosa – proclama solennemente: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo!”.

La nube, poi, evoca l’ultimo personaggio che entra in scena: lo Spirito Santo. Di fatto, in Luca l’allusione è chiara, se si pensa per esempio all’episodio dell’Annunciazione, e al fatto che lo Spirito santo – secondo la parola dell’angelo – “ricopre Maria con la sua ombra” (cfr. Luca 1,35), proprio come fa una nube. Questa interpretazione è sostenuta poi da molti Padri, soprattutto nella Chiesa orientale.

2. Per la preghiera e per la conversione della vita

La meditazione – che abbiamo condotto attraverso l’osservazione dei personaggi della scena – conclude il nostro viaggio di andata al testo. Passiamo adesso al viaggio di ritorno: che significato ha tutto questo – ci chiediamo – per la nostra preghiera e per la conversione della vita?

Vi propongo una pista originale. Cerchiamo di raccogliere l’invito di Paolo. Lasciamoci trasfigurare dalla Trinità beata, confrontando con essa la nostra storia di vocazione nelle sue tre tappe essenziali: la chiamata, la risposta, la missione. Di fatto, ognuuna delle tre persone svolge una particolare azione di grazia su ciascuna di queste tre tappe.

a) La chiamata: protagonista è il Padre

L’episodio della trasfigurazione ci rivelail Padre, creatore e datore di ogni bene, che attrae a sé una sua creatura con uno speciale amore e in vista di una speciale missione: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!”. Qui sta il senso profondo di ogni storia di vocazione: un'iniziativa tutta del Padre, che richiede da coloro che ha scelti una risposta coerente e fedele.

Ecco il primo tratto costitutivo della mia storia di vocazione: la chiamata-elezione, l'iniziativa as­solutamente gratuita di Dio. E questa è, in particolare, l'azione del Padre, colui che crea e ri-­crea, che chiama e suscita, lungo tutta la storia della salvezza.

Il beato papa Giovanni Paolo II, rileggendo con occhi di fede la storia della sua vocazione, confessava che “agli inizi” sta “il mistero”. “La vocazione”, ha scritto, “è il mistero dell'elezio­ne divina” (Dono e mistero, p. 9). E adduceva a riprova un testo, che si carica per noi di grande si­gnificato. E' Dio che parla, rivolgendosi al profeta Geremia: “Prima di formarti nel grembo ma­terno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Geremia 1,5).

b) La risposta: protagonista è il Figlio

L’episodio della trasfigurazioneimplica un “ascendere al monte” e un “discendere dal monte”: i discepoli che hanno goduto dell'intimità del Maestro, avvolti per un momento dallo splendore della vita trinitaria e della comunione dei santi, quasi rapiti nell'orizzonte dell'eterno, sono subito riportati alla realtà quotidiana, dove non vedono che “Gesù solo” nell'umiltà della natura umana, e sono invitati a tor­nare a valle, per vivere con lui la fatica del disegno di Dio e imboccare con coraggio la via della croce.

E' questo il secondo tratto caratteristico di ogni storia di vocazione: la risposta. Nei Vangeli la risposta – quando è affermativa, come quella di Maria e dei discepoli – si traduce nella sequela di Cristo (ma c'è anche la risposta negativa del giovane ricco, che “se ne va via triste”: Marco 10,22).

La sequela è un itinerario impegnativo, che comporta un faticoso esodo: proprio quell'esodo “che doveva compiersi a Gerusalemme”. Bisogna lasciare la propria terra, come Abramo; oppure, come gli apostoli, occorre lascia­re le reti, o meglio tutto, per seguire Gesù. L'esodo per la sequela, dunque.

c) La missione: protagonista è lo Spirito

Infine, l'episodio della trasfigurazione evoca la presenza della terza persona della Trinità, quella che nella storia della salvezza santifica e manda.

Ed ecco il terzo tratto caratteristico della nostra storia di vocazione: la missione, il cui protagonista è – appunto – lo Spirito Santo. Lo Spirito infatti, lungi dal sottrarre alla storia degli uomini le persone che il Padre ha chiamato, le pone al servizio dei fratelli e delle sorelle, secondo le modalità proprie del loro stato di vita, e le orienta a svolgere particolari compiti, in rapporto alle necessità della Chiesa e del mondo.

Dovremmo imparare a pregare così, meditando sulla “storia sacra” della nostra vocazione.

Concludiamo ora la nostra lectio con qualche spunto per la conversione della nostra vita. A questo scopo, riprendiamo le tre tappe della nostra storia di vocazione, ponendoci un serio esame di coscienza.

a) La chiamata-elezione

Riconosco l’assoluto primato di Dio e della sua grazia nella mia storia di vocazione? Interpreto il mio impegno morale come risposta a un amore che mi precede, e che garantisce (solo che io lo voglia) la mia risposta? So accettare l’imprevisto di Dio, il suo modo di fare nella mia vita? So riconoscerlo nelle modalità in cui egli si svela, senza imporgli le mie? Sono obbediente a lui? Per dilatare la mia disponibilità, curo la dimensione contemplativa della vita?

b) La risposta

Posso rispondere come Maria e come i santi, oppure come il giovane ricco. Posso seguire Gesù, e lasciare tutto, oppure seguire i miei egoismi e lasciare Gesù. Di fronte a questo dilemma, qual è la mia risposta reale, quella di ogni giorno? Qual è l’“angolo buio” della mia vita, nel quale la mia risposta al Signore è meno generosa? Che cosa devo ancora lasciare, per seguire veramente Gesù?

c) La missione

Ogni chiamata, ogni risposta sono per una missione. Sono intimamente persuaso che la missione affidatami (genitore, nonna, studente, lavoratore…)non è un parto della mia fantasia? Sono attento ai segni del Signore? Riconosco e coltivo come già operante in me quel messaggio di salvezza che sono mandato ad annunciare e a testimoniare? Per essere fedele alla missione, devo entrare nella logica della grazia: allora il mio impegno di fedeltà non sarà più quello dell’impiegato, ma del missionario dell’amore e della grazia di Dio. Sento la missione come “peso da portare”, o come “grazia ricevuta”? Curo l’atteggiamento fondamentale, cioè – ancora una volta – la dimensione contemplativa, per interpretare la missione come una grazia?