La mano carezzevole di Dio

Lettera pastorale 2013 di mons. Felice di Molfetta / Parte iniziale

Roma, (Zenit.org) | 358 hits

Riportiamo di seguito la parte iniziale della Lettera pastorale nell’Anno della fede e nella Seconda Visita Pastorale 2013-2014 di monsignor Felice di Molfetta, vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano.

Per leggere il documento integrale si può cliccare qui.

***

Ai fratelli e alle sorelle nella fede, “Grazia e pace da Dio Padre Nostro e dal Signore Gesù Cristo” (2Cor 1,1)

Carissimi,

la Seconda Visita Pastorale in atto dal 1° novembre 2012 nella diocesi mi ha visto pellegrino nelle vostre comunità parrocchiali, inviato dal Supremo Pastore ad annunziare l’evangelo della vita secondo lo Spirito e riaccendere in tutti la speranza cristiana che mai delude le attese di ogni uomo e di ogni donna.

Calorosa e sempre affettuosa è stata l’accoglienza riservatami in tutte le circostanze e gli adempimenti previsti in Santa Visita: ciò mi è stato di grande sostegno e sollievo nella fatica. Fattomi vicino a tutti, senza distinzione alcuna, ho rivissuto l’esperienza di parroco caratterizzata, tra l’altro, dall’attenzione particolare prestata ai malati, fino al momento estremo del loro approdo in Dio.

Grazie alla sensibilità di alcuni parroci, ho conferito anche a qualche infermo il sacramento dell’unzione, con grande partecipazione dei familiari e dello stesso ammalato. Ed è in questa circostanza che ho potuto riscontrare di persona, oltre che dall’analisi degli Atti di Santa Visita, una certa insensibilità pastorale, accompagnata anche da tanta ignoranza. Ed ecco il motivo che mi ha indotto a redigere la presente lettera pastorale, la quale viene accompagnata da una miniatura del secolo decimo in copertina.

Essa infatti descrive la guarigione di un lebbroso in cui Gesù stende la sua mano verso di lui in segno di vicinanza e di condivisione attraverso un gesto benedicente, a indicare la sua potenza risanatrice. Ciò sta a significare che la prima guarigione è quella spirituale operata dall’incontro con il Signore.

Alle spalle di Gesù vi si scorge la figura dell’apostolo Pietro, simbolo della Chiesa, rappresentato dal miniaturista con le mani alzate, nel gesto della preghiera e dell’intercessione. La comunità ecclesiale è simbolicamente raffigurata, qui, come colei che, chinandosi maternamente sull’ammalato, prega, intercede e condivide la stessa com-passione di Cristo Gesù di cui prosegue la sua opera di salvezza.

Carissimi, dove un uomo o una donna soffre, la comunità cristiana non può rimanere assente. Di fronte all’attuale contesto culturale e sociale, la comunità credente è chiamata a riscrivere la parabola del buon samaritano, divenendo così professione di speranza nel mondo della salute.

Perciò, affido il presente testo ai carissimi parroci, ai loro collaboratori e a tutti coloro che in modi diversi “si prendono cura” dei fratelli e sorelle infermi sul corpo dei quali sono impresse le stimmate di Cristo, servo sofferente e uomo dei dolori, perché esso possa essere di aiuto nell’esercizio di questo prezioso “ministero della consolazione”.

“Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode.

Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore.

E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”.

(Gc 5,13-15)

1. Un sacramento da riscoprire e valorizzare

Unzione degli infermi e non estrema unzione 

1. Forse avrà nociuto al sacramento degli infermi il vecchio appellativo di estrema unzione, che ne faceva come il lugubre rito con il quale si consacrava la fine ormai imminente di qualcuno, tant’è che nell’immaginario collettivo, venivano associate le due classiche figure, caratteristiche dello stato d’infermità: quella del medico, che stringendosi tra le spalle, dichiarava che oramai non c’era più niente da fare, e quella del prete che, subentrando, sembrava porre fine con la sua presenza ad ogni sussulto di speranza e di vita.

Forse gli nuoce ancora, nonostante si sia ritornati a chiamarlo con il suo nome giusto, perché normalmente lo si celebra, quando lo si celebra, sui malati gravi: retaggio, questo, plurisecolare da cui ancora non ci si libera. Sta di fatto che questo sacramento, il quinto all’interno del settenario sacramentale, non gode di molta simpatia anche tra i fedeli cristiani; è ritenuto troppo legato alla morte perché i credenti vi facciano ricorso per sé e per gli altri, tutte le volte che è necessario.

In realtà, il sacramento dell’unzione non riguarda i moribondi e neppure il loro ingresso nella vita eterna, ma ogni singolo battezzato, perché nel momento in cui è visitato dalla grave malattia, invece di soccombervi sappia rileggerla e risignificarla alla luce della fede e dell’evangelo, l’unica a non impedirci l’amore alla vita. Questa, sì, va amata nonostante la sofferenza e malgrado la malattia perché, per quanto storicamente violente ed invadenti, esse non sono iscritte nella volontà creatrice e alla cui luce si rivelano nella loro inconsistenza.

(...)