La mano carezzevole di Dio / 2

Lettera pastorale 2013 di mons. Felice di Molfetta / Testo integrale

Roma, (Zenit.org) | 536 hits

Riportiamo di seguito il testo integrale della Lettera pastorale nell’Anno della fede e nella Seconda Visita Pastorale 2013-2014 di monsignor Felice di Molfetta, vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano.

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Ai fratelli e alle sorelle nella fede, “Grazia e pace da Dio Padre Nostro e dal Signore Gesù Cristo” (2 Cor 1,1)

Carissimi,

la Seconda Visita Pastorale in atto dal 1° novembre 2012 nella diocesi mi ha visto pellegrino nelle vostre comunità parrocchiali, inviato dal Supremo Pastore ad annunziare l’evangelo della vita secondo lo Spirito e riaccendere in tutti la speranza cristiana che mai delude le attese di ogni uomo e di ogni donna.

Calorosa e sempre affettuosa è stata l’accoglienza riservatami in tutte le circostanze e gli adempimenti previsti in Santa Visita: ciò mi è stato di grande sostegno e sollievo nella fatica. Fattomi vicino a tutti, senza distinzione alcuna, ho rivissuto l’esperienza di parroco caratterizzata, tra l’altro, dall’attenzione particolare prestata ai malati, fino al momento estremo del loro approdo in Dio.

Grazie alla sensibilità di alcuni parroci, ho conferito anche a qualche infermo il sacramento dell’unzione, con grande partecipazione dei familiari e dello stesso ammalato. Ed è in questa circostanza che ho potuto riscontrare di persona, oltre che dall’analisi degli Atti di Santa Visita, una certa insensibilità pastorale, accompagnata anche da tanta ignoranza. Ed ecco il motivo che mi ha indotto a redigere la presente lettera pastorale, la quale viene accompagnata da una miniatura del secolo decimo in copertina.

Essa infatti descrive la guarigione di un lebbroso in cui Gesù stende la sua mano verso di lui in segno di vicinanza e di condivisione attraverso un gesto benedicente, a indicare la sua potenza risanatrice. Ciò sta a significare che la prima guarigione è quella spirituale operata dall’incontro con il Signore.

Alle spalle di Gesù vi si scorge la figura dell’apostolo Pietro, simbolo della Chiesa, rappresentato dal miniaturista con le mani alzate, nel gesto della preghiera e dell’intercessione. La comunità ecclesiale è simbolicamente raffigurata, qui, come colei che, chinandosi maternamente sull’ammalato, prega, intercede e condivide la stessa com-passione di Cristo Gesù di cui prosegue la sua opera di salvezza.

Carissimi, dove un uomo o una donna soffre, la comunità cristiana non può rimanere assente. Di fronte all’attuale contesto culturale e sociale, la comunità credente è chiamata a riscrivere la parabola del buon samaritano, divenendo così professione di speranza nel mondo della salute.

Perciò, affido il presente testo ai carissimi parroci, ai loro collaboratori e a tutti coloro che in modi diversi “si prendono cura” dei fratelli e sorelle infermi sul corpo dei quali sono impresse le stimmate di Cristo, servo sofferente e uomo dei dolori, perché esso possa essere di aiuto nell’esercizio di questo prezioso “ministero della consolazione”.

“Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode.

Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore.

E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”.

(Gc 5,13-15)

1. Un sacramento da riscoprire e valorizzare

Unzione degli infermi e non estrema unzione 

1. Forse avrà nociuto al sacramento degli infermi il vecchio appellativo di estrema unzione, che ne faceva come il lugubre rito con il quale si consacrava la fine ormai imminente di qualcuno, tant’è che nell’immaginario collettivo, venivano associate le due classiche figure, caratteristiche dello stato d’infermità: quella del medico, che stringendosi tra le spalle, dichiarava che oramai non c’era più niente da fare, e quella del prete che, subentrando, sembrava porre fine con la sua presenza ad ogni sussulto di speranza e di vita.

Forse gli nuoce ancora, nonostante si sia ritornati a chiamarlo con il suo nome giusto, perché normalmente lo si celebra, quando lo si celebra, sui malati gravi: retaggio, questo, plurisecolare da cui ancora non ci si libera. Sta di fatto che questo sacramento, il quinto all’interno del settenario sacramentale, non gode di molta simpatia anche tra i fedeli cristiani; è ritenuto troppo legato alla morte perché i credenti vi facciano ricorso per sé e per gli altri, tutte le volte che è necessario.

In realtà, il sacramento dell’unzione non riguarda i moribondi e neppure il loro ingresso nella vita eterna, ma ogni singolo battezzato, perché nel momento in cui è visitato dalla grave malattia, invece di soccombervi sappia rileggerla e risignificarla alla luce della fede e dell’evangelo, l’unica a non impedirci l’amore alla vita. Questa, sì, va amata nonostante la sofferenza e malgrado la malattia perché, per quanto storicamente violente ed invadenti, esse non sono iscritte nella volontà creatrice e alla cui luce si rivelano nella loro inconsistenza.

Dio è amante della vita 

2. Nel bellissimo diario di Etty Hillesum, la giovane ebrea di Amsterdam morta il 30 novembre del 1943 ad Auschwitz, si legge questa sconvolgente testimonianza:

“Sono ammalata, non ci posso far niente. Più tardi raccoglierò tutte le lacrime e le porrò laggiù. In fondo lo faccio già in questo letto. Forse è per questo che ho la febbre e il capogiro? Non voglio essere il cronista di orrori. E neanche di fatti sensazionali! Ancora stamattina ho detto a Sopie: eppure arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti ‘orrori’ e dire ugualmente che la vita è bella. E ora eccomi coricata, in un angolino con febbre e capogiro, e non posso far nulla. Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d’acqua, ho pensato: se solo potessi andare in giro per quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d’acqua ad alcuni di loro”.[1]

La sofferenza, come si può intuire, è estranea al piano di Dio: e va gridato con voce potente. Perché il Dio della rivelazione, il Dio di Gesù Cristo è “amante della vita” (Sap 11,26). È il Dio dell’amore di alterità; in Lui, la malattia che ferisce il corpo e sfigura la faccia della terra, cessa, paradossalmente, di essere tale per farsi essa stessa grazia.

Annunciare la fede nel Dio di Gesù Cristo, significherà allora dischiudere nel mondo della sofferenza la possibilità di non farsi disumanizzare da essa e continuare, malgrado “il grande dolore che si accumula, la percezione e l’espressione, l’odio impotente e il sadismo […] a riposare sul petto nudo della vita”, sentendo “le sue braccia […] dolci e protettive” e ascoltando “il battito regolare e leggero del suo cuore”.[2] A ricordarcelo è ancora Etty Hillesum.

La sofferenza è estranea al piano di Dio

3. “Il problema del dolore e della malattia è sempre stato uno dei più angosciosi per la coscienza umana. Anche i cristiani ne conoscono la portata e ne avvertono la complessità, ma illuminati e sorretti dalla fede, hanno modo di penetrare più a fondo il mistero del dolore e sopportarlo con più visibile fortezza. Sanno infatti dalla parola di Cristo quale sia il significato e quale il valore della sofferenza per la salvezza propria e del mondo, e come nella malattia Cristo stesso sia loro accanto e li ami! Lui che nella sua vita mortale tante volte si recò a visitare i malati e li guarì”.[3]

Quello appena citato è il primo numero delle Premesse teologiche al rito dell’Unzione. Esso è lì per orientare la corretta comprensione del sacramento nel suo ampio respiro antropologico, biblico e teologico.

Perciò preme subito sottolineare che se la sofferenza, la malattia è estranea al piano di Dio, e il nostro è il Dio della vita, il cristiano non può non collocarsi che sotto il segno della salute, bandendo ogni forma di dolorismo e masochismo; ogni compiacenza nella sofferenza e ogni fatalismo unito a umiliante rassegnazione.

Ciò vuol dire non chiudere gli occhi sulla malattia, ignorandola o subliminandola, ma lottare contro di essa, con tutte le proprie forze, e vincerla in ogni modo. Il terreno della sofferenza umana è ampio e vasto; l’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa ancora più ampia della malattia; si pensi alle molteplici e vaste forme della sofferenza morale.

Ineludibile appare, pertanto, l’interrogativo sul senso della sofferenza, sulle sue cause, sul suo scopo. Certa è la Parola di Dio in cui si legge: “Dio non ha creato la morte” ma “ha creato tutte le cose perché esistano” (Sap 1,14).

È doveroso conservarsi in salute 

4. Ad orientarci in questa rasserenante prospettiva è la stessa Chiesa:

“Rientra nel piano di Dio stesso e della sua provvidenza che l’uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute: la salute infatti, questo grande bene, consente a chi lo possiede di svolgere il suo compito nella società e nella Chiesa” (Praen., n. 3).

Nondimeno non sarà mai possibile separare l’ammalato da “Colui che ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Is 53,4; Mt 8,17). E qui, è d’obbligo per i credenti far riferimento allo scrigno delle Sante Scritture che trovando in Cristo il compimento di tutti i vaticini profetici, ci offre un orizzonte di speranza, mostrando la presenza di Dio che solidarizza con l’umanità e l’accompagna nel suo tentativo di affrontare e superare il male e i suoi segni, il dolore e la sofferenza.

Sicché, per affermare la presenza di Dio, per proclamare la compassione di Gesù Cristo, per rendere presente il Regno che viene, non ci saranno altre parole che quelle della vita, della salute, della gioia, e anche del sontuoso banchetto sul monte (cfr. Is 25,6).

E non è forse questa la bella notizia risuonata sulla bocca di Gesù nella sinagoga di Nazaret, nel suo discorso programmatico? (Lc 4,18-19; Is 61,1-2). In questo annuncio il cristiano potrà scorgere il volto del Cristo, coinvolto in un dolore solidale e redentore, il grande segno di riferimento per la sua sofferenza.

Cristo, medico e terapeuta 

5. La vivente tradizione della Chiesa, dal II secolo in poi, ha sempre considerato Cristo come il medico dei cristiani. Celebre e nota è in tal senso la testimonianza di Ignazio di Antiochia: “Non c’è che un solo medico (iatrόs), materiale e spirituale (sarkikós te kaί pneumatikόs), generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore”.[4] Gli fa eco Ireneo di Lione, quando scrive: “Il Signore è venuto come medico di coloro che sono malati”.[5]

Affermazioni di questo genere ci conducono inevitabilmente sulla figura e sull’azione di Gesù terapeuta, laddove il verbo therapeuo prima che “guarire”, significa “servire”; quindi “curare, prendersi cura”, dedicarsi ai malati, farsi carico delle loro malattie e debolezze. Infatti, la prima immagine di Gesù consegnataci nei vangeli è proprio quella di terapeuta che si pone a servizio dei malati.

Un breve sguardo ai vangeli ci permette di cogliere il significato dell’azione di Gesù. Secondo la testimonianza unanime dei sinottici, l’attività pubblica di Gesù è un’attività terapeutica:

Egli “percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì” (Mt 4,23-24; cfr. Mc 1,39; 3,7-10; Lc 4,33-49; 5,17-25).

Là dove irrompe il Regno scompare la sofferenza, ristabilendo l’uomo nel suo originario disegno: l’uomo guarito e liberato da ogni male è l’uomo come Dio lo ha pensato, da sempre! Gesù, compimento del Regno, non ha fatto discorsi sul dolore e gli affanni della vita; né si è solo avvicinato ad essi, ma vi è anche entrato abitandoli e vivendoli nella sua carne. Ben a ragione poteva dire Paul Claudel che Dio in Cristo “non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto per riempirla della sua presenza”.

2. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico

Cristo, buon samaritano

6.Nella parabola lucana (10,25-37) è racchiusa l’immagine più grandiosa e più affascinante dell’amore gratuito verso chiunque soffre nel corpo e nello spirito nonché rappresenta l’immagine più toccante della figura e della missione di Gesù, di quello che Egli realmente è stato e di quello che ha fatto. E se la parabola suggerisce un atteggiamento fraterno e gratuito, esso illustra il comandamento: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12,31).

Oggetto della parabola - fin troppo nota - è un povero uomo ferito e abbandonato semivivo o semimorto! La sua immagine avrebbe dovuto richiamare l’attenzione, ma i primi due passanti (il sacerdote e il levita), per non vederlo o non lasciarsi coinvolgere, passano dall’altra parte della strada.

Un samaritano, invece, gli passa “accanto”, lo guarda, ne ha compassione, lo cura versandovi l’olio per lenire il dolore, e vino per disinfettarne le ferite, lo carica sulla sua cavalcatura, gli trova un riparo; anzi, lascia perfino una caparra per le ulteriori necessità. Sì, proprio quel samaritano, guarda il volto di quel povero malcapitato e la compassione lo carica di responsabilità: fa la misericordia, si pone a servizio e cura l’uomo al quale si è fatto prossimo.

“Essere accanto, guardare, avere compassione, fare misericordia” sono azioni e dimensioni opposte a quelle del peccato dell’Eden: “guardare, desiderare, prendere, mangiare ossia consumare… nascondersi. Queste azioni avevano allontanato da Dio e creato complicità nel peccato; le azioni del samaritano invece lo avvicinano al fratello e a Dio, perché riconosce in quel volto l’immagine del suo creatore”.

Nella parabola lucana l’autoritratto di Gesù

7. Nel buon samaritano Gesù traccia infatti il suo autoritratto. Si fa prossimo di ogni sofferente, e si prende cura dell’altro, prima ancora di guarirlo, superando ogni distinzione etnica, ogni preoccupazione di culto staccato dalla vita (come il sacerdote e il levita), ogni interesse (il ferito era uno sconosciuto e come tale non avrebbe potuto rispondere al bene ricevuto). Quello del samaritano, in ultima analisi, è un aiuto offerto con totale gratuità!

Lo stupore che la pericope lucana suscita ogni volta che la si legge o la si ascolta, non può non generare nell’animo ammirazione, lode, ringraziamento. Ed è quello che fa la liturgia della Chiesa, quando introduce l’assemblea dei fedeli nella prece eucaristica con il canto del Prefazio:

“È veramente giusto lodarti e ringraziarti,

Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,

in ogni momento della nostra vita,

nella salute e nella malattia,

nella sofferenza e nella gioia,

per Cristo tuo servo e nostro Redentore.

Nella sua vita mortale

egli passò beneficando

e sanando tutti coloro

che erano prigionieri del male.

Ancor oggi come buon samaritano

viene accanto ad ogni uomo

piagato nel corpo e nello spirito

e versa sulle sue ferite

l’olio della consolazione e il vino della speranza.

Per questo dono della tua grazia,

anche la notte del dolore

si apre alla luce pasquale

del tuo Figlio Crocifisso e Risorto”.[6]

Unzione degli infermi, la vittoria del Risorto

8.Se le guarigioni dei malati hanno caratterizzato fin dall’inizio l’attività pubblica di Gesù e gli stessi suoi discepoli furono da lui inviati con questo compito:

“E partiti, predicavano che la gente si convertisse; scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” (Mc 6,12-13),

la Chiesa non poteva far cadere uno degli aspetti più caratteristici, più profondamente umani dell’attività terrena di Gesù, espressi dal suo senso partecipativo della sofferenza, della pena dei fratelli e della sua solidarietà con gli altri.

Perciò Leone il Grande in un suo sermone sull’Ascensione potrà affermare: “Quod conspicuum erat in Christo, transivit in Ecclesiae sacramenta”.[7] Così dicendo il grande pontefice lega lo ieri di Cristo all’oggi della Chiesa sacramento, e ai sacramenti della Chiesa. Sì, per davvero, ciò che era visibile nel nostro Redentore è passato nei sacramenti della Chiesa, prolungando e attualizzando la particolare sollecitudine salvifica di Gesù per i malati.

Alla debolezza e alla fragilità della creatura nel tempo della malattia e dell’infermità viene incontro il sacramento dell’Unzione degli infermi, in cui viene celebrata e manifestata la vittoria che il Risorto riporta sul peccato e sulle sue conseguenze.

La liturgia, momento ultimo della storia della salvezza, ancora una volta e in modo mirabile, canta l’hodie di Cristo Redentore e Signore, vivente e operante nella Chiesa:

“Tu hai voluto che il tuo unico Figlio,

autore della vita,

medico dei corpi e delle anime,

prendesse su di sé le nostre infermità

per soccorrerci nell’ora della prova

e santificarci nell’esperienza del dolore.

Nel segno sacramentale dell’Unzione

mediante la preghiera della Chiesa,

ci purifichi e ci sollevi

con la grazia dello Spirito

e ci rendi intimamente partecipi della vittoria pasquale”.[8]

La riforma liturgica: comprensione rinnovata del sacramento

9. Il cammino della riforma liturgica intrapreso dal Vaticano II (cfr. SC, nn. 73-75; LG, n. 11; PO, n. 5) ha segnato in modo decisivo una comprensione rinnovata del quinto sacramento. In particolare la direzione nella quale si è mossa la rivisitazione dell’Unzione degli infermi si è concretizzata attorno a tre elementi peculiari.

Anzitutto un’attenzione non periferica riservata alla dimensione antropologica che connota i destinatari di questo evento sacramentale; in secondo luogo una rivalutazione della missione della comunità cristiana, chiamata a prendersi cura dei fratelli e delle sorelle infermi; infine un rimando più articolato e preciso al fondamento scritturistico che evidenzia in Gc 5,13-15 e, prima ancora nella prassi di Gesù, l’inizio di questo evento sacramentale.

Di grande insegnamento è il pensiero del teologo tedesco riformato J. Moltmann:

“Il segreto del guarire che conduce alla salvezza totale è questo: le piaghe sono guarite dalle piaghe. Gesù aiuta non con il suo pieno dominio della malattia, del dolore e la morte, ma con la sua dedizione alla sofferenza e la sua obbedienza fino alla morte di croce. Gli idoli del potere e del successo non soccorrono, nemmeno all’ospedale. In realtà può aiutare soltanto il Dio sofferente che salva, perché solo lui ama senza riguardo a sé stesso […]. Nella passione di Gesù riconosciamo la passione dell’amore divino. Dalla sua sofferenza riceviamo la vita, dalla sua morte la salvezza”.[9]

Il mistero pasquale nella malattia

10. È nella beata passio del Cristo Redentore e Signore la chiave di lettura del sacramento dell’Unzione in quanto ripresentazione della Chiesa, in prospettiva simbolico-rituale, efficacia salvifica dell’evento celebrato. Infatti dal mistero di morte e di gloria di Gesù, dalla sua croce e risurrezione, dalla notte del Getsemani e dal mattino di pasqua scaturisce per i credenti una rinnovata esperienza di comunione con il Padre.

Il beato Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica sul significato cristiano del dolore umano (Salvifici doloris, 11 febbraio 1984) scrive: “Nella croce non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta” (n. 19). Nel Crocifisso-Risorto (cfr. Fil 2,8.11), infatti l’esperienza della malattia e di ogni fragilità umana è tolta dall’isolamento che la relegava in una condizione di castigo e di marginalità del vissuto esistenziale del malato, per essere avvolta dal mistero della sua pasqua e orientata nella prospettiva della sua risurrezione.

Indubbiamente, suscita un certo disagio pensare al mistero pasquale nella malattia e nella sofferenza. Chi ha esperienza pastorale di vivere accanto ai malati e sofferenti sa di fatto come sia difficile, o per lo più impossibile, proporre soluzioni “soddisfacenti”.

Nondimeno, se oggi il Cristo è nella gloria, egli soffre ora nelle sue membra doloranti, donando la forza risanante della sua pasqua sempre in atto, di cui ogni sacramento, specie quello degli infermi, porta l’impronta.

Sull’esempio di Gesù e della sua sollecitudine verso i malati, la Chiesa delle origini manifesterà la medesima premurosa attenzione del suo Signore espressa dal testo della lettera di Giacomo (5,14-15), che costituisce il fondamento scritturistico di questo sacramento:

“Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui; dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore.

E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”.

3. Nel sacramento la mano carezzevole di Dio

Il sacramento: riattualizzazione dell’opera di Cristo

11. È attraverso i sacramenti che l’eternità mette le sue tende nella provvisorietà del tempo e la storia di Dio viene a visitare e ad abitare l’esodo incessante della condizione umana: in modo particolare si deve dire che in questo sacramento dell’unzione, la compagnia del Dio vivo all’uomo infermo si manifesta nella forma più intensa e misericordiosa, ponendo in esso un seme di guarigione.

Il malato, fondamentalmente, è un segregato, un tagliato fuori dal ciclo produttivo, fino a perdere il suo ruolo attivo sociale e personale. D’altronde, l’emarginazione, la solitudine e la passività costituiscono il contorno antiumano che circonda l’ammalato. “Proprio per questo, Cristo ha voluto dare ai suoi fedeli malati la forza e il sostegno validissimo del sacramento”.[10]

E se, alla luce del testo di Giacomo, il sacramento propone un messaggio, offre un dono e richiama ad un impegno la comunità, “La celebrazione del sacramento consiste sostanzialmente in questo: previa l’imposizione delle mani fatta dai presbiteri della Chiesa, si dice la preghiera della fede e si ungono con l’olio santificato dalla benedizione di Dio; con questo rito viene significata e conferita la grazia del sacramento”:[11] recitano così le premesse all’Unzione degli infermi.

Non sarà per noi superfluo però far notare che il rito dell’unzione è, e deve essere, inserito nel contesto della pastorale dei malati. Il sacramento infatti assumerà tutta la sua forza di segno e la sua efficacia spirituale soltanto se costituirà momento culminante di una più vasta attenzione verso il malato, proprio sulle orme di quel Cristo che ebbe una particolare sensibilità verso questa categoria di persone sofferenti.

Pertanto, l’Unzione degli infermi non è da considerarsi come un atto miracolistico, ma la riattualizzazione degli interventi di Cristo, oggi, nella Chiesa e mediante la Chiesa, a vantaggio del cristiano che, nella malattia, si apre all’oggi del Cristo pasquale. E come tale deve essere celebrato.

Svolgimento rituale

12. Il rito, infatti, fin dalle prime battute e in un clima altamente familiare - saluto, aspersione con l’acqua benedetta, ammonizione presidenziale, atto penitenziale - mira a risvegliare e ravvivare l’atteggiamento di fede nella presenza del Risorto, focalizzando l’attenzione dell’ammalato e dei presenti sul mistero pasquale, inteso come ministerium alleviationis (LG, 28), ossia come segno efficace di consolazione e solidarietà con l’infermo.

Un ruolo fondamentale e illuminante viene esercitato dalla proclamazione della Parola, luogo in cui Cristo si rivela e si rende presente per offrire un nuovo significato esistenziale all’uomo che soffre; e nei momenti difficili della vita, la Parola può splendere come luce nella notte del dolore e consolante viatico nella fatica del percorso.

Sono oltre settanta i brani biblici proposti: essi mirano a stabilire un vero e intenso dialogo nella fede tra il Vivente, il sempre Veniente, e la comunità credente, raccolta attorno all’ammalato. Al malato questo viene richiesto: un nuovo, intimo, convinto atto di fede. È questo il compito del servizio della Parola!

Né deve essere dimenticata la presenza determinante e qualificante dello Spirito Santo, vero protagonista del sacramento e forza invisibile che anima tutto il dinamismo celebrativo, che qui viene espressa in modo particolare attraverso l’imposizione delle mani sul capo dell’infermo. È proprio dello Spirito risanare, liberare, scacciare la debolezza, drizzare ciò che è sviato; in una parola: salvare.

“Nel sacramento dell’unzione, esplicitamente legato alla preghiera della fede (cfr. Gc 5,15), la fede stessa si esprime e si manifesta”.[12] È proprio da questa stretta connessione tra preghiera e unzione, aspetto orante e curativo, che prende vita il quinto sacramento.

Nel testo di Gc 5,14-15 già riportato sono infatti racchiusi, sotto il profilo celebrativo, tutti gli elementi essenziali della dottrina cattolica sull’Unzione degli infermi: i destinatari, i ministri, il segno sacramentale, gli effetti.

I destinatari del sacramento

13.La domanda ora è d’obbligo: a chi si deve dare l’Unzione degli infermi? Chi sono i destinatari di questo dono pasquale? Le premesse al rito ci dicono chiaramente:

“L’unzione si deve dare agli infermi, dice l’epistola di San Giacomo, perché ne abbiano sollievo e salvezza. Con ogni premura quindi e con ogni diligenza si deve provvedere al conferimento dell’Unzione a quei fedeli, il cui stato di salute risulta seriamente compromesso per malattia o vecchiaia”.[13]

Stante il tenore della lettera di Giacomo, espresso dalle parole “Chi è malato chiami…”, l’infermo è uno che è costretto a letto, dato che ha bisogno di far venire i presbiteri; è un soggetto fortemente provato da una sofferenza lunga e grave e che si attende da Dio la forza per sopportarla.

È fuori dubbio: l’Apostolo, quando parla dell’Unzione, pensa ai malati fisicamente gravi e non a malati colpiti da infermità leggere; né pensa solo ai moribondi. Questo aspetto è anche sottolineato dal fatto che è il malato che chiama i presbiteri; ciò implica una richiesta in qualche modo personale, che esclude ogni prospettiva di rimedio magico, ma di una volontà, almeno implicita, di ricevere l’aiuto di Cristo, attraverso il sacramento.

Se siamo in presenza di una malattia severa che mette seriamente alla prova la persona che non è più in grado di uscire di casa, sì da dover far chiamare qualcuno perché la visiti e le sia vicino, l’Unzione non può essere conferita indiscriminatamente, né deve essere considerato come il sacramento della terza età. Sarebbe perciò un errore teologico e pastorale estendere l’unzione ad ogni piccolo male, deformandone il senso e sospingendolo nella direzione inaccettabile di un atto di superstizione.

Pur tenendo conto di tale interpretazione, nella prassi pastorale bisogna evitare di darvi un senso restrittivo; per cui, al di fuori dei casi espressamente previsti - vecchiaia anche senza malattia, operazione chirurgica motivata da un male pericoloso - bisogna lasciarsi guidare da criteri più larghi, come il reiterare il sacramento quando la malattia si aggrava o il malato “ricade in un’altra malattia” (CJC, can. 1004, § 2) e di conferirlo anche ai bambini che hanno raggiunto l’uso della ragione. D’altronde, lo stesso Codice prescrive che nel dubbio se l’infermo abbia raggiunto l’uso della ragione o sia in condizioni pericolose, questo sacramento deve essere amministrato (can. 1005).

È da riprovarsi invece la pessima abitudine di rinviare la recezione del sacramento; per cui, pastoralmente, è preferibile dare all’ammalato questo segno sacramentale della presenza di Cristo all’inizio della sua malattia, scegliendo il momento più opportuno sia per il malato e sia per i familiari.

Anziani e ministri del sacramento

14. Riguardo alla categoria degli anziani, la Chiesa prende in grande considerazione questi fratelli e sorelle come soggetti possibili del sacramento, però non si può estendere questa volontà in modo indiscriminato. Le condizioni particolari, nelle quali è possibile celebrare l’unzione per le persone avanzate negli anni, sono quei disordini organici e psicologici tali da sovvertire nel profondo la struttura delle persone che stanno invecchiando.

Circa poi i ministri del sacramento va detto che in questi ultimi decenni, si sono manifestate delle tendenze teologiche che hanno messo in dubbio la dottrina della Chiesa secondo la quale il ministro del sacramento dell’Unzione degli infermi non sarebbe “omnis et solus sacerdos”, ma anche un diacono o un laico qualificato.

Le parole greche della lettera di Giacomo (5,14), che la vulgata traduce “presbyteros Ecclesiae” in consonanza con la Tradizione, non si riferiscono infatti agli anziani per età della comunità, ma a quella categoria particolare di fedeli che, per l’imposizione delle mani, lo Spirito Santo ha posto a pascere la Chiesa di Dio, come per esempio in Atti 20,17, riferito alle guide preposte alla Chiesa di Efeso.

“Questa dottrina è definitive tenenda. Né diaconi né laici perciò possono esercitare detto ministero e qualsiasi azione in questo senso costituisce simulazione del sacramento”.[14] Pertanto, solo i presbiteri accompagnai dai fedeli devono pregare sul malato e ungerlo con olio, e solo attraverso di essi il Cristo glorioso dispiega nella Chiesa i suoi gesti di salvezza in favore dei malati.

Non poche volte in questi anni mi sono fatto portavoce dei malati ai sacerdoti e agli operatori pastorali circa la loro presenza in casa degli infermi. E ora con forza ritorno a richiamare tutti a questo grave compito ministeriale. Esso infatti esige la capacità di donarsi senza limiti, mettendosi a disposizione degli infermi, ma soprattutto di condividere con loro la sofferenza, visitandoli personalmente con premurosa frequenza, aiutandoli e accompagnandoli nell’ora oscura del dolore.

In tal senso, mi sia consentito di rammentare ai fratelli parroci quanto il CJC prescrive:

“Per poter adempiere diligentemente l’ufficio di pastore, il parroco […] assista con traboccante carità gli ammalati, soprattutto quelli vicini alla morte, nutrendoli con sollecitudine dei sacramenti e raccomandandone l’anima a Dio” (can. 529 § 1).

Gli effetti del sacramento

15. Per finire, consideriamo gli effetti del sacramento; essi sono espressi dalla formula sacramentale:

“Per questa santa unzione

e la sua piissima misericordia

ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo.

Amen.

E, liberandoti dai peccati, ti salvi

e nella sua bontà ti sollevi.

Amen.

Rileggiamo la premessa n. 6 al Rito dell’unzione: “Questo sacramento conferisce al malato la grazia dello Spirito Santo; l’uomo ne riceve l’aiuto per la sua salvezza, si sente rinfrancato dalla fiducia in Dio, e ottiene forza nuova contro le tentazioni del maligno e l’ansietà della morte; egli può così non solo sopportare validamente il male, ma combatterlo, e conseguire anche la salute, qualora ne derivasse un vantaggio per la sua salvezza spirituale; il sacramento dona inoltre, se necessario, il perdono dei peccati e porta a termine il cammino penitenziale del cristiano”.[15]

Conseguenza della preghiera che da essa procede è appunto un “salvare” colui che giace ammalato. Giacomo ha un concetto forte di “salvezza” e non l’appiattisce sul livello di un semplice benessere corporeo o spirituale. Il verbo usato (sôzein) dall’Apostolo indica nella sua lettera quella salvezza stabile e piena che solo Dio e la sua Parola sono in grado di operare (Gc 1,21; 4,12).

In tale orizzonte sembra doversi intendere anche la promessa che il Signore solleverà (meglio rialzerà) il malato. Il termine rialzare (in greco eghèirein è un verbo resurrezionale), in maniera più immediata sembra riferirsi al gesto fisico di chi si alza dal letto della sofferenza in vista di una restaurazione fisica; nondimeno può riferirsi anche al sollievo spirituale del malato abbracciando altresì i sentimenti interiori di chi è spiritualmente depresso per la gravità del male sia per gli interrogativi inquietanti che ogni pericolo di morte porta con sé.

Ad ogni modo, gli esegeti ci dicono che il testo di Giacomo lascia aperte le due possibilità di lettura in una visione antropologica unitaria dove l’essere umano è salvato e risorge nella sua integrità psicofisica, terrena e ultrastorica. La piissima misericordia di Dio infatti, celebrata nel rito e significata dall’unzione, è potenza di rinascita nella fede dello Spirito Santo e principio di risurrezione in Cristo per una vita nuova.

L’ultima promessa riguarda il perdono dei peccati: “Se ha commesso peccati, gli saranno perdonati”. Qui è doveroso ricordare la rubrica presente all’interno dei Riti iniziali e precisamente dopo l’ammonizione: “Quindi si fa l’atto penitenziale, a meno che il Sacerdote non ascolti a questo punto la confessione sacramentale dell’infermo”.[16]

Il dinamismo pasquale che anima l’intera celebrazione, raggiunge in queste parole il suo culmine, “E liberandoti dai peccati ti salvi…”. Sì, perché, il peccatore è schiavo, è prigioniero, è incatenato. Con il perdono, frutto della grazia dello Spirito, invece si sciolgono le sue catene e viene liberato dalla prigionia e dalla schiavitù.

Ritengo altresì richiamare i presbiteri facendo loro notare che la remissione dei peccati è un effetto obbliguo dell’unzione ma non il principale che è in vista di dare sollievo all’ammalato. Si prenda seriamente in considerazione la prassi pastorale, senza delegare ad altri il compito di “infirmos visitare” da parte dei sacerdoti parroci, offrendo ad essi la possibilità di confessarsi e dare loro la serenità della coscienza e la gioia del perdono.

Una conclusione con ulteriori indicazioni pastorali

Carissimi,

da tutto ciò che siamo venuti dicendo, l’obiettivo pastorale di questo sacramento è quello di aiutare il malato a vivere bene il suo stato di infermità, per aprirgli l’animo alla speranza e alla pace. Conferito all’ultimo momento della vita, a un soggetto ormai in uno stato di morte incosciente se non addirittura ormai privo di vita, il sacramento dell’Unzione ha corso il rischio di essere considerato come un rito semimagico.

Urge perciò riscattarlo con una rinnovata azione pastorale-catechetica, collocandolo nel suo nativo alveo di sacramento della fede; fede che lo presuppone, lo esprime, lo nutre. Pertanto, “il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana”, come scrive Papa Francesco nella Lumen fidei, n. 40.

Purtroppo, il sacramento, già non debitamente considerato dal comune sentire cristiano, staccato dalla fede, rischia di diventare una mera formalità: di qui l’urgenza di una coscientizzazione pastorale all’interno della comunità parrocchiale, attraverso una opera-azione mirata al recupero della sua dignità.

Se il sacramento ci propone un messaggio di vita e ci offre un dono pasquale, esso però ci richiama ad un impegno. Come tutti i sacramenti, anche l’Unzione dei malati è un sacramento della comunità: è tutta la Chiesa che con l’Unzione raccomanda gli ammalati al Signore.

San Giacomo, nel suo testo, ci ha presentato come una cosa normale il fatto che ci si preoccupi dei fratelli malati, ungendoli con olio nel nome del Signore, esortando i fedeli alla carità reciproca. Il gesto sacramentale, sostanzialmente, intende quindi ecclesializzare una situazione di bisogno e di sofferenza che il più delle volte, per pudore o chiusura egoistica, si è tentati di nascondere o di privatizzare.

Urge, sotto questo profilo, ricomprendere il significato di questo sacramento, attirando altresì l’attenzione sul ruolo della comunità ecclesiale che svolge un compito di ripresentazione storica della prossimità di Cristo. Il ministero di sollecitudine e di cura pastorale, che la comunità dei credenti esercita nei confronti dei fratelli e sorelle infermi, non solo è prolungamento del compito affidato da Gesù ai discepoli, ma anche luogo storico di incontro e di servizio reso al Cristo presente nelle situazioni concrete di questi credenti (cfr. Mt 25,36) che vivono il tempo della malattia in una condizione di uomini e donne in cammino.

Né poi deve essere trascurato o dimenticato un altro aspetto. I cristiani malati e infermi, mediante questo evento sacramentale, sono resi memoriale vivente per la comunità dei credenti, e nella testimonianza della loro fede, vivono la dimensione del pellegrinaggio verso l’eterno, nella speranza che trovi il suo compimento in Dio.

Questa esperienza sacramentale conforma più direttamente i fratelli e le sorelle infermi alla passione di Cristo crocifisso e risorto; in tale orizzonte essi sono costituiti memoriale vivente e attualizzato del Cristo pasquale in mezzo ai suoi. D’altronde la presenza di parenti, di amici, di persone care, di operatori sanitari, dei volontari e del presbitero evidenzia, in questo recupero della dimensione ecclesiale del sacramento, una tradizione, un contesto familiare al quale l’infermo appartiene e nel quale sperimenta la sollecitudine e la cura della Chiesa verso di lui.

È pur vero che oggi non si vive più lo stato di infermità in casa, nondimeno la cura pastorale degli infermi sollecita la nostra vicinanza e il nostro impegno ministeriale verso i malati, porzione eletta della comunità parrocchiale. Un notevole aiuto inteso a riscoprire la natura di questo sacramento, ci potrà venire dalla celebrazione comunitaria dell’Unzione (UI, 69).

Questa celebrazione per più malati contemporaneamente non può essere improvvisata, bensì preparata con cura attraverso l’accostamento individuale dei malati da ammettere, dopo un attento discernimento e un’adeguata catechesi, evitando l’unzione indiscriminata di tutti i fedeli presenti alla celebrazione: ciò finirebbe per banalizzare la natura del sacramento.

La medesima cosa va detta anche per la celebrazione del sacramento quando si svolge in casa la quale, fatta desiderare dall’infermo attraverso il dialogo familiare e costante con lui durante le visite, non deve mai perdere la dimensione comunitaria, come è avvenuto in alcuni casi della mia Visita Pastorale. In tal senso, la preparazione previa mirerà anche a far dare dignità alle case e al luogo; a partire dal celebrante che dovrà indossare l’abito liturgico come ben si addice al sacramento e alla educazione liturgica dei fedeli. Alla presenza dei familiari e conoscenti, in tale circostanza, e attraverso l’omelia si dovrà far comprendere che l’Unzione degli infermi non è il sacramento dei moribondi, ma dono dello Spirito nella particolare situazione della malattia.

Qualora dovesse capitare di essere chiamati a conferire l’Unzione quando è avvenuta la morte, è vietato categoricamente celebrare il sacramento, salvo nel caso di dubbio serio e ragionevole che l’ammalato sia veramente morto (cfr. CJC, can. 1005).

Esorto infine, al rispetto che si deve all’olio degli infermi il quale va custodito insieme con il sacro crisma e l’olio dei catecumeni in una edicola presso il battistero o in un altro luogo degno e visibile della chiesa.

Sarà nell’armoniosa convergenza di tutte le varie componenti del popolo di Dio (soprattutto ministri straordinari della comunione, Unitalsi, Azione Cattolica Italiana, sodalizi confraternali e gruppi ecclesiali) secondo una ministerialità diffusa, riconsiderare la giusta prospettiva di questo sacramento quale annuncio attuale di speranza per l’infermo e per quanti lo assistono.

Nel consegnare questa lettera nel giorno della Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo, ringrazio di cuore tutti coloro che si prenderanno cura dei malati pregandoli di recar loro il mio saluto beneaugurante con ogni benedizione del Signore.

Cerignola, 6 agosto 2013, Trasfigurazione del Signore, nell’Anno della Fede e nella Seconda Visita Pastorale.

† don Felice, Vescovo

*

NOTE

[1] Diario 1941-1943, a cura di J.G. Gaarlandt, Adelphi, Milano 1987, p. 233.

[2] Ivi, pp. 114-115.

[3] Rituale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Sacramento dell’unzione e cura pastorale degli infermi (= UI), CEI-LEV, Città del Vaticano 1974, Praenotanda (= Praen.), 1.

[4] Ad Ephesios, 7,2.

[5] Adversus haereses, III, 5, 2.

[6] Messale Romano, Prefazio VIII: «Gesù buon samaritano».

[7] Sermo 74,2.

[8] Messale Romano, Prefazio dell’Unzione degli infermi: «La sofferenza, partecipazione alla Pasqua di Cristo».

[9] In Diaconia. Il servizio cristiano nella prospettiva del Regno di Dio, Claudiana, Torino 1986, pp. 36-37.

[10] UI, Praen., n. 5.

[11] UI, Praen., n. 5.

[12] UI, Praen., n. 7.

[13] UI, Praen., n. 8.

[14] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota circa il Ministero del Sacramento dell’Unzione degli infermi, 11 febbraio 2005.

[15] UI, Praen., n. 6.

[16] UI, n. 73, p. 53.