La maternità in affitto

Una nuova forma di schiavismo si nasconde dietro il commercio di uteri

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 420 hits

L’era della globalizzazione apre a nuovi scenari, non solo per quanto riguarda i campi dell’economia e della finanza, ma anche per il raggiungimento del desiderio di maternità e paternità. E non stiamo parlando delle adozioni internazionali, un percorso che richiede vari anni per diventare genitori, e per questo ritenuto “scomodo” da molte coppie.

E non stiamo nemmeno facendo riferimento alla procreazione assistita, che ormai è da molti ritenuta un fallimento, visto il numero di tentativi che occorre ripetere per diventare genitori, e viste le conseguenze dolorose che lascia nell’animo della donna.

Esiste una nuova frontiera per arrivare alla genitorialità che si chiama “maternità in affitto”. Questa modalità consiste nel “chiedere” ad una donna di diventare madre per la durata della gestazione, per poi affidare il bambino alla coppia richiedente. E il concepimento del figlio può avvenire con il seme del futuro padre, o con un seme “garantito” offerto dall’organizzazione. E anche se il seme venisse inviato a queste cliniche specializzate, non sempre è assicurato l’utilizzo di quel seme. Le prove comparative del DNA tra il padre e il figlio hanno mostrato varie volte la loro imcopatibilità biologica.

Non dobbiamo trascurare questo nuovo fenomeno, di cui non si conoscono affatto le cifre, perchè la maternità in affitto è una pratica al limite della legalità, e per questa ragioni non possono essere stilate statistiche precise.

Sono vari i paesi che hanno acconsentito a questa pratica generativa (Stati Uniti, Ucraina, Armenia, Georgia, Grecia, Russia e India); poi esistono altre nazioni dove questa modalità  è completamente illegale, e viene praticata saltuariamente in clandestinità.

Laddove la maternità in affitto è illegale, vi sono dei mediatori, che diventano gli assoluti protagonisti di questa tratta di essere umani. Queste organizzazioni che perseguono  finalità di lucro, da un lato assoldano le donne povere per diventare madri a tempo limitato, e dall’altro trovano persone disposte a diventare padri e madri a tutti i costi. Si tratta di persone, che non sarebbero mai potuti diventare genitori, come possono essere le coppie omosessuali.

E l’illegalità attecchisce maggiormente nei paesi in Via di Sviluppo, come ad esempio sta accadendo in India. Diverse donne vengono comperate per svolgere il servizio di affitto dell’utero più volte durante l’età della fertilità biologica. Questo sfruttamento della condizione femminile è disumano e non deve essere assolutamente trascurato e nemmeno relativizzato. Alcuni benpensanti sono arrivati a dire che questo è un “lavoro” più dignitoso di altri, perchè consente alle donne di raggiungere una maggiore indipendenza economica e una migliore prospettiva di vita.

Ma non dobbiamo dimenticarci che dietro questi fenomeni esistono organizzazioni criminali che sfruttano queste donne. E poi interroghiamoci seriamente: queste donne “affittate” per diventare madri, a quali conseguenze psicologiche e spirituali, vanno incontro prima, durante e dopo quella gravidanza? In realtà, il loro stato d’animo, il loro benessere spirituale è completamente trascurato, anzi la maggior parte delle volte nemmeno considerato.

Come si può pensare che il bambino o la bambina che portano in grembo per almeno nove mesi non abbia nessuna relazionalità con la mamma. Oltre alla flagellazione della dignità di queste donne schiave fino al punto di affittare l’utero, si parla poco anche della condizione e destino dei bambini generati su ordinazione. Già è drammatico per una mamma decidere di dare in adozione un proprio figlio. Figuriamoci una mamma in affitto, che non ha desiderato quel bambino, ed è solo per una serie di ragioni utilitaristiche, commerciali e materialistiche che accetta di vendersi una gravidanza.

Dal punto di vista psicologico, la mamma in affitto cercherà di portare avanti la gravidanza  con freddezza, evitando di sviluppare una relazione d’amore con il figlio che porta in grembo. Gli accordi di tipo commerciale che stanno alla base del concepimento e della gravidanza rendono quel bambino indesiderato moralmente. Il figlio è concepito come strumento di guadagno.

Ora spostiamo l’attenzione dalla madre in affitto al figlio nato da questa donna. Questo bambino un domani crescerà, ed avrà il diritto a conoscere la sua vera storia. Siamo arrivati al punto della questione: i genitori che avranno cresciuto questo figlio nato da un madre in affitto, avranno il coraggio di raccontargli tutta la verità sulla sua nascita e sulla sua storia?

Spesso illegalità e verità non sempre convivono pacificamente, ma il primo tende a nascondere l’altro. Molti figli probabilmente non conosceranno la loro storia, vivranno il peso dell’inganno sulle loro origini. E questo comprometterà seriamente le relazioni dentro la famiglia: il silenzio su alcune verità determina imbarazzo, e questo impedisce legami affettivo autentici e spontanei.

E se i genitori dovessero raccontare la vera storia, quale potrebbe essere la reazione del figlio, quali pensieri e stati d’animo travolgerebbero il cuore di quella persona? E poi pensiamo solo un attimo al desiderio legittimo di quel figlio che un domani vorrà conoscere la sua madre biologica e il padre che avrà donato il suo seme. Ci saranno i mezzi per effettuare questa ricerca, o tutto sarà stato tolto di mezzo da quelle organizzazioni senza scrupoli, che avranno cancellato ogni prova per non lasciare traccia del loro reato?

Non è possibile che un figlio nasca “per procura”, non è possibile concepire un figlio come se fosse un ordine passato alla fabbrica, che poi debba essere venduto sul mercato per trarne profitti.

La dignità della persona umana risulta essere gravemente ferita. Come avviene in tutti gli ambiti di illegalità, c’è urgente bisogno che le istituzioni civili internazionali intervengano per impedire nuove forme di schiavismo.