"La missione della Chiesa è una da sempre: portare Cristo agli uomini" (Seconda parte)

Intervista alla prof.ssa Ilaria Morali, consultore per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 294 hits

Pubblichiamo in seguito la seconda parte dell’intervista alla professoressa Ilaria Morali, Dottore in Teologia Dogmatica e Docente presso la Gregoriana dal 1994. La prof.ssa è stata nominata da papa Francesco, a marzo 2014, consultore per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

In questa parte dell’intervista, la teologa risponde riguardo alle sfide poste dinanzi alla Chiesa, come istituzione, e ai cristiani nel mondo quanto al tema del dialogo interreligioso.

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Lei è stata nominata di recente dal Papa consultare per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Vorrei usare il titolo di un documento del 1991 «Dialogo e annuncio» per chiederle: come si supera l’apparente contrasto tra i due gesti del dialogare con le altre religioni e dell’annuncio dell’unicità salvifica di Gesù Cristo?

Prof.ssa Ilaria Morali: Nella letteratura missiologica esistono correnti che continuano a contrapporre missione e dialogo. In molti casi si giunge a disintegrare la parola stessa ‘missione’, sostituendola con terminologie molto ambigue e nozioni ‘liquide’ in cui manca qualsiasi riferimento alla matrice evangelica e per contro si tende ad ‘ipostatizzare’ il dialogo, che viene ad essere quasi un criterio ideologico.

Nella mia modesta esperienza di confronto con persone appartenenti ad altre religioni, ho colto nei miei interlocutori soprattutto un desiderio: conoscere chi è il cristiano e quale sia la sua fede. Nessuno si è mai sentito offeso o oltraggiato quando con serenità parlavo della mia fede e della mia certezza. E d’altra parte, si possono fare esperienze di grande condivisione nel rispetto della diversità.

Ci può parlare di qualche esperienza concreta?

Prof.ssa Ilaria Morali: Alcuni mesi fa ho partecipato ad un incontro con i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose presenti in Irak. Mi creda: al di là delle oggettive differenze, delle tensioni, che pure esistono, mi ha colpito un fatto: la sofferenza trasversale che colpisce senza esclusione di colpi tanto musulmani quanto cristiani. Un partecipante all’incontro, che si teneva presso il Pont. Consiglio, mi diceva in una pausa dei lavori: dopo un attentato, gli ospedali si riempiono di feriti, mutilati gravi, donne uomini e bambini…le bombe non distinguono le fedi, ma colpiscono chiunque.

Molti sono i valori che si possono condividere e queste situazioni così dolorose lo dimostrano. Ciò non toglie che sussistano le differenze e che io creda, nel profondo del cuore, che Cristo è venuto a fasciare i cuori e a portare la sua parola di salvezza e di consolazione.

Se entrassi in dialogo rinunciando alla certezza che Cristo è la risposta ad ogni uomo, non sarebbe un vero dialogo, né vi entrerei da cristiano, né penso che il mio interlocutore sarebbe soddisfatto di trovarsi davanti un cristiano a ‘targhe alterne’, in certi giorni sì ed in altri un po’ meno. Occorre quindi distinguere il metodo del dialogo, la pedagogia che lo caratterizza, dai contenuti. Al metodo ed alla pedagogia va ricondotta l’esigenza di creare le condizioni necessarie per un dialogo, quali il rispetto, la moderazione, l’equilibrio, la conoscenza, ai contenuti appartengono le certezze. Si dialoga per conoscere le rispettive certezze, per confrontarle, per capire meglio e di più.

Come vede – o meglio – come si vede quale donna consultore per il Pont. Consiglio per il Dialogo interreligioso?

Prof.ssa Ilaria Morali: Rispetto alla recente nomina, che ho accolto con stupore e riconoscenza, posso dirle che come donna avverto una responsabilità specifica: una volta ad un incontro interreligioso feci notare ai presenti, tutti rappresentanti delle alte gerarchie, delle diverse tradizioni religiose, che i leaders religiosi sono tutti uomini e che i conflitti tra le religioni sono molte volte conflitti generati da uomini e dicevo loro anche che è un grande peccato che alle donne non sia dato modo di parlare, perché molte cose si risolverebbero in modo diverso se fosse data alle donne la parola e la possibilità di operare per le proprie comunità di appartenenza.

A queste mie parole, colsi un disagio trasversale in tutti gli uomini presenti, a prescindere dalla tradizione e fede di appartenenza. Ammutolirono. In compenso vidi la collega musulmana che sedeva di fronte a me mandarmi un abbraccio con un sorriso straordinario ed il segno del pollice per dirmi la sua approvazione. 

Le donne costituiscono, nelle comunità di cui queste persone sono leaders, una maggioranza. Da loro dipende l’educazione al dialogo dei giovani, nelle famiglie, nelle scuole, negli ospedali…il dialogo interreligioso, nel tessuto della vita, è dialogo costruito e promosso grazie alle donne.

Negli incontri cui ho finora partecipato presso il Pont. Consiglio, ho notato che le donne sanno e possono dire ciò che spesso gli uomini, leaders, non dicono, anche in forza di una competenza teologica. Abbiamo il senso del momento, la percezione dell’opportunità che si schiude ed il coraggio di sfruttarla. Come donne non amiamo i compromessi, ma conosciamo le strade dell’incontro. Sono perciò grata ed insieme consapevole della responsabilità connessa al compito che questa nomina comporta.

(La prima parte è stata pubblicata ieri, sabato 10 maggio 2014)