"La morte conserva ciò che la vita non può trattenere"

Lo ha detto il Papa durante la messa di suffragio in memoria dei cardinali e vescovi deceduti quest'anno

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 3 novembre 2012 (ZENIT.org) – All’indomani del giorno della Commemorazione dei Defunti, durante il quale si è soffermato in preghiera nelle Grotte Vaticane davanti alle tombe di alcuni pontefici, stamattina nella Basilica Vaticana, papa Benedetto XVI ha celebrato una messa di suffragio per i cardinali e i vescovi deceduti nel corso dell’anno.

La morte, ha affermato il Santo Padre durante l’omelia, porta con sé un paradosso, ovvero “conserva ciò che la vita non può trattenere”. Le tombe dei nostri cari defunti “ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi”.

Allo stesso modo in una città come Roma, capitale del cattolicesimo, la presenza delle catacombe ci fa avvertire “come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina”, ha osservato il Papa.

Ogni cimitero, tomba o catacomba conduce l’uomo oltre una “soglia immateriale” che lo porta a cercare “uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita”.

Di fronte alla questione della morte, i cristiani rispondono “con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo”, ha sottolineato Benedetto XVI.

La morte, quindi, apre alla vita eterna “che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo”. L’immortalità non è “un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione”.

Con la certezza che Gesù ci offre per mezzo delle parole rivolte al buon ladrone («Oggi con me sarai nel paradiso» Lc 23,43), Dio ci dona una vita “giunta alla sua pienezza”; una vita che noi ora “possiamo soltanto intravedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia”.

Il Pontefice ha poi ricordato i porporati, vescovi ed arcivescovi deceduti durante l’anno trascorso, menzionando in modo particolare i Cardinali John Patrick Foley, Anthony Bevilacqua, José Sánchez, Ignace Moussa Daoud, Luis Aponte Martínez, Rodolfo Quezada Toruño, Eugênio de Araújo Sales, Paul Shan Kuo-hsi, Carlo Maria Martini, Fortunato Baldelli.

Nella “varietà delle rispettive doti e mansioni”, i citati defunti, ha affermato Benedetto XVI, “hanno dato esempio di solerte vigilanza, di saggia e zelante dedizione al Regno di Dio, offrendo un prezioso contributo alla stagione post-conciliare, tempo di rinnovamento in tutta la Chiesa”.

La “Mensa eucaristica”, alla quale i presuli e porporati scomparsi si sono accostati, “anticipa nel modo più eloquente quanto il Signore ha promesso nel «discorso della montagna»: il possesso del Regno dei cieli, il prendere parte alla mensa della Gerusalemme celeste”, ha commentato il Papa.

La nostra preghiera, dunque, è alimentata da una “ferma speranza che «non delude» (Rm 5,5)”, proprio perché alimentata dal “prodigioso avvenimento della Resurrezione”.

Il Santo Padre ha quindi concluso l’omelia, affidando i cardinali e vescovi defunto alla materna intercessione della Vergine Maria: “Col suo sguardo premuroso vegli Maria su di essi, che ora dormono il sonno della pace in attesa della beata risurrezione”.