La musica: un linguaggio che apre all’esperienza di Dio

Intervista al benedettino Jordi-Agustí Piqué Collado

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MONTSERRAT (Spagna), mercoledì, 11 ottobre 2006 (ZENIT.org).- La musica è molto di più di un semplice ornamento alla liturgia. Questa è la conclusione più evidente che emerge della tesi dottorale difesa da Jordi-Agustí Piqué Collado, o.s.b., nato a Lérida (Spagna) nel 1963.



Dopo aver concluso gli studi superiori di musica a Barcellona, ottenendo il “Premio d’Onore” nella specialità dell’organo, nel 1990 è entrato come monaco nell’Abazzia di Montserrat.

Laureato in Teologia presso l’Università Gregoriana, nel 2005 ha concluso il dottorato in Teologia presso la stessa università, sotto la direzione del professor Elmar Salmann, osb.

Ha pubblicato diversi articoli di ricerca teologica, alcune composizioni musicali e vari dischi.

In questa intervista rilasciata a ZENIT spiega come il linguaggio della musica può aprire gli uomini e le donne del nostro tempo all’esperienza di Dio.

Il legame fra teologia e musica esiste da sempre o lei ha riscontrato un momento preciso in cui queste due discipline si uniscono?

Piqué: La musica è stata sempre presente nella celebrazione del culto cristiano. Il canto, come uno degli elementi fondamentali, come base di ogni preghiera liturgica, rappresenta più di un semplice ornamento di solennità alla celebrazione, come bene ha segnalato Pio X nel suo Motu Proprio “Tra le sollecitudini” (1903) sulla musica sacra.

Una possibile spiegazione di questo legame è la seguente: se la teologia ritiene di poter dire una parola, qualcosa di comprensibile sul Mistero ineffabile di Dio e la musica aiuta a comprendere, a celebrare, a partecipare a questo Mistero, soprattutto quando si unisce alla Parola, non mi sembra azzardato affermare che è possibile scorgere un loro legame profondo finalizzato alla comprensione dell’esperienza del Mistero di Dio.

Ad ogni epoca del pensiero corrisponde un concreto tipo di musica. Penso che sia la teologia, che la musica, possono essere considerati dei linguaggi della Trascendenza.

Lei allude al “dramma dell’incomunicabilità dell’esperienza di Dio”. Perché considera un dramma questa difficoltà di “dire Dio”?

Piqué: Perché credo, come segnalano alcuni fenomenologi, che il problema della nostra epoca è essenzialmente un problema di linguaggio.

Credo francamente che la domanda sull’esistenza di Dio sia oggi già superata, nel senso che non si pone più al centro della riflessione di molti uomini e donne, i quali tuttavia continuano a cercare Dio, ma lo cercano attraverso l’esperienza, e a cui non serve una formula o una definizione.

Il linguaggio della teologia, oggi, non aiuta questa ricerca. In questo senso è drammatico vedere che molti abbandonano il loro rapporto con Dio e con la pratica religiosa perché non trovano un linguaggio per comunicare la loro esperienza; e i linguaggi per comprendere o vivere la fede, i linguaggi con cui si parla di Dio, non sono - almeno per loro - rilevanti. Penso che nel nostro contesto contemporaneo, come cristiani - io come teologo - abbiamo l’obbligo di “dire Dio”, di comunicare la nostra esperienza, di renderla empatica, partecipativa, comprensiva.

È il dramma di Mosè nell’opera di Schönberg che analizzo nella mia tesi, in cui egli fa l’esperienza di Dio, parla con Lui, ma non riesce a trovare le parole giuste, belle, emozionanti, per trasmettere al suo popolo la grandezza di questa esperienza. E il popolo preferisce adorare un dio di metallo, il vitello d’oro, perché almeno può vederlo e percepirlo.

Questo credo sia il dramma del nostro tempo. È il paradigma della conversione di Sant’Agostino - uno dei teologi che prendo in considerazione - che attraverso il canto della Chiesa, riunita, sente una commozione che lo porta alle lacrime e quelle lacrime, dice lui, gli facevano bene.

Lei propone una “parola di Dio che emozioni”. Questa parola è la musica?

Piqué: La musica è un linguaggio che può portare alla percezione, a comprendere qualcosa del Mistero di Dio e in questo senso è anch’essa teologia.

La Chiesa l’ha sempre adottato come elemento fondamentale della sua liturgia. Ma oggi credo che, anche fuori dalla liturgia, può essere una chiave di apertura alla trascendenza.

Potrei citare gli esempi di Taizé, o il fenomeno del canto gregoriano: sono due esperienze estetiche che aprono ad un’esperienza della trascendenza.

Ma - come espongo nella mia tesi - l’esperienza che passa per la percezione sensibile non sempre è univoca: la musica distorta di una discoteca può portare all’alienazione; la musica di una pubblicità può portare ad un consumo compulsivo.

Credo che un’esperienza estetica può aprire cammini di comprensione della trascendenza e del Mistero di Dio.

L’esperienza estetica, forse proprio oggi in cui i discorsi e le parole sono inflazionate, può essere la chiave per aprire gli uomini e le donne del nostro tempo all’esperienza di Dio.

Naturalmente questa esperienza dovrà essere seguita da una catechesi e da una formazione, ma almeno essa consente di superare quell’indifferenza che sembra aver intorpidito il nostro mondo occidentale.

Lei cita diverse volte il teologo Joseph Ratzinger: qual è il suo contributo nell’ambito della musica e della liturgia?

Piqué: Nella mia tesi prendo in considerazione alcuni teologi che, in epoche diverse hanno trattato la musica come un problema teologico. Sant’Agostino, Hans Urs von Balthasar, Pierangelo Sequeri, sono i principali. Ma negli scritti del teologo Ratzinger, che è notoriamente anche un buon musicista, emerge a mio avviso un tema chiave: il fondamento biblico della ragione teologica della musica sacra.

Il Papa ha saputo porre le basi di questa ragione partendo da una lettura dei Salmi, il libro biblico della musica per eccellenza, e da una lettura di San Tommaso. In questo contesto egli spiega che il canto e la musica, nella liturgia, sono elementi che portano verso una comprensione di Dio.

Nel mio lavoro, ho poi ampliato questa visione con l’analisi di alcuni musicisti compositori che nelle loro opere hanno affrontato alcuni problemi teologici: Tomás Luis de Victoria, Arnold Schönberg e Olivier Messiaen.