La nascita del Salvatore di tutte le genti

La Madonna del Presepe di Cento

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 428 hits

La Natività di Gesù è il tema privilegiato di numerosissime opere artistiche in ogni opera. Vorrei soffermarmi su un’opera non molto nota, ovvero una lunetta in stucco rappresentante una Natività, databile presumibilmente intorno alla metà del Quattrocento,opera di Bartolomeo Bellano, allievo diretto e collaboratore di Donatello, conservata a Cento.

Gli scarni dati storici che possediamo, ci consentono di ricostruire un percorso che da un ambito artistico e culturale di primo piano, quale la bottega di Donatello, conduce direttamente a Cento.

L’opera riesce ancora a sorprendere, soprattutto per la cura estrema con la quale è realizzata e per la composizione equilibratissima che rappresenta. La grande cura per il dettaglio e la complessa composizione dello spazio sorprendono ancor più se si considera che la lunetta è realizzata in un materiale disponibile alla replica, adatto cioè per la produzione di copie uguali.  Si tratta di un nuovo prodotto artistico, capace d’incontrare il gusto colto e raffinato del pubblico e di porsi in  diretta concorrenza con le novità che intorno alla metà del Quattrocento venivano introdotte dalla bottega dei Della Robbia.

Nello stucco, Maria è collocata al centro della  composizione, posta di tre quarti, ha le mani giunte e guarda verso la sua sinistra in basso con il capo un poco reclino; subito sotto sta Gesù bambino che, adagiato su di una sporgenza rocciosa, con la mano sinistra regge una mela e con la destra afferra il manto della Vergine. Tra Maria e Gesù, sporgono le teste di un asino e di un bue, che si protende verso il bambino, con una ghirlanda sulla testa, tra le corna. Giuseppe, in basso alla destra di Maria, sporgente da dietro una roccia, con le mani che afferrano quest’ultima, protende il volto e lo sguardo verso l’infante. La  geometria compositiva è complessa e finissima; l’immagine è costruita per essere  vista dal basso, per essere cioè collocata in luogo posto più in alto del riguardante. In questo modo viene facilitata una visione che consenta la realizzazione di una  “rappresentazione interiore” nell’anima del fedele, ovvero ciascuno possa diventare realmente un astante e intimamente partecipare allo svolgimento del sacro evento.

Il tema iconografico della Natività, già di per sé complesso, viene qui svolto con originale profondità. L’identità di Maria viene tratteggiata con ricchezza, tanto che possiamo riconoscerla come madre del Creatore e madre della Chiesa, come preservata dal peccato originale (alluso dalla mela) e come nuova Eva.

Giuseppe appare contemplante, e con la sua posizione egli sembra rappresentare tutti i fedeli, quasi in un invito ad unirsi alla sua adorazione del divino Bambino.

L’elemento su cui vorrei soffermarmi è però un altro, apparentemente di poco peso, ma che, adeguatamente letto, si presenta come una chiave di lettura di grande pregnanza.

Mi riferisco alla presenza ben delineata del bue e dell’asinello. Nella tradizione del tema della Natività questi due animali giocano un ruolo importante. Li troviamo presenti -per esempio- nei dipinti di Ghirlandaio, di  Baldovinetti, di Botticelli. La loro presenza rimanda direttamente a un passo di Isaia, in cui viene sottolineato che la prefigurazione della venuta di Cristo è riconosciuta non solo dall‘uomo pio, ma da tutto il creato: « Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». L’esposizione esegetica di sant’Agostino spiega  anche cosa significhino direttamente i due animali nel linguaggio figurato biblico: «Allatta, o madre, il nostro cibo; allatta il pane che viene dal cielo, posto in una mangiatoia come fosse innanzitutto cibo per i giumenti. Là infatti il bue riconobbe il suo proprietario, e l’asino la greppia del suo padrone. Vale a dire i circoncisi e gli incirconcisi che aderiscono a quella pietra angolare, e le cui primizie furono pastori e Magi» . Dunque, la presenza dei due animali non solo indica esattamente l’identità del neonato, ma anche l’identità delle due parti della nuova Chiesa ivi costituita.

Sant’Agostino, in un altro sermone, esplicita completamente il senso figurale del passo di Isaia su citato: « Vale a dire Il bue adombra i Giudei, l’asino i Gentili. Ambedue vennero alla mangiatoia e trovarono il cibo del Verbo» .  Questo carattere universale lo troviamo espresso in un’altra forma in una opera d’arte proprio coeva di sant’Agostino, ovvero il mosaico absidale con “Cristo tra gli apostoli nella Gerusalemme celeste” di Santa Pudenziana a Roma; quest’opera,  come anche il testo agostiniano La città di Dio serve a spiegare alla residua minoranza politeista romana che la devastazione subita dalla città di Roma ad opera dei Vandali, non è segno di inefficacia della protezione di Cristo, ma che la vera città di cui Gesù è signore è quella celeste.

Nel mosaico la Chiesa celeste è costituita dalle due anime, appunto ebrei e gentili o meglio romani, che nella rappresentazione delle Natività sono espresse con il bue e l’asinello.

Questo senso universale dell’azione salvifica di Cristo riprende esplicitamente una affermazione dell’Apostolo Paolo: « Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti » .

Dunque la rappresentazione artistica della nascita di Gesù comporta molti temi teologici che si intrecciano tra loro, creando un circolo di significati che rimandano l’uno all’altro senza soluzione di continuità, spostando continuamente la riflessione verso un punto più alto, girando attorno ad un asse verticale, come se in una spirale di segni e significati che via via si aggiungono, spingendo verso l’alto, si formasse infine un intero discorso apologetico e catechetico.

Cristo salva tutta l’umanità, “circoncisi” e “incirconcisi”, ebrei e gentili, e li raduna in una sola Chiesa attorno alla maestà del Creatore e Redentore del mondo.

Seguiamo allora l’invito che la figura di Giuseppe ci rivolge, quasi traducendo quanto san Gerolamo esplicitamente ci rivolge in una omelia: «Prendiamolo tra le nostre braccia e adoriamo questo Figlio di Dio, questo grande Dio che, se per tanto tempo si era fatto sentire  con forza dal cielo senza darci la salvezza, come ha cominciato a vagire ci ha salvati».

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it