La nuova evangelizzazione nel mondo marittimo

Pirateria e condizioni dei marittimi verranno discusse al XXIII Congresso mondiale dell'Apostolato del mare

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CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 8 novembre 2012 (ZENIT.org) - Si terrà nell’Aula Nuova del Sinodo (Città del Vaticano), dal 19 al 23 novembre il XXIII Congresso mondiale dell'Apostolato del mare sul tema Nuova evangelizzazione nel mondo marittimo.

Per raccontare la storia dell’Apostolato del mare e per precisare i temi che verranno affrontati nel Congresso mondiale riportiamo la presentazione fatta questa mattina in Sala Stampa Vaticana dal Cardinale Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

L’Apostolato del Mare affonda le sue radici nella seconda metà del XIX secolo. All’epoca esistevano diverse organizzazioni di ispirazione cattolica che offrivano assistenza saltuaria ai marittimi, tra cui la Società di San Vincenzo de’ Paoli, che aprì centri per i marittimi a Dublino, a Londra, a New Orleans, a Filadelfia, nel Quebec e a Sydney. In Italia, il Vescovo di Piacenza, Mons. Giovanni Battista Scalabrini, oltre ad assegnare cappellani nei porti di Genova e New York, inviò i suoi missionari a bordo delle navi per accompagnare le migliaia di migranti europei che partivano in cerca di un avvenire migliore soprattutto nelle Americhe.

A partire dal 1890, il movimento dell’Apostolato della Preghiera cominciò ad invitare i propri membri a pregare per i marittimi cattolici e ad inviare loro libri e riviste, ma soltanto dopo la prima Guerra Mondiale lanciò l’idea di coinvolgere gli stessi marittimi nell’Apostolato e a visitare le navi nei porti inglesi, prendendo contatto con i lavoratori del mare.

Di fatto, però, la data del 4 ottobre 1920 segna una svolta importante, perché in quel giorno si riunirono a Glasgow alcuni volontari, appartenenti a diverse denominazioni cristiane, per unificare i loro sforzi in un’unica opera. Ispirandosi al movimento dell’Apostolato della Preghiera, la chiamarono Apostolato del Mare, introducendola dimensione dell’assistenza ai marittimi accanto all’aspetto religioso. E questo divenne l’obiettivo dell’Apostolato del Mare, enunciato più tardi nelle prime Costituzioni con queste parole: “promuovere lo sviluppo spirituale, morale e sociale dei marittimi”. Lo slogan della nuova opera era quello di “rivelare Cristo a coloro che navigano a bordo delle navi, e che lavorano in acque profonde, allo scopo di condurli ad una maggiore conoscenza di Cristo e della sua Chiesa”. Il logo, che ancor oggi si mantiene, era un’ancora intrecciata con un salvagente e, al centro, il Sacro Cuore di Gesù.

Nel 1922 l’Arcivescovo di Glasgow chiese alla Santa Sede l’approvazione delle Costituzioni e il Santo Padre Pio XI concesse la sua benedizione all’”opera” di assistenza religiosa alla gente di mare, auspicando che l’iniziativa potesse estendersi sempre più lungo le coste dei due emisferi.

In quell’epoca, nel mondo esistevano soltanto una dozzina di centri cattolici, senza alcun collegamento tra di loro. Da allora, questo apostolato si è notevolmente sviluppato e attualmente può contare, a livello mondiale, su 110 centri chiamati “Stella Maris”, dove centinaia di sacerdoti, religiosi, diaconi e, soprattutto, laici volontari assicurano assistenza immediata alle necessità materiali e vicinanza spirituale a marittimi e pescatori di ogni nazionalità o religione. Teniamo conto che oggi si contano circa 1 milione e duecentomila marittimi, che trasportano via mare il 90% delle merci che circolano sul pianeta, mentre si stima che nella pesca, a livello industriale e artigianale, lavorino circa 36 milioni di persone. Non dobbiamo dimenticare, poi, le famiglie di questi lavoratori che, proprio a motivo dell’attività marittima dei loro cari, sperimentano i disagi e le vulnerabilità legate ai rischi del mestiere e alla lontananza, che spesso si protrae anche per diversi mesi.

La Santa Sede ha riconosciuto la valenza pastorale ed ecclesiale dell’opera dell’Apostolato del Mare, nata come laica e indipendente. Essa fu inizialmente inclusa tra le attività della Chiesa, poi fu posta sotto “l’alta direzione” del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e, infine, con il Motu Proprio Stella Maris di Giovanni Paolo II (1), fu dotata di propri orientamenti per un lavoro fruttuoso tra la gente di mare. Il Motu Proprio, tra l’altro, stabilisce che la missione dell’Apostolato del Mare è di “venire incontro alle esigenze della peculiare assistenza religiosa di cui hanno bisogno i marittimi del commercio e della pesca, le loro famiglie, il personale dei porti e tutti coloro che intraprendono un viaggio per mare.

Di fatto, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti organizza, a cadenza quinquennale, un Congresso Mondiale dell’Apostolato del Mare per verificarne le dinamiche pastorali. I Congressi più recenti si sono tenuti in Brasile, nel 2002, e in Polonia, nel 2007. Quello che oggi vogliamo presentarvi è il XXIII. Il primo, infatti, si tenne in Normandia, a Port-en-Bassin, nel 1927.

Vi sono alcuni aspetti che oggi minacciano con particolare violenza la vita della gente di mare e il Congresso che si aprirà tra pochi giorni non mancherà di affrontarli, mettendo in luce la preoccupazione della Chiesa e di tutte le persone che hanno a cuore i marittimi, i pescatori e le loro famiglie. Tra questi, voglio anzitutto menzionare il fatto che la moderna tecnologia ha permesso il varo di navi sempre più veloci e altamente computerizzate, incrementando l’apporto meccanico per il carico e lo scarico delle merci nei porti e favorendo un rapido avvicendamento delle navi. A questi fattori positivi, però, non sempre corrisponde un uguale miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei marittimi, soprattutto di coloro che accettano contratti d’impiego che li portano a vivere per lunghi mesi lontani dalla famiglia e dalla loro comunità cristiana e civile. A ciò si aggiungono, in anni recenti, l’abbandono delle navi, con i loro equipaggi, in porti stranieri senza cibo e senza risorse, misure sempre più restrittive che impediscono ai marittimi di scendere a terra, abusi e sfruttamento.

Questa dura realtà è stata oggetto di attenzione da parte della Comunità internazionale che ha adottato, con nostra soddisfazione, tramite l’agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro (ILO), la Convenzione sul Lavoro Marittimo (denominata Maritime Labour Convention 2006) che stabilisce i requisiti minimi per tutti gli aspetti delle condizioni di lavoro dei marittimi imbarcati sui mercantili. Sono regolamentati lo spazio nelle cabine, l’accesso alle comunicazioni e l’intrattenimento, le ore di lavoro e di riposo, il contratto di lavoro, il pagamento dei contributi, la previdenza sociale e la pensione, l’assicurazione sanitaria, la qualità e la quantità del cibo e la segnalazione di agenzie di collocamento autorizzate.

Insomma, si tratta di un importante strumento normativo per la protezione degli standard sindacali della gente di mare e la tutela degli armatori onesti dalla concorrenza sleale di chi specula al ribasso sui diritti umani. La Convenzione entrerà in vigore nel mese di agosto del prossimo anno, avendo ricevuto la ratifica numero 30 da parte delle Filippine. A giusto titolo, essa è considerata “la carta dei diritti della gente di mare” e il “quarto pilastro” del corpus normativo internazionale sulla vita e il lavoro nel mare definito dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO), poiché affianca e integra le tre precedenti convenzioni: Solas, sulla salvaguardia della vita in mare, Stcw, sulle norme relative alla formazione della gente di mare, al rilascio dei brevetti e ai servizi di guardia e Marpol, sulla prevenzione dell’inquinamento ad opera delle navi.

Un discorso a parte merita la pirateria, che causa traumi psicologici a lungo termine non solamente al marittimo, ma anche alla sua famiglia.

L’Apostolato del Mare, attraverso i suoi cappellani e volontari, ha sempre avuto un occhio di riguardo anche per i pescatori e le loro famiglie. Non esistono statistiche precise riguardo a incidenti che colpiscono le persone che vivono in questo settore lavorativo, ma molte organizzazioni internazionali ritengono che la pesca sia una delle professioni più pericolose al mondo. Accanto a quella regolamentata, poi, non dobbiamo trascurare che esiste il fenomeno della pesca illegale, non dichiarata e non disciplinata (illegal, unreported and unregulated fishing – IUU), che non di rado è connessa con il traffico di persone e con il lavoro forzato. Nel 2007, l’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) ha siglato la Convenzione sul Lavoro nel settore della Pesca n°188, che diventerà effettiva dopo essere stata ratificata da dieci (incluse 8 nazioni costiere) dei 180 Stati membri dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO). Questo nuovo strumento legislativo assicura per i lavoratori dell’industria della pesca un miglioramento delle condizioni di lavoro, cure mediche e di salute mentre sono in mare, possibilità di cure a terra per i pescatori ammalati o infortunati e intervalli di riposo per garantire salute e sicurezza sul lavoro. Questa convenzione, tra l’altro, prevede che grandi navi da pesca impegnate in lunghi viaggi possano essere soggette a ispezioni nei porti d’attracco all’estero, per assicurare che i pescatori a bordo non lavorino in condizioni dannose per la salute o pericolose per la sicurezza. Si tratta di una norma che vuole eliminare dall’industria della pesca quei pescherecci che costringono i marittimi in condizioni lavorative inaccettabili e lesive della dignità della persona umana.

Il Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione, appena terminato, e l’Anno della fede, che il Santo Padre Benedetto XVI ha aperto lo scorso 11 ottobre, sono una sfida per i cappellani e i volontari dell’Apostolato del Mare, che si ritroveranno in questo Congresso per cercare “risposte pastorali adeguate ai problemi della gente di mare”, come si è espresso il Santo Padre al termine dell’Udienza settimanale del 16 febbraio dello scorso anno, raccomandandoci di rinnovare l’impegno a portare la Buona Novella nei porti e sulle “passerelle” di tutte le navi che fanno scalo nei diversi porti del mondo.

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(1) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Motu Proprio “Stella Maris”, AAS 89 (1997).