La nuova legge sulla fecondazione artificiale discrimina le coppie omosessuali?

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ROMA, domenica 18 aprile 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica la risposta della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, alla domanda di una lettrice di ZENIT.




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Non pensa che la nuova legge, permettendo la fecondazione artificiale alle coppie di fatto ma non alle coppie omosessuali, risulti anticostituzionale rispetto all'art. 3 ("Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [...]") e ponga quindi ampie basi per un facile allargamento della legittimità di tale pratica anche all'interno di coppie omosessuali? - Cecilia Borgoni

Occorre osservare innanzitutto che, in effetti, l'estensione della fecondazione artificiale alle coppie di fatto rappresenta il punto più debole della nuova legge, e apre la via a fraintendimenti e abusi: a fraintendimenti perché induce a confondere il vincolo coniugale con qualunque unione accompagnata da convivenza, e ad abusi perché, non essendo per definizione la libera convivenza ufficializzata in alcun modo, le sue caratteristiche si prestano a varie interpretazioni e finanche a stridenti forzature, la cui correttezza formale, cioè la conformità a quanto la legge richiede, risulta tuttavia ineccepibile.

Supponiamo infatti che una coppia, omosessuale o eterosessuale che sia, voglia aggirare i divieti imposti dalla legge e ricorrere alla fecondazione eterologa. Basterebbe documentare - operazione piuttosto semplice - la convivenza di uno dei due con la persona che di fatto sarà la/il donatrice/donatore di gameti per rientrare perfettamente nei casi previsti dalla normativa e acquisire il diritto di procreare artificialmente.

Diverso sarebbe se ci fosse per i due l’obbligo di essere regolarmente sposati: bisognerebbe a quel punto inscenare un matrimonio puramente strumentale, con complicazioni conseguenti che, per quanto affievolite dalla possibilità del divorzio, richiederebbero comunque un impegno, una determinazione nel male e un’organizzazione a lungo termine che andrebbero certamente a scoraggiare anche i più intraprendenti.

Anche senza prendere in considerazione simili comportamenti volontariamente ingannevoli i quali, sebbene restino nella legalità rispetto alla legge, urtano pesantemente contro il giudizio della coscienza, resta il fatto che nel momento in cui a due persone “semplicemente conviventi” viene riconosciuto il diritto di utilizzare le tecniche di fecondazione artificiale per procreare, non si vede più chiaramente perché tale coppia debba per forza essere eterosessuale.

È sintomatico il fatto che proprio su tale aspetto si stiano già riversando le ire di coloro che intendono estendere il raggio di applicabilità della normativa, per l’appunto, all’eterologa in generale e alle coppie gay in particolare.

Per questo la legge precisa che il ricorso alle tecniche è consentito non a qualunque coppia, ma a quelle con le caratteristiche elencate dall'art. 5 ("coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi"). Si tratta di ingiusta discriminazione verso gli omosessuali? Perché allora non si denuncia la stessa ingiustizia nei confronti dei minorenni e degli anziani (o dei defunti)?

In realtà, proprio perché è impossibile sostenere un’uguaglianza che sia indifferenza, il legislatore ha senz'altro il diritto-dovere di indicare con precisione i destinatari di una normativa, facendo con ciò distinzioni che non vogliono essere in alcun modo ingiustamente discriminatorie, ma al contrario intendono rispondere a criteri di giustizia ed equità, tanto è vero che l'opportunità di escludere le donne in menopausa o gli adolescenti dal ricorso alla fecondazione in vitro non stupisce nessuno.

Se l'esclusione degli omosessuali suscita maggior scalpore nell'opinione pubblica non è tanto perché ciò violi l'art. 3 della Costituzione: essa sancisce infatti l'uguaglianza sociale e giuridica dei cittadini, non che "tutti possono fare le stesse cose", indipendentemente dalle condizioni di vita, dall'età, dalle motivazioni.

Piuttosto, suscita scalpore perché sulla questione delle unioni (e dei “diritti”) omosessuali si sta scatenando una feroce battaglia ideologica, volta ad eliminare le differenze fra famiglia naturale e rapporti contro natura (cfr. C. Navarini, Gay marriage: le nuove minacce alla famiglia, 4 aprile 2004).

In un’ottica più strettamente giuridica, sarà utile riportare per intero quanto ci scrive l’avvocato Roberto Respinti di Milano: “Il principio costituzionale contenuto nell'art. 3 è rivolto direttamente al legislatore, e sta ad indicargli di non operare immotivate discriminazioni che, come tali, sarebbero appunto lesive dell'eguaglianza fra le persone”.

“In proposito, sia la giurisprudenza della Corte costituzionale che l'interpretazione della dottrina giuridica, hanno costantemente chiarito che tale principio non deve essere inteso nel senso formale egualitario di ‘identico trattamento verso chiunque e in qualunque situazione’, bensì in termini sostanziali di effettiva equità, tale per cui ben può verificarsi che, in talune situazioni, proprio la parità di trattamento violerebbe il principio di eguaglianza, mentre proprio la disparità di trattamento la rispetterebbe”.

“Così, ad esempio, realizza un trattamento di effettiva eguaglianza prevedere una legislazione del lavoro ad hoc per le lavoratrici madri (maternità, etc.), differenziata rispetto agli uomini, in considerazione delle differenze e delle specificità dei destinatari della legislazione del lavoro”.

“E nessuno si sognerebbe di denunciare come incostituzionale la legislazione a favore delle lavoratrici madri, per violazione del principio di eguaglianza rispetto ai lavoratori uomini. Su questo l'interpretazione giuridica è molto chiara e univoca: l'essenza del contenuto del principio di cui all'art. 3 Cost. è che le scelte fatte dal legislatore (in merito a chi e come deve essere trattato in modo eguale o in modo differente) devono essere scelte ragionevoli”.

“E' infatti sulla base del criterio della ragionevolezza o meno della legge che si basano la gran parte delle sentenze della Corte costituzionale quando essa è chiamata ad esprimersi sulla conformità o meno di una norma all'art. 3 della Costituzione. Nel caso specifico la scelta fatta dal legislatore potrà pertanto essere ritenuta ragionevole in quanto l'opzione di non trattare in modo identico le coppie omosessuali e le unioni di fatto in materia di fecondazione assistita è conforme ai presupposti e agli obiettivi che hanno guidato la elaborazione e approvazione del testo di legge”.

Non pare dunque fondata la difesa dei “diritti omosessuali”, imperniata sull’attacco all’art. 5 della legge 40/2004 e mirante all’abrogazione della legge stessa onde introdurne un’altra più permissiva.

La questione sollevata induce un’ultima considerazione, che riguarda il carattere stesso della bioetica: per i temi di cui si occupa, la bioetica coinvolge inevitabilmente altre scienze e discipline, e in particolare interessa il diritto, poiché le questioni bioetiche diventano sempre quaestiones civiles, “questioni civili” (cfr. S. Agostino, De Rhetorica), e come tali vanno regolamentate in ordine alla migliore promozione del bene comune, cioè delle persone con i loro diritti (cfr. L. Palazzani, La legge italiana sulla “procreazione medicalmente assistita”: una rilettura biogiuridica, Medicina e Morale, 2004/1: 77-90).

E proprio qui sta la difficoltà: in un mondo in cui è andato perduto ogni riferimento al valore della persona, alle nozioni di bene e di vero, ai capisaldi del diritto naturale, anche il richiamo ricorrente ai “diritti umani” suona sovente come una parola vuota, cui si attribuiscono significati diversi in relazione alle diverse visioni del mondo, cosicché in mancanza di principi universalmente condivisi a garanzia del bene comune, ogni cambiamento introdotto nella legislazione con il sorgere di diverse maggioranze parlamentari viene contrastato dagli oppositori come un’intollerabile violazione di diritti, reali o presunti.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza].