La pace francescana non è "sdolcinata", né "panteistica": è cristiana

Durante la messa sul sagrato della basilica di Assisi, papa Francesco ricorda che Cristo crocifisso non è simbolo di sconfitta o fallimento ma di amore e di vita

Assisi, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 508 hits

Quella di oggi è una visita pastorale storica, significativa ed assai attesa. Il primo pontefice che porta il nome del patrono d’Italia si è recato ad Assisi in un’epoca in cui, più che mai, il mondo si interroga sul dramma della povertà e sulle frontiere della carità cristiana e della solidarietà umana che molti evocano e che pochi osano varcare.

A meno di due settimane dalla visita a Cagliari, dove il tema della disoccupazione aveva avuto largo spazio, papa Francesco ha dedicato la prima parte della sua giornata ad Assisi ai disabili e ai poveri, due categorie sociali vittime di quella che lui stesso definisce la “cultura dello scarto”.

È stata poi la volta della Santa Messa sul sagrato della Basilica Superiore, situata nella parte più alta di Assisi e contenente la tomba del santo. Papa Francesco ha aperto l’omelia con il saluto francescano “pace e bene a tutti” e ha ricordato i “piccoli” di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 11,25).

San Francesco identificò questi “piccoli” in modo particolare con i poveri: per lui, l’incontro con Gesù rappresentò la spinta ad imitarLo, a “rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2Cor 8,9)”.

Sposando “Madonna Povertà”, Francesco rende l’amore per i poveri e l’imitazione di Cristo povero come “due elementi uniti in modo inscindibile, le due facce della stessa medaglia”, ha osservato il Papa.

La vita di San Francesco, ha aggiunto, testimonia che “essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui”. Francesco fu definitivamente conquistato da Cristo, pregando davanti al crocifisso di San Damiano, in cui Gesù non gli apparve “morto ma vivo!”.

Il Crocifisso è intriso di un sangue che “esprime vita” e il suo sguardo “parla al cuore”: Egli “non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte”.

Chiunque si lasci guardare da Cristo crocifisso, “viene ri-creato, diventa una «nuova creatura»”, per mezzo della ”Grazia che trasforma”, che permette di “essere amati senza merito, pur essendo peccatori”.

L’altro grande insegnamento lasciato in eredità da Francesco è il richiamo alla vera pace, che può venire solo da Cristo, quella stessa pace, che “Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»” (cfr Gv 20,19-20) e mostrò loro il costato trafitto.

La pace francescana quindi, non è un “sentimento sdolcinato”, né “una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo”, come insistono i luoghi comuni odierni. Essa è la pace cristiana per definizione, corroborata dal “giogo” del comandamento che Cristo ci ha dato (cfr. Gv 13,34; 15,12): un giogo che, ha aggiunto il Papa, “non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo con mitezza e umiltà di cuore”.

Citando il Cantico delle Creature, il Santo Padre ha poi ricordato Francesco come “uomo di armonia e di pace”, il cui insegnamento “testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e che l’uomo è chiamato a custodire e proteggere”. Il Pontefice ha pertanto esortato al rispetto di “ogni essere umano” e alla cessazione dei “conflitti armati che insanguinano la terra”.

Un’ultima preghiera, papa Francesco l’ha rivolta all’Italia, si cui San Francesco è patrono: “Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide”.