“La Passione di Cristo, l’Eucaristia, Maria”; il commento di padre Jesús Castellano Cervera al film di Mel Gibson

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ROMA, martedì 27 aprile 2004 (ZENIT.org).- Il film “La Passione di Cristo” continua a suscitare grande interesse. Solo in questa settimana a Roma, all’Università Pontificia del Laterano e alla Pontificia Università Gregoriana si terranno due incontri con illustri personaggi proprio per discutere del film.



Molto eloquenti, al di là di tutte le polemiche, i dati che fanno riferimento all’affluenza di pubblico nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Secondo quanto riportato nei dati forniti dai “Box office”, aggiornati al 25 aprile, in America il film ha incassato 364.414.581 dollari mentre nel resto del mondo è arrivato a 206.381.540 dollari.

Ma il vero dato sorprendente arriva dall’Italia dove la pellicola di Mel Gibson ha incassato in soli 18 giorni di programmazione, dopo l’uscita del 7 aprile scorso, 24.263.182 dollari.

Ora che il dibattito sembra essersi spostato sulla lettura di alcuni dei misteri del Cristianesmo sollevati dalla storia della Passione, la redazione di ZENIT ha voluto condividere alcune riflessioni con padre Jesús Castellano Cervera, ocd, uno dei più noti esperti nei campi dell’Eucaristia e della Mariologia.

Il film ‘La passione di Cristo’ rappresenta l’Eucaristia, uno dei misteri centrali del cristianesimo. Lo fa al culmine del sacrificio di Gesù, con un flashback che riporta alla cerimonia del pane e del vino. Qual è la sua valutazione di questa rappresentazione cinematografica dell'Eucaristia?

Padre Castellano: Ritengo questo intervento molto opportuno. I Vangeli sinottici e Paolo riportano la Cena prima della passione, come è noto, ed in essa l’istituzione dell’Eucaristia, mentre Giovanni che non narra l’istituzione eucaristica, avvolge di senso eucaristico tutta la Cena, dalla lavanda dei piedi (Gv 13) alla preghiera sacerdotale ( Gv 17).

La Cena fa parte della Passione di Cristo. Donando il suo corpo, che deve essere sacrificato, ed il sangue che deve essere sparso per la remissione dei peccati, Gesù istituisce il memoriale della sua passione e morte redentrice, compie un’azione profetica, indica la consapevolezza di quanto sta per accadere nel tratto finale della sua vita.

Nel film questo ritorno indietro collega la passione con quanto Gesù ha compiuto nella Cena. Da una parte indica che nella passione si compie quanto Cristo aveva anticipato. La Cena guarda verso la Croce.

Ed insieme ci ricorda che di quell’atto storico, che è avvenuto una volta per sempre nella Croce, la celebrazione eucaristica - “fate questo come mio memoriale!”- è una ri-presentazione, nel senso forte di una “presenza” sacramentale.

Ma il richiamo alla Cena e all’istituzione dell’Eucaristia, nel momento della morte in croce conferisce un realismo grande sia alle parole di Gesù nell’ultima Cena, quando anticipa già sacramentalmente il suo sacrificio e la sua offerta, sia anche il realismo del sacrificio eucaristico come dono totale, doloroso ed insieme pieno di amore obbediente al Padre e di donazione sacrificale a noi.

Non c’è dubbio, il realismo della passione mette in risalto il “prezzo” del dono del sacrificio eucaristico, pur dovendo dire con il Concilio di Trento che nell’Eucaristia vengono resi presenti ‘la vittoria ed il trionfo della sua morte’ (sess. XIII, cap. 5).


Un sacerdote ha raccontato che il film di Gibson ha cambiato in meglio la sua concezione del sacramento dell'Eucaristia, nel senso di aver compreso più a fondo, il significato del sacrificio e del sangue versato per lavare il peccato degli uomini. Lei che ne pensa?

Padre Castellano: Mi pare giusto. C’e sempre il pericolo di banalizzare l’Eucaristia quando non la si misura con l’amore con cui Cristo l’ha istituita per noi, quando non la si mette in rapporto con il sacrificio della sua morte e quando non la si celebra come memoriale dell’amore di Cristo per la sua Chiesa e per tutta l’umanità.

Il sacerdote che agisce nella persona di Cristo, non può non vivere la celebrazione cercando di immedesimarsi con i suoi sentimenti, come indicano anche le parole e le rubriche del Messale.

Un modo giusto di celebrare la messa, di benedire il Padre, chiedere lo Spirito, offrire il sacrificio di Cristo ed offrire se stesso e la Chiesa, insieme con la vittima santa ed immacolata, è capace di creare anche nell’assemblea un senso del mistero, e trascinarla nell’offerta viva del sacrificio eucaristico, in comunione con Cristo che si è offerto e continua ad offrirsi per noi. Per poi vivere l’esistenza come un’offerta di amore che cerca di ripagare l’amore ricevuto, se è necessario, come hanno fatto i martiri, fino al dono della vita.


Al di là delle polemiche, i critici condividono il fatto che nessun altro film aveva mai rappresentato in maniera così precisa la figura di Maria. La Madre di Gesù vive il dramma e il dolore della Passione, pur sapendo che si sta compiendo il disegno di salvezza. Un suo commento a questa interpretazione.

Padre Castellano: E’ giusta questa osservazione. La presenza storica di Maria ai piedi della Croce, secondo il Vangelo di Giovanni, è la chiave per capire che la sua è stata una costante, viva, partecipata vicinanza al figlio nella sua ora, quella del Figlio e quella sua, dalla Cena alla Croce.

Maria non si è trovata lì per caso, ma perché ha seguito i passi del suo Figlio, come fedele discepola e Madre. Il film ha pienamente ragione di farcela vedere in diversi momenti del percorso della passione. Non è una Madre che si è tirata indietro davanti alla condanna del suo Figlio.

Lei è totalmente dalla parte di Gesù. Ma la sua presenza umana, il farsi vedere da Gesù, come mostra il film, porta un messaggio. Maria ha voluto far presente al Figlio la sua partecipazione, la consapevolezza di vivere in profonda comunione con lui, quello che tante volte forse ha rivelato alla Madre, più o meno esplicitamente: la sua passione, morte e risurrezione.

E’ una presenza partecipe di comunione, di compassione, di materna associazione, nel realismo dell’essere vicina, del farsi vedere, del presentarsi anche senza paura come la Madre di quel Figlio condannato.

Quanto accade ai piedi della Croce secondo Giovanni, è espressione vera di quanto è accaduto nel cammino della croce. Maria ha accompagnato il Figlio nella sua agonia. Ed ha atteso la sua risurrezione fino al terzo giorno.


Una delle scene più struggenti del film è il momento in cui ai piedi della Croce Maria dice a Gesù: "E' corpo del mio corpo, sangue del mio sangue". E in queste parole si cela il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Cosa può dirci in proposito.

Padre Castellano: Non solo c’è un riferimento al mistero dell’Incarnazione di cui Maria è testimone, dall’inizio fino alla fine, dal concepimento fino all’Ascensione. Nel dramma della passione, Maria indica che quella carne che soffre e quel sangue versato, nella flagellazione, lungo il cammino del Calvario e sulla Croce, è carne della sua carne e sangue del suo sangue.

In fondo afferma che vi è una “compassione” della Madre che sente nella sua carme e nel suo sangue quanto soffre il suo Figlio, come se ogni dolore fosse vissuto e sofferto da Lei, con una squisita sensibilità materna. Lo sapeva. Lo aveva ascoltato da Simeone come profezia. Ma ora lo viveva con un realismo forse inimmaginabile.

Anche nell’intreccio carne/sangue della passione e dell’Eucaristia, propria del film, vi è un riferimento alla dimensione eucaristica di Maria, ‘donna eucaristica’. E’ di Agostino la parola: ‘Caro Christi, Caro Mariae’; frase riferita in primo luogo all’Incarnazione e come conseguenza all’Eucaristia.

C'è chi lo ha definito antisemita, chi invece anticristiano, chi troppo violento. Qual è la sua valutazione del film di Gibson?

Padre Castellano: Non lo si può accusare di antisemitismo. Chi fa brutta figura nel film sono i romani, specialmente i soldati, aguzzini terribili e spietati.

Il film mi è piaciuto nell’insieme. Ritengo eccessiva la versione della flagellazione e quindi della sofferenza che comporta dopo una tale carneficina, il cammino del Calvario ed alcuni particolari della Crocifissione. Rischiano di non rendere credibile una sofferenza così atroce.

I Vangeli mi sembrano, tutto sommato, più sobri rispetto ai dolori fisici. Per Luca è più forte il dolore e l’angoscia del Getsemani, che è un dolore spirituale, ma che si riversa anche sul corpo con un sudore di sangue.

Tanto dolore fisico rischia di oscurare "i sentimenti" di Cristo Gesù, quelli del suo cuore che sono di obbedienza piena di amore al Padre e di amore fino al dono della vita per l'umanità. Paolo parla nella lettera ai Filippesi di questi "sentimenti" che danno senso al suo patire esterno.

Mi manca nella passione l’enfasi della preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17), vera offerta eucaristica di Cristo della sua passione e morte per l’unità di tutti. Non trovo in maniera adeguata la traduzione, in linguaggio appropriato, del grande dolore esistenziale espresse dalle parole "acuminate", come le chiama H. Urs Von Balthasar: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

La risurrezione poi meritava qualcosa di più. E’ la risposta del Padre a Gesù e a noi dell’enigma della passione. La forza salvifica della Risurrezione fa capire il senso dell’effusione del sangue e del dono della vita. Sangue ed acqua sgorgano dal cuore di Cristo. Sangue della redenzione, ma anche Spirito Santo della salvezza e della vita del Risorto comunicata a noi.

Abbiamo bisogno, come testimonia il Vangelo, di un Cristo che torna dalla morte con le piaghe gloriose per dire: La pace sia con te. E di sentire che alita sugli apostoli, come dice Giovanni, per comunicare il suo Spirito vivificante. E' così che si compie e si manifesta "il trionfo della sua morte".