“La Passione” di Mel Gibson vista da una religiosa

Suor Joseph Andrew Bogdanowicz su tre momenti chiave del film

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ANN HARBOR, mercoledì 24 marzo 2004 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le riflessioni di una religiosa che ha voluto condividere con ZENIT il suo punto di vista sul film “La Passione di Cristo”.




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Tre momenti de “La Passione di Cristo”
Di Suor Joseph Andrei Bogdanowicz, OP
Suore Domenicane di Maria, Madre dell’Eucarestia

Vedere “La Passione di Cristo” colpisce ognuno in modo molto personale, che si concordi o meno con il ritratto delle ultime dodici ore della vita di Cristo sulla terra fatto dal film, la maggior parte di questa rappresentazione di quelle santissime ore è descritta nei vari racconti evangelici che si possono trovare nelle Scritture.

Come religiosa, ho visto “La Passione” con gli occhi della mia natura femminile e della cura sponsale propria di una persona la cui libera adesione ai precetti evangelici la identifica come “Sponsa Christi”. Partendo da questo ho scelto tre scene che sono diventate il centro delle mie riflessioni.

Fin dalle scene iniziali ho realizzato che non mi sarei potuta identificare con Cristo, perché questa identificazione si adatterebbe meglio a un sacerdote che, come “alter Christus”, trova la sua somiglianza nel Dio-Uomo, Gesù Cristo.

Il ritratto di Cristo di Jim Caviezel, ha fatto piangere il mio cuore che, ho capito presto, batteva all’unisono con quello di sua Madre Maria e con tutte le donne rappresentate nel film: Maria Maddalena, Veronica, Claudia, le donne piangenti.

Primo: “Tutto Nuovo”

Ho guardato Cristo, ho camminato con Lui, ho desiderato pulire la sporcizia (che come donna mi infastidisce tanto) che ricopriva il Suo Santo Volto.

La mia ammirazione per la Madre di Cristo è aumentata, mentre nel mio profondo reagivo alle folle assetate di sangue che nel film si agitavano in un folle delirio, alla loro brutalità, fisica e mentale, nei confronti di Cristo. Ho sentito il mio corpo protendersi verso lo schermo e ho dovuto tirarmi indietro per impedire di liberarmi come il mio cuore avrebbe voluto. Volevo gridare le ultime parole di Simone: “Fermatevi! Non avete fatto abbastanza? Fermatevi!”

La Madre, però, non lo ha fatto e nemmeno Lui il Figlio, la vittima innocente. Quando la Madre, seguendo i consigli di Giovanni, ha potuto avvicinarsi al Figlio, ha detto teneramente “Sono qui!”. Egli ha risposto donando a Lei e a noi il segreto per ottenere la forza necessaria ad una sofferenza redentrice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Rivelazione 21,5).

San Luigi di Montfort deve essersi rallegrato in Paradiso a questa scena toccante scelta dalla riflessione spirituale di Mel Gibson. Come non ricordare l’affidamento a Maria che il blasone di Giovanni Paolo II ha mostrato al mondo per un quarto di secolo come il semplice consiglio “attraverso la Madre fino al Figlio”?

Il momento più forte dell’amore di una madre è forse quello in cui la sua forza risoluta incoraggia i figli ad una sofferenza che il mondo non può capire ma che è radicata attraverso il suo valore redentore nel cuore aperto del Cristo.

Secondo: La Sua Presenza

Un momento sponsale personale è stato per me quello in cui la Madre stava correndo disperatamente per le strade in cerca del Figlio già legato e già brutalmente percosso, passando sopra il luogo in cui Egli era tenuto in prigione in quella notte fatidica e che ne nascondeva la presenza fisica ai suoi occhi, Maria ha istantaneamente percepito la Sua presenza; chinatasi appoggiò la guancia e il cuore al terreno.

Anche Gesù era consapevole della vicinanza di Sua Madre, e mentre l’inquadratura scende sotto la strada fino alla sporca caverna che era la Sua prigione, lo spettatore riesce a cogliere Gesù che stende la mano in un invisibile abbraccio con la donna che ama. Colui davanti al quale “le rocce si struggeranno come cera” (Giuditta 16,5) è stato separato da sua Madre, ma Essi sono uniti da un legame che va oltre le cose di questo mondo.

In modo simile, come sponsa Christi, non ho avuto il dono degli affetti meravigliosi che una sposa conosce nel marito. La comunicazione interiore, quindi, è elevata e attraverso questa mi rendo conto del fatto che Cristo è presente accanto a me: ogni mattina nell’adorazione eucaristica con la mia comunità, in ogni santa Comunione, e recandomi da ogni persona alla quale il mio Sposo mi manda.

Attraverso il mio abbraccio a tutta la gente, indipendentemente dalla loro forza o debolezza individuale, sono consapevole della vicinanza del mio Sposo e quella vicinanza fa fruttificare spiritualmente la nostra unione, mentre io con Lui guardo a tutta l’umanità come a miei figli spirituali.

Terzo: La Pietà e i sacerdoti.

Il terzo momento che vorrei sottolineare è quello immortalato nella famosa Pietà di Michelangelo. Il Figlio giace un’altra volta nel grembo della Madre. Anche se l’Uomo del Dolori è ora morto, non riesco a vedere altro in questa scena se non la Speranza Personificata.

Come donna e suora, questa scena mi chiama ad aiutare, sostenere ed amare ogni sacerdote che il Padre Onnipotente pone nel raggio delle cure del mio cuore; praticamente tutti i sacerdoti.

Quando il sacerdote è giovane, sano e dinamico, il mio amore consiste nel sostenerlo con la preghiera, come Maria ha sostenuto Suo Figlio.

Quando il sacerdote deve portare la sua Croce per la salvezza del mondo, voglio accompagnarlo nel mio ruolo di co-martire per la fecondità dei figli di Dio.

Quando appare sfiduciato, spento, svuotato, vorrei che fosse il mio cuore – attraverso le mie preghiere, i miei sacrifici e il mio sostegno – quello da cui potesse trarre conforto. Senza di lui non ho alcuno Sposo Eucaristico; con lui Cristo si dà alla Chiesa fino alla fine dei tempi.

Nel suo ruolo nella Messa quotidiana, il sacerdote mi mostra, ancora una vola, cosa significhi essere Maria, al momento della nascita a Betlemme, durante la vita pubblica di Suo Figlio, quando Egli predicava e guariva, nel silenzio della preghiera che unisce e, infine, ricevendo il Suo Corpo quando il Calvario è giunto al suo epilogo.

Con “l’alter Christus”, la religiosa attende come una sposa la resurrezione promessa, anche se sente una voce familiare che le assicura: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

Consiglierei a chiunque di vedere questo film, anche a coloro che non hanno un retroterra culturale cristiano? La mia risposta è si, senza esitazione.

Siamo tutti fatti a somiglianza di Dio e siamo cosi “imago Dei”. Il dottore domenicano della chiesa, San Tommaso d’Aquino, ci dice “La luce del tuo volto, Signore, è su di noi” (“Summa Theologiae” I – II, 91,2). L’apostolo Giovanni ci dà un unico nome per Dio: “Amore”.

Siamo nati dall’amore, per amore, e per ricevere e donare questo amore che è Dio. Ritengo che questo film abbia il potere di illuminare in tutti i cuori perché è la più grande storia d’amore possibile. Con fede, si può solo ricorrere all’adorazione … sapendo che lì c’è un Uomo che mi ama.