La pastorale della bellezza rende missionaria la clausura

Intervista a suor Maria Gloria Riva

| 668 hits

ROMA, lunedì, 22 maggio 2006 (ZENIT.org).- “Gli artisti e i santi sono coloro che vedono dove nessuno riesce a vedere. Vedono il mondo attraverso lo sguardo della bontà e della misericordia. Questo sguardo ha un nome molto semplice: si chiama preghiera”, sostiene suor Maria Gloria Riva.



Con queste poche parole la suora di clausura delle Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento ha spiegato a ZENIT il messaggio centrale del suo ultimo libro: “Frammenti di Bellezza – La preghiera nell’Arte e nella vita di Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione” (San Paolo, 151 pagine, 14 Euro).

Il volume verrà presentato alla stampa e al pubblico dal Centro Culturale Talamoni e dal sito “Cultura Cattolica.it” martedì 23 maggio, presso la Casa del Decanato in Piazza Duomo 8, a Monza, alle ore 21:00.

Nel corso dell’intervista a ZENIT suor Maria Gloria ha precisato anche come l’attenzione e lo studio dell’arte classica possano essere strumento di evangelizzazione e come la bellezza, così come la ricerca del vero e del giusto, possa rendere missionaria la clausura.

Qual è il legame che unisce artisti e santi nel vedere e leggere la Fede?

Suor Maria Gloria: Chaim Potok offre in uno dei suoi romanzi un’immagine suggestiva per definire il vedere di Dio. Egli afferma che mentre l’uomo vede il mondo frammentato, perché vede tra un battito di palpebra e l’altro, Dio vede il mondo integro perché Egli solo vede anche durante i battiti. Ecco, i santi e gli artisti hanno saputo vedere durante i battiti, per questo nei loro frammenti, cioè nella loro vita e nelle loro opere, risplende la bellezza di un mondo integro.

Il vedere della fede accomuna, del resto, santi e artisti ed è vedere “il già” nel “non ancora”. Giotto esprime questo “vedere della fede” in un affresco della Cappella degli Scrovegni (commentato anche nel mio libro Frammenti di bellezza). Egli, nel descrivere l’incontro tra il Risorto e la Maddalena, dipinge curiosamente Gesù sul limitare dell’affresco, quasi a rimarcare la sua Presenza “altra”, il suo essere già con il Padre pur essendo ancora qui in mezzo a noi. Ecco, il vedere della fede aiuta ad andare oltre il limite per vedere la luce di un già laddove impera l’oscurità del non ancora.

Chi è suor Maria Maddalena dell’Incarnazione, e qual è il suo legame con la preghiera e l’arte, oggetto della sua ricerca?

Suor Maria Gloria: Madre Maria Maddalena ha fatto di questo “vedere della fede” un carisma. Lo sguardo della fede fu fondamentale per lei, anche per l’epoca in cui visse. Ella, citando il Prefazio del Natale, affermava che con l’Incarnazione una nuova luce della divina Bellezza è apparsa alle nostre menti e, dunque ci è ora possibile, grazie allo sguardo della fede, vedere nel visibile l’invisibile Dio. Nel visibile del Sacramento ci è possibile contemplare un raggio della divina Bellezza.

Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione nacque in un tempo di transizione, come il nostro. Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 l’Ancient régime, sia pur con innegabili valori, rivelava la sua fine, mentre il sorgere della nuova economia, il sorgere della modernità, avveniva all’interno di un panorama oscurato da nubi minacciose. Ella, giovane novizia, ebbe da Dio una missione semplice e radicale ad un tempo, timida e assoluta insieme: andare alla radice della fede per tutto riavere. Piantare un seme nella terra della Chiesa, per tutto far rifiorire. Questa radice è l’Eucaristia. Questo seme è la preghiera di adorazione.

Padre Andrea Martini, uno scultore francescano, che ha riempito il mondo di preghiera e bellezza attraverso le sue opere, ha descritto così lo spirito e la personalità di Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione: una silhouette bellissima, aerodinamica, dove il bronzo appare leggerissimo, e la figura della Madre si erge dalla base svettando verso il cielo come in volo.

Il volto e un braccio sono tutti rivolti al suo Signore. Proprio come la Maddalena giottesca, tutta sbilanciata verso il “Rabbunì”. Questo slancio tradisce l’attitudine principale di Madre Maria Maddalena: stare con il Suo Signore per tutti e con tutti. Ed è questo con tutti che sorprende e che riempie di significato il gesto dell’altro braccio nel bronzo di Martini. Il braccio sinistro infatti è rivolto verso la gente, verso i fedeli e gli infedeli, i santi e i peccatori, i cristiani e gli aderenti ad altre religioni. Tutti dovevano essere lì, con lei, a ritrovare nell’adorazione all’Eucaristia le radici dell’esistenza.

Di fronte alle minacce del terrorismo e della crisi morale che investe gran parte del mondo occidentale, si avverte una grande richiesta di ritorno ai classici ed alle radici cristiane. Sempre più persone cercano il bello, il giusto ed il vero, basi dell’umanesimo cristiano. Secondo lei è possibile sviluppare una pastorale della bellezza che unisca fede ed arte e che dia forma e sostanza a queste domande?

Suor Maria Gloria: È indispensabile ritornare padroni del patrimonio artistico che ci circonda. L’artista, anche il più laico e specialmente l’artista che produce arte religiosa, trae la sua ispirazione da un patrimonio di fede che lo avvolge e lo supera. Esempio tipico potrebbe essere Salvador Dalì il quale in un certo periodo della sua vita fu sinceramente attratto dalla mistica e produsse alcune suggestive crocifissioni. Una di queste viene presa in esame anche nel mio libro. Si tratta del Corpus hypercubus del Metropolitan Museum di New York.

Cristo è sulla croce bellissimo e imberbe, come una statua greca. Il suo corpo teso per la sofferenza è pur tuttavia privo dei segni del soffrire. Cristo è affisso sulla croce non mediante i chiodi ma per la forza dell’amore. La sua nudità purissima contrasta con le vesti sontuose indossate dalla donna che estatica rimane in contemplazione sotto la croce. Egli con la nudità della sua innocenza ha rivestito di grazia l’intera umanità. Egli con la forza del suo amore ha riempito di senso la nostra sofferenza troppo spesso frutto dell’odio e dell’ingiustizia.

Così anche l’estroso e istrionico Dalì, forse sotto la pressione dello shock provocato dallo scoppio della bomba atomica a Hiroshima, ha intinto il suo pennello nella sapienza dei mistici cristiani, come il suo grande conterraneo san Giovanni della Croce. E, pur in una produzione talvolta dissacrante, ha potuto trasmetterci alcune opere dall’altissimo valore religioso e umano.

Dunque, non solo è possibile ma è necessario, è doveroso dissodare l’enorme produzione anche di artisti e pensatori laici per dissotterrare quei valori eterni mediati dalla grande tradizione ebraico-cristiana.

L’aumento delle vocazioni per gli ordini monastici di clausura rappresenta forse un segnale di una nuova primavera per la Chiesa? E quali sono le forme missionarie che anche gli ordini di clausura potrebbero sviluppare?

Suor Maria Gloria: Le vocazioni nella Chiesa rispondono sempre a un bisogno di cui soffre il mondo o la stessa Chiesa. Oggi, indubbiamente, vi è stata almeno nella nostra Europa una notevole perdita del senso religioso. Le nostre città caotiche e le abitudini verso cui i mass-media spingono i giovani sono pieni di frastuono. Il pluralismo ideologico svuotato di valori ha portato gradatamente al relativismo, perciò si avverte sempre più prepotentemente il bisogno di assoluto, di silenzio, di incontrare Dio. Chi per grazia fa questo incontro non può non avvertire il desiderio di farne lo status della propria vita. A che giova, infatti, all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?

Le numerose chiamate alla vita contemplativa sono un invito all’uomo postmoderno a non perdere se stesso, in nome di una economia o di una malintesa libertà o, peggio, in nome di una presunta emancipazione. La veridicità di questa affermazione sta nel fatto che sono sempre più numerosi ormai i laici che, pur avendo ricevuto una vocazione diversa, rimanendo nel mondo, spesso con incarichi importanti all’interno della società, avvertono il desiderio di trovare spazi di silenzio e di solitudine per poter affrontare poi, con più lucidità, sfide e impegni. Ecco allora che non di rado bussano alle porte dei Monasteri, delle abbazie e di quei conventi che si aprono a una qualche forma di ospitalità.

La missione dei Monasteri si inserisce proprio qui, non certo nel perdere la propria identità per andare incontro a un mondo che manifesta sempre più bisogni e disagi, ma nell’aprire a questo mondo qualche spazio di interiorità, comunicare qualcosa della propria esperienza di Dio, insomma per dirla con san Tommaso contemplata aliis tradere: partecipare agli altri le cose contemplate.

Questo può avvenire a vari livelli e in varie forme. Attraverso l’accoglienza, appunto, per intere giornate di ritiro o per momenti di preghiera, oppure offrendo, mediante una presenza discreta, ma qualificata, nei mass-media, una lettura “altra” della realtà. Uno dei ruoli più profondi del contemplativo infatti, è quello di imparare a leggere la storia con gli occhi di Dio. Questa lettura “altra”, nel mio caso non solo della storia di una santa, ma dell’arte, è ciò che offro nel mio libro e in diversi articoli presenti sul sito CulturaCattolica.it.

La nostra particolare esperienza monastica poi, che si consuma non a caso nel cuore delle città, ci porta ad offrire ai laici la possibilità di sostare in adorazione e fare esperienza nella loro vita di come, fissando lo sguardo su quella radice della Chiesa che è l’Eucaristia, il relativismo possa essere vinto e i valori cristiani possano tornare a risplendere nella vita, offrendo risposte alle sfide etiche e non, che oggi la società pone continuamente.

La portata missionaria di questa accoglienza è stata tale da far nascere un gruppo di laici associati al nostro carisma, gli Adoratori Missionari dell’Unità. Anche il loro sito www.beth-or.org è, per noi claustrali, uno strumento mediante il quale contribuire all’educazione del popolo alla fede, alla preghiera, alla Bellezza e alla Missione.