La paternità che salva e redime anche i mafiosi

"Cavalcare l'arcobaleno", libro illustrato di Benedetto Tudino, vuole dar voce ai detenuti, impegnati a ricostruirsi un rapporto con i figli

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di Gaia Bottino

FIUGGI, venerdì, 27 luglio 2012 (ZENIT.org) - Benedetto Tudino, scrittore e allievo di Gianni Rodari, ritiene che la chiave di relazione elettiva per raccontare il mondo infantile sia rappresentata dalle favole: con il suo libro illustrato dal titolo Cavalcare l’arcobaleno, presentato alla V edizione del Fiuggi Family Festival, Tudino ha voluto dar voce ad un tema troppo spesso dimenticato dall’opinione pubblica: le difficoltà vissute dai detenuti nella ricostruzione di un rapporto con i loro figli.

Il libro nasce da un percorso di formazione sulla scrittura creativa rivolto agli ospiti dell’Istituto Penitenziario di Parma in regime di 41 bis e alle loro famiglie, nell’ambito del progetto Per educare un fanciullo serve un intero villaggio, promosso dall’Agenzia per la Famiglia del Comune di Parma, in collaborazione con l’associazione culturale “Rinoceronte Incatenato” e con l’apporto organizzativo di “Forum Solidarietà”.

Cavalcare l’arcobaleno, le cui illustrazioni sono state realizzate da Lorenzo De Luca, racconta i momenti di dolcezza che si creano tra un detenuto e suo figlio: il carcerato, oltre ad essere un individuo punito giustamente per aver commesso dei reati, rimane sempre un padre che durante l’incontro con la sua famiglia, circoscritto in una misera ora a settimana, riesce a trovare uno spiraglio di luce per non essere sommerso dal buio del carcere duro.

“Ho domandato ad un ospite del carcere come pensava di poter costruire un rapporto con il figlio in un’ora a settimana - racconta Tudino -. E lui, guardandomi negli occhi, mi ha risposto che desiderava raccontare la sua storia al figlio  e non delegare questo compito agli assistenti sociali”. Storie di vita che vanno oltre a ciò che scrivono i giornali e che non possono essere riassunte in un fatto di cronaca.

I padri protagonisti del libro sono esponenti della mafia e della camorra che, per poter salvaguardare il loro rapporto con la “famiglia” mafiosa, hanno sacrificato quello con i loro figli. In Cavalcare l’arcobaleno, Benedetto Tudino riporta la testimonianza di un detenuto resosi conto di dover costruire dalle fondamenta il rapporto con le figlie: “Spesso facevo l’errore di parlare alle mie figlie promettendo loro che avremmo ricostruito tutti gli anni persi. Poi un giorno una delle mie figlie mi ha chiesto dov’ero quando aveva bisogno di me”.

I carcerati del 41 bis dell’istituto penitenziario di Parma hanno partecipato al progetto ideato da Tudino anche per lanciare un grido oltre le sbarre: “Vorrei che le persone sapessero che noi stiamo ancora vivendo”, ha confidato a Tudino un detenuto entrato nel 41 bis a soli 19 anni e che sta scontando 56 ergastoli: oggi è laureato in legge e si sta specializzando in magistratura: “Il carcere viene considerato terra di nessuno, eppure dietro queste mura non ci sono fantasmi, ma persone”.

Il paradosso più evidente riscontrato da Benedetto Tudino è stato quello di incontrare degli uomini dalla condotta decisamente poco esemplare ma che considerano la famiglia un valore inalienabile e hanno un rapporto profondo con la fede: “Ho incontrato persone che si sono rivelate pentite non per aver infranto le leggi terrene, ma quelle divine. Più del carcere, quello di cui hanno maggiore timore, è l’inferno”, ha raccontato lo scrittore.

I detenuti del 41 bis sono definiti mafiosi ma in realtà, sono solo delle pedine nelle mani di poteri molto più forti, come ha cercato di spiegare uno di loro a Tudino: “La mafia non è finanziata dal piccolo delinquente che chiede il pizzo al commerciante. Quello serve solo a tenere un contatto con il territorio. I veri finanziatori della mafia sono le banche e le multinazionali. Fino a quando ci sarà un determinato mercato economico in Italia, la mafia continuerà ad esistere”. Un detenuto ha accennato addirittura una soluzione per risolvere il problema della mafia, citando l’economista Sylos Labini che parlava di un’economia dal basso, affidata alla gente comune.

Con questo progetto, Benedetto Tudino ha dimostrato che i momenti di bellezza continuano con insistenza a bussare alle porte dell’animo umano e per raggiungerli anche solo per brevi attimi, alcuni passano per un limbo destinato a durare per tutta la loro esistenza.