La politica è minacciata dallo strapotere dell'economia e della tecnica

La questione antropologica nella Dottrina Sociale nella prolusione del cardinale Bagnasco

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di Luca Marcolivio

ROMA, giovedì, 8 marzo 2012 (ZENIT.org) – La crisi che viviamo non va circoscritta al piano economico. Lo ha detto il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, appena confermato alla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, nel corso della lectio magistralis su La questione antropologica nella Dottrina Sociale della Chiesa.

La prolusione è stata tenuta ieri dal cardinale Bagnasco, in occasione di un Incontro pre-pasquale con i politici italiani, tenutosi presso l’Aula Magna dell’Università della Santa Croce.

“Nell’attuale congiuntura economica, sociale e culturale – ha osservato Bagnasco - siamo chiamati a riflettere con attenzione sugli obiettivi che intendiamo realizzare e sulla gerarchia di valori con cui attuare le scelte più importanti. Infatti, fuori da una visione d’insieme non esistono soluzioni”.

Ribadendo che la Dottrina Sociale della Chiesa non offre “soluzioni tecniche” ma piuttosto “linee guida per una corretta concezione della società e dell’uomo”, il porporato ha sottolineato il tema della dignità dell’uomo nel lavoro, che emergeva già nell’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII.

Ogni dimensione economica e sociale, compresa, tra le altre l’interazione con l’ambiente (che non può ridursi a “mera conservazione della natura”), deve essere posta “al servizio dell’uomo”.

Pertanto, in campo economico, non gioverebbe a nessuno un “incremento della ricchezza complessiva” che non fosse “a beneficio delle singole persone, o un progresso economico che fosse a favore di alcuni e a danno dei più”.

Lo stesso sviluppo economico, tecnologico e sociale sarà autentico “solo se avrà l’uomo come riferimento primario” e solo se, dell’uomo, “terrà presenti tutte le dimensioni costitutive, senza trascurarne alcuna”.

L’uomo, ha proseguito il cardinale Bagnasco, ha una “dimensione trascendente, che lo rende qualitativamente diverso dal mondo in cui vive”. Il consumismo, per contro, lo abbrutisce ed arriva a ridurre l’uomo stesso ad un “oggetto”.

L’esperienza religiosa non può essere “marginalizzata o resa irrilevante”: al contrario va “considerata come un elemento indispensabile anche nel contesto di uno Stato laico, perché rappresenta il segno più alto della libertà dell’uomo” che lo Stato deve difendere e promuovere.

Quando lo Stato non favorisce la crescita spirituale dei cittadini o, addirittura, la ostacola, sottrae in loro “la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale”. L’esempio indicato da Bagnasco è quello - oggetto di dibattito negli ultimi giorni - del rispetto dei giorni festivi, senza trascurare questioni come “l’edificazione di luoghi di culto” o “l’esposizione di simboli religiosi”.

Altro rischio è quello che scaturisce da “un certo individualismo”, secondo il quale l’uomo intreccia relazioni sociali per “mera convenienza”, con il risultato di una generalizzata indifferenza per la “cosa pubblica”, fino a “forme di disimpegno e di ingiustizia”.

Grosse responsabilità hanno anche i “messaggi pubblicitari” che conducono a una “logica superficiale” e ad un “uso sconsiderato del denaro”, proponendo “modelli spesso irraggiungibili”.

Antidoto a queste concezioni e prassi deleterie, c’è il “bene comune” inteso come “fine ultimo del vivere sociale”, che concepisce l’uomo sempre “nella sua relazione con la società, senza mai dimenticare nessuno, né considerando nessuno come “uno scarto”.

Il primo e più basilare esempio di bene comune è la famiglia dove il bene “non prescinde mai da quello dei suoi componenti, né il bene di un singolo membro può realizzarsi a scapito degli altri”.

Precisati questi fondamenti antropologici, la politica stessa, ha osservato Bagnasco, per sua natura, va intesa come particolare forma di “dedizione al bene comune”, quindi come “espressione di carità”.

Non soltanto in Italia ma in tutto il mondo, la politica è oggi screditata “da una assolutizzazione della moderna concezione della tecnologia”. Questa concezione pretende che “i fini dell’azione umana siano già determinati a priori dalla scienza”, rendendo di fatto superflua l’esperienza politica.

 La tecnologia, quindi, prende il sopravvento sull’uomo “fino a renderlo incapace di orientare le proprie scelte tramite il dibattito politico e il discernimento morale, entrambi schiacciati perché è eliminato il mondo dei fini per fare posto a quello dei mezzi tecnici”.

La politica, tuttavia, è in crisi anche per l’egemonia dell’elemento economico e in particolare per lo “strapotere del capitalismo finanziario, che arriva a determinare prepotentemente le scelte sia economiche che politiche”, svuotando anche il processo democratico.

C’è poi il delicato e fondamentale tema dell’indisponibilità della vita, il cui mancato rispetto rende “sempre più difficile la valorizzazione e lo stesso rinascimento della dignità di ogni individuo”, con risultati pregiudizievoli anche per la democrazia che, così, “si sottomette al potere del più forte o alle decisioni arbitrarie della maggioranza”.

Se anche la politica si apre alla vita mette “al centro il vero sviluppo”, come afferma papa Benedetto XVI nella Caritas in Veritate.

Non meno preoccupante è la questione del “suicidio demografico”, sintomo di una società che “non guarda avanti perché ha paura del futuro” e che “vede aumentare l’età media dei suoi cittadini, creando problemi di ordine economico e sociale a medio e lungo termine”.

Ulteriore punto affrontato dal presidente della CEI è stato quello dell’immigrazione e dell’accoglienza dell’altro, un tema che ha assunto “proporzioni consistenti e talora preoccupanti” e che va affrontato senza essere “ideologizzato o portato agli estremi del disprezzo dell’altro”.

L’immigrato va visto, prima ancora che per il “beneficio economico” che può apportare, come “una persona, che porta con sé debolezze e attese”. La presenza di migranti nel nostro paese può aiutarci a vincere egoismi e paure, ricordandoci “il principio della comune destinazione dei beni, affidati non solo ad alcuni, ma a tutti gli uomini, e che per questo devono essere ripartiti in modo più equo”, ha affermato Bagnasco.

Il presidente dei vescovi italiani si è quindi avviato a conclusione con un riferimento al principio di sussidiarietà che va applicato in primo luogo ai giovani, in quanto essi rappresentano “la risorsa più importante della società”. Il loro apporto va valorizzato soprattutto nel mondo del lavoro, per non condannarlo “all’impoverimento umano, nonché a quello economico”.