La preghiera come speranza attiva

Le meditazioni teologiche di Jürgen Werbick sul "Padre nostro"

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 263 hits

Stando alle affermazioni degli studiosi dei vangeli, il «Padre nostro» condensa il contenuto centrale e decisivo della predicazione di Gesù. Esso esprime, da un lato, la configurazione dei desideri del cuore del credente e, dall’altro lato, il modo in cui i seguaci di Gesù dovrebbero rivolgersi al Padre a cui con fede si affidano. Il loro modo di pregare rivela non solo cosa chiedono, ma a chi si rivolgono. Il Pater rivela qualcosa del Padre che «nessuno ha mai visto».

Imparare cosa credere e imparare cosa sperare sono due movimenti teologali che si accompagnano necessariamente e sono sorretti e coronati dalla natura dell’amore chiaroveggente che sa che al posto di «cosa» c’è un Volto, c’è un Altro che è affidabile, che è vicino. È necessaria un’educazione e un orientamento verso un tale vissuto teologale ed è quanto si propone il libro del teologo Jürgen Werbick, Padre nostro. Meditazioni teologiche come introduzione alla vita cristiana, edito dalla Queriniana.

Il libro offre un commento teologico meditativo in dieci capitoli alla preghiera liturgica del Padre nostro. Sono meditazioni perché mettono al centro le domande del Padre nostro per coglierne il senso e raccogliere attorno ad esse le esperienze. E sono meditazioni teologiche in quanto a partire da questo centro si cerca di vedere «come questa concentrazione possa proiettare la sua luce anche sui problemi pressanti della vita e del pensiero del presente».

Un retto sperare

La preghiera è affine alla speranza, e per questo l’educazione alla preghiera richiede l’educazione alla retta speranza. È fondamentale porsi la domanda di kantiana memoria: «Che cosa possiamo sperare?». Werbick evidenzia come «le speranze troppo pretenziose distolgono dalle battaglie che oggi bisogna combattere consapevolmente e che richiedono la nostra presenza». La speranza del wishful thinking non è degna del nostro oggi e della nostra umanità. «Introdurre alla fede e alla sua speranza non significa allontanare dai campi di battaglia». D’altro canto, l’alternativa allo sperare troppo potrebbe essere quella di «ridimensionare le speranze umane fino al punto che permettano a quanti sperano una realistica prospettiva di azione», del confinamento dell’orizzonte-speranza a delle trascendenze intermedie o piccole. È un ripiegarsi sull’essere «religiosamente insensibili», per utilizzare un’autodefinizione di Habermas.

La speranza della preghiera è una via media che non si lascia inflazionare né dall’utopia sognante né dal fatalismo del pessimismo. Chi assume la fede di Gesù non può smettere di sperare che la giustizia di Dio possa essere più grande della «giustizia imposta ai poveri a vantaggio dei ricchi». Ma ciò che è più importante è la speranza che diventa un’operare della speranza, cosicché «chi spera per sé e per gli altri infaticabilmente e insaziabilmente punta sulla possibilità del cambiamento nel piccolo e nel grande. Sotto questo aspetto la speranza è indivisibile. Essa non sarebbe speranza ma semplice calcolo, se mirasse solo al proprio vantaggio. Essa non sarebbe sino in fondo speranza, ma sarebbe già guastata dalla rassegnazione se non mirasse al cambiamento adesso».

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Questo piccolo libro costituisce un volto complementare alle altre opere voluminose e ben note di Werbick, e rappresenta sia una sosta orante e contemplativa dinanzi al Dio coinvolgente sia un’espressione concreta dell’essere responsabili della fede.

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Il libro è disponibile su Queriniana.