La pretesa cristiana: una fede che renda più umano il mio vivere

Julián Carrón commenta il libro postumo di don Luigi Giussani

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di Luca Marcolivio

ROMA, sabato, 4 febbraio 2012 (ZENIT.org) – È il secondo volume di una trilogia postuma di don Luigi Giussani, nell’ambito del Per-Corso di Comunione e Liberazione. In libreria da alcune settimane, All’origine della pretesa cristiana (Rizzoli) è stato presentato ufficialmente lo scorso 25 gennaio al Teatro Arcimboldi di Milano in una lunga prolusione a cura di don Julián Carrón.

Il discorso di Carrón, successore di Giussani come presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, è stato trasmesso via satellite in tutta Italia, presso varie location (A Roma è stata messa a disposizione la Pontificia Università Urbaniana) ed è stato riportato integralmente dalla rivista Tracce.

“È venuto un Uomo, un giovane Uomo, nato in un certo paese, in un certo posto del mondo geograficamente precisabile, Nazareth”, scrive don Giussani, a ribadire la storicità e la fisicità dell’avvenimento cristiano. Recarsi in Terra Santa e poter ammirare a Nazareth, l’iscrizione con la frase Verbum hic caro factum est, è un esperienza che dà i “brividi”, scrive ancora il fondatore di CL.

Di fronte all’avvenimento del Dio fatto carne che, ha commentato Carrón, “esprime tutta la passione piena di tenerezza di Dio per l’uomo”, è impossibile non chiedersi, con il salmista, “Chi è mai l’uomo, Signore, perché te ne ricordi?” (Sal 8,5).

Eppure “poveracci come noi siamo”, intenti a camminare “a tentoni nel buio”, a noi uomini “viene data la grazia di questa notizia”, ha proseguito Carròn. “Chi non desidererebbe vivere ogni istante della sua vita sotto la pressione di questa commozione senza pari, generata dalla Sua presenza?”, si è domandato il successore di don Giussani.

Eppure il fatto meraviglioso dell’incarnazione di Dio nell’uomo, si manifesta in maniera problematica per l’uomo d’oggi. Già nella seconda metà del XIX secolo, Dostoevskij, ne I demoni, si domandava se “un uomo colto, un europeo dei nostri giorni”, potesse credere alla divinità del figlio di Dio.

Può, dunque, ha proseguito Carrón, l’uomo moderno, intriso com’è di un “razionalismo pervasivo” e di una “fiducia spontanea nel metodo scientifico”, lasciarsi affascinare ed attrarre dalla fede?

Nel 1982, don Giussani ammoniva i suoi figli spirituali sul rischio di una “lontananza da Cristo”, uno smarrimento del credente nelle pieghe della quotidianità, quando ormai è trascorso parecchio tempo dal gioioso incontro originario con Lui.

A fornire una risposta positiva agli interrogativi precedenti è stato il cardinale Joseph Ratzinger che, nel 1996, affermò che nell’uomo “vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito”. Ciò implica, comunque, che “il cristianesimo ha bisogno di incontrare l’umano che vibra in ciascuno di noi per poter mostrare tutto il suo potenziale, tutta la sua verità”, ha commentato Carrón.

Lo ribadisce lo stesso Carrón nell’introduzione a All’origine della pretesa cristiana: la ragione per aderire alla fede cristiana è la sua “profonda corrispondenza umana e ragionevole delle sue esigenze con l’avvenimento dell’uomo Gesù di Nazaret”.

Viene meno, dunque, il “ragionamento astratto” e si compie il “passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini”.

La corrispondenza tra l’uomo e Cristo, inoltre, “si realizza in un incontro reale, storico, nel presente”. Quando invece questo incontro non si verifica, il cristianesimo è ridotto a “discorso, dottrina o morale”, con una “correlativa riduzione dell’umanità dell’uomo” che finisce per scavare “il solco di una profonda estraneità” tra Cristo e l’uomo.

Per conoscere pienamente Cristo è necessario che “ciascuno di noi sia davanti a Lui con tutto il proprio umano”, perché “senza coscienza di me stesso anche quello di Gesù Cristo finisce per diventare un puro nome”, ha proseguito Carrón.

La nostra visione della reale natura di Cristo è però spesso offuscata dall’“influsso della società e della storia che riduce le nostre esigenze originali”. Anche noi, infatti, come nove dei dieci lebbrosi della parabola (Lc 17,12-19) “ci accontentiamo della guarigione” ed il nostro cuore “resta lontano da Cristo”.

L’avvenimento cristiano, tuttavia, ammoniva Giussani, non è tale se non è attuale e se non è in grado di “calamitare tutta la nostra affezione e tutta la nostra libertà”. Esso non richiede “preparazioni, né precondizioni: esso irrompe ed accade come l’innamorarsi”.

La venuta di Cristo al mondo, il suo incontro con gli uomini, sono paradigmi attuali perché, senza di essi, è impossibile porre soluzione ai problemi umani: dal “problema della conoscenza del senso delle cose (verità)” al “problema dell’uso delle cose (lavoro), dal “problema di una compiuta consapevolezza (amore)” fino al “problema dell’umana convivenza (società e politica)”.

In cosa consiste, dunque, la “pretesa cristiana”? Essa è la mobilitazione di “tutte le risorse che si hanno a disposizione – ragione, affezione e libertà”, per verificare che “la fede rende più umano il mio vivere”, come affermava lo stesso don Giussani nel precedente volume L’io rinasce in un incontro (1986-1987) (BUR, 2010).

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