La prevenzione della criminalità non può limitarsi al formalismo giuridico

L'intervento del Segretario Vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Mamberti, all'81° Sessione dell'Assemblea Generale dell'Interpol

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di Luca Marcolivio

ROMA, martedì, 6 novembre 2012 (ZENIT.org) – La prevenzione del crimine non può limitarsi ad una fredda applicazione della legge, ma deve avere come punto di partenza la dignità umana e la verità sull’uomo.

Lo ha detto il Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato Vaticana, monsignor Dominique Mamberti, intervenendo all’81° Sessione dell’Assemblea Generale dell’Interpol, in corso in questi giorni a Roma sul tema Le sfide poste alla polizia dal fenomeno della violenza criminale contemporanea.

Il fenomeno dibattuto in questi giorni “ha conosciuto un incremento sostanziale sia dal punto di vista quantitativo che sotto il profilo della violenza delle sue manifestazioni”, ha osservato il presule.

Secondo monsignor Mamberti anche il crimine è soggetto alla globalizzazione che lo rende più sofisticato a livello di “mezzi tecnici” ed apporta “ingenti risorse finanziarie”.

Accanto a tali minacce si riscontrano le opportunità prodotte dallo “sviluppo delle istituzioni democratiche” che hanno permesso di “affinare le tecniche di protezione della libertà degli individui e le modalità di un uso proporzionato e responsabile della forza pubblica”.

Il crimine organizzato, ha aggiunto il Segretario Vaticano per i Rapporti con gli Stati, arriva a mettere in discussione “le basi stesse della convivenza civile, erodendo il tessuto valoriale sul quale le istituzioni dello Stato moderno sono fondate”.

La miglior forma di prevenzione delle manifestazioni criminali è dunque “la difesa e la promozione di questo tessuto valoriale”. Al tempo stesso l’autorità pubblica deve stare attenta a non perdere “il credito e la fiducia dei cittadini”, appoggiandosi solo al “formalismo giuridico”, senza alcuno “sguardo di verità sull’uomo”.

Non solo lo Stato deve “interrogarsi sulle cause” che soggiacciono alle azioni criminose ma deve anche porsi domande di carattere più pratico: “come rispettare i principi fondamentali del diritto nelle situazioni di estrema tensione? Quale ruolo assicurare al diritto nella necessaria lotta alla criminalità più violenta e imprevedibile? Quale diritto occorre applicare?”.

Monsignor Mamberti ha poi ricordato che, al di là di ogni formalismo, “la sostanza del diritto è la giustizia, ovvero ciò che è giusto”. In tal senso la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo offre un “importante riferimento per delineare ciò che è giusto ma non è sufficiente”.

La stessa Dichiarazione, comunque, riconosce l’esistenza di “una natura umana anteriore e superiore a tutte le teorie e costruzioni sociali, che l’individuo e le società devono rispettare e non manipolare a piacere”.

Pertanto gli ordinamenti statuali non possono limitarsi a sostenere una produzione legislativa di “natura formalistica”, basandosi su “ragioni pragmatiche ed utilitaristiche”: in questo modo essi perderebbero di vista la “verità sull’uomo” e finirebbero soggetti a “strumentalizzazioni”.

È necessario che le istituzioni non dimentichino mai “il valore trascendente della dignità umana” che corrisponde alla “verità dell’uomo in quanto creato da Dio”. Solo così lo stato di diritto è in grado di perseguire il suo “vero scopo”, ovvero la “promozione del bene comune”.

In mancanza di questo riferimento si creano “rischi di squilibrio” e finanche lo stesso valore dell’uguaglianza può prestarsi come “alibi ad evidenti discriminazioni”, così come un suo eccesso “può dar luogo a un individualismo dove ciascuno rivendica i propri diritti, sottraendosi alla responsabilità del bene comune”.

I “primi anticorpi” contro la criminalità, ha osservato il segretario Vaticano per i Rapporti con gli Stati, sono proprio i “cittadini di ogni Paese” ed è nella “alleanza” e nella “solidarietà” tra cittadini e forze dell’ordine che si realizza “il miglior bastione di resistenza alla criminalità”.

La rimozione delle cause dell’ingiustizia ha come fattore primario il “rispetto della vita umana in ogni circostanza”, in modo da poter realizzare un “tessuto sociale forte e coeso nei valori fondamentali”, a partire dalla famiglia, autentica fonte di amore gratuito, giustizia e perdono.

Quanto al soggetto criminale, egli “per quanto gravi possano essere i reati commessi, resta sempre una persona umana, dotata di diritti e doveri – ha detto monsignor Mamberti -. In lui riposa, benché deturpata dal peccato, l’immagine di Dio Creatore”.

Il presule ha infine accennato al dilemma etico della restrizione della libertà individuale che “pur se finalizzata alla prevenzione o repressione dell’attività criminale, per essere legittima non dovrà mai divenire lesiva della dignità personale o compromettere ingiustamente un effettivo esercizio dei diritti umani”.

È solo seguendo tali principi che “le forze di polizia e tutte le istituzioni deputate alla sicurezza, riusciranno a suscitare ed alimentare la fiducia e il rispetto dei cittadini, rinnovando il fondamento dello stato di diritto e rendendo sempre più efficace la lotta alla criminalità”, ha quindi concluso.