La prodigiosa reliquia di San Rocco

Il culto del Santo, amico degli ultimi, degli appestati, dei poveri, iniziò a fiorire subito dopo la sua morte, avvenuta il 16 agosto a Voghera, in un anno tra il 1376 e il 1379

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 770 hits

Correva l’anno 1854, il giorno era il 18 settembre. Il «Giornale di Roma», organo ufficiale dello Stato Pontificio, pubblicava l’annuncio di papa Pio IX che ogni fedele romano, durante quei giorni in cui regnava l’angoscia dovuta a un’epidemia di colera diffusasi in città, attendeva con concitazione. L’attesa si placò alla lettura della concessione da parte del Santo Padre di un’indulgenza di sette anni per chi avesse visitato la chiesa di San Rocco, e plenaria per chi l’avesse visitata per sette volte.

Il gesto confortò quelle moltitudini di fedeli che in quei giorni confluivano ininterrottamente all’interno di questa chiesa dalla facciata neoclassica, che si erge elegante innanzi all’Ara Pacis. Nelle settimane precedenti al diffondersi della pestilenza anche a Roma, lo stesso Pio IX aveva urgentemente prescritto che, oltre alle immagini più venerate della Vergine e alle reliquie dei SS. Pietro e Paolo, venisse esposto al pubblico anche «il prodigioso Braccio di San Rocco nella sua chiesa».

La prescrizione papale venne adempiuta rapidamente, ma ancor prima che si procedesse all’esposizione, frotte di romani accalcavano già la scalinata della chiesa, fiduciosi a ché l’intercessione dell’amato Santo arrestasse il protrarsi della pestilenza, già causa di migliaia di morti in poche settimane. Ebbene, la calamità conobbe un sensibile e costante calo sino a cessare completamente, nel dicembre 1854, a pochi giorni dal Santo Natale.

Fu, questa appena descritta, l’ultima occasione in cui la città di Roma conobbe un flagello di pestilenza di tale portata. Ultima ma non unica. Nei secoli precedenti, più e più volte venne invocato l’intervento di San Rocco e del suo miracoloso braccio, conservato nell’omonima chiesa, al fine di impedire il dilagare di pestilenze simili.

Sotto il Pontificato di Clemente VIII (1592-1605), quando la peste rappresentava in tutta Italia un male ormai già noto da qualche secolo, si decise di recare a Roma una reliquia di San Rocco, il «Santo Taumaturgo», per preservare la Città Eterna da immani sciagure. Così, il braccio del Santo venne depositato nella chiesa di San Sebastiano fuori le mura, il Santo che prima di San Rocco era annoverato tra i principali protettori contro la peste. Appena qualche anno dopo l’arrivo della reliquia in città, venne decretato il trasferimento nella chiesa dedicata a San Rocco, nei pressi del porto di Ripetta. Era proprio questo, del resto, un luogo simbolo in cui la pestilenza andava arrecando contagio, giacché originaria di terre lontane che comunicavano con Roma mediante gli scambi commerciali per mezzo delle navi.

La processione per il trasferimento della reliquia - raccontano le cronache dell’epoca e riportano le testimonianze conservate negli archivi della “Associazione Europea Amici di San Rocco” - si svolse in maniera viepiù solenne e sentita dal popolo. Vi parteciparono colonne di porporati, vescovi e sacerdoti, il Senato romano, confraternite, corporazioni e maestranze, professionisti e scuole, artigiani e un’immensa fiumana di gente semplice, soprattutto pescatori e lavoratori del porto.

Pochi decenni più in là, si attesta alla reliquia di San Rocco il primo prodigio. Era l’anno 1624, un grave contagio di peste mieteva centinaia di vittime al giorno nella città di Palermo e timide avvisaglie lasciavano prevedere che il male potesse diffondersi anche a Roma. Sul soglio di Pietro, in quegli anni sedeva Urbano VIII, descritto come devotissimo di San Rocco. Egli decise di dar vita, partecipandovi intensamente, a delle pubbliche preghiere per ottenere da Dio, per intercessione del «Santo Taumaturgo», la liberazione della Sicilia dal terribile morbo e la preservazione di Roma dal contagio. La Domenica del 18 agosto 1624, Urbano VIII si recò a celebrar Messa nella chiesa di San Rocco, sul cui Altare Maggiore venne sistemata la reliquia del Santo. Non passarono che una manciata di giorni da quell’evento e il minaccioso flagello cessò a Palermo e in tutta l’isola siciliana, e inoltre evitò di approdare sulle sponde del Tevere.

Urbano VIII, dal canto suo, ordinò che dal Magistrato dell’Urbe venisse offerto a San Rocco ogni anno, nel giorno della sua solennità, un calice d’argento e quattro ceri. Ancora oggi, in una parete posta nella navata destra all’ingresso della chiesa di San Rocco, è possibile leggere l’iscrizione, datata luglio 1625, che attesta l’approvazione del Senato Romano.

Prima del colera del 1854, un’altra testimonianza di un’epidemia che si diffuse a Roma risale all’anno 1656. Durante l’estate, una nave proveniente dal porto di Napoli approdò a Nettuno, vicino Roma, lasciandovi nei pressi del porto alcune vesti infette di peste. Si racconta che accidentalmente alcune parti di esse vennero portate in città, così da far dilagare la malattia con furia atroce. In breve tempo perirono a causa sua circa 14.500 persone. L’allora papa Alessandro VII (1655-1667), che si trovava a villeggiare a Castelgandolfo, tornò precipitosamente a Roma per soccorrere i cittadini con urgenti provvedimenti e per ordinare pubbliche preghiere e solenni funzioni in memoria di San Rocco nella chiesa a lui dedicata. Dopo di che, il flagello passò.

Intercessioni miracolose attribuite a San Rocco, in Europa e nel mondo, se ne contano del resto numerosissime. Ciò ha reso il Santo nato nella francese Montpellier uno dei più popolari e venerati in tutto l’orbe cattolico. Malgrado questa popolarità, le notizie sulla sua vita sono poche e frammentarie. Si narra che, vissuto nel secolo XXII, all’età di vent’anni vendette i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e fece voto di recarsi a Roma, per pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Fermatosi durante il pellegrinaggio ad Acquapendente, vicino Viterbo, ignorò i consigli della popolazione in fuga dalla peste e decise di prestare servizio nel locale ospedale.

È qui che iniziò la sua santa fama, in tre mesi di attività operò numerosi miracoli nella guarigione degli appestati. Morì il 16 agosto di un anno tra il 1376 e il 1379 a Voghera, dove si trovava imprigionato poiché sospettato dalle autorità comunali di essere una spia. È dalla città lombarda che iniziò a fiorire, subito dopo la sua morte, il culto di San Rocco: amico degli ultimi, degli appestati, dei poveri.