La proposta educativa di fronte al male

Il discorso del cardinale Giuseppe Betori al terzo incontro dei "Dialoghi in Cattedrale"

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ROMA, venerdì, 30 marzo 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo di seguito il discorso del cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, dal titolo "La proposta educativa di fronte al male. La parola del Padre e la testimonianza di Gesù", tenuto al terzo ed ultimo incontro dei "Dialoghi in Cattedrale" svoltosi ieri, giovedì 29 marzo, nella Basilica di San Giovanni in Laterano. 

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Possiamo educare, oggi, al senso del bene e del male? La domanda, così formulata, è certamente paradossale, per due ragioni. L’educazione non è, in termini biologici, un’opzione ma una necessità: il cucciolo d’uomo – se, cedendo alle mode del momento, vogliamo chiamare così il bambino – ha bisogno di essere educato per svilupparsi verso l’età adulta e sopravvivere. Se riconduciamo, poi, la differenza tra bene e male a una qualche forma di differenza normativa (giusto o sbagliato) o procedurale (corretto o scorretto), scopriamo che già a questo livello tale differenza è ineliminabile.

Perché allora ci poniamo la domanda? Abbiamo la percezione di un cambiamento nella mentalità diffusa, nel modo spontaneo e non riflesso con cui guardiamo alle cose. È un mutamento analogo a quello che Charles Taylor, il grande filosofo canadese, prova a mettere a fuoco ne L’età secolare: come è successo che oggi, a differenza di quanto succedeva qualche secolo fa, per un europeo la non-credenza o l’indifferenza religiosa sono opzioni assolutamente naturali? (cfr Introduzione, ne L’età secolare, Feltrinelli, Milano 2009).

Mentre all’epoca di Raffaello e in quella di Galileo era normale credere in Dio, oggi è perlomeno normale affermare di non credere: questo poi diventa quasi un requisito per gli accademici e, sempre più spesso, anche per i politici. In modo simile, potremmo dire che mentre all’epoca di Lutero e di Sant’Ignazio di Loyola era normale avere un senso vivo della differenza tra bene e male, oggi sembra che ci sia un’ampia zona grigia, nella quale i comportamenti hanno caratteristiche meno definite, una zona che riguarda buona parte delle nostre esistenze.

Il cambiamento tocca la sfera della fede come pure quella dell’etica e il compito dell’educazione. Lo ricorda il Santo Padre nella lettera che ha inviato alla Diocesi e alla città di Roma nel 2008: «[Nell’educazione] sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita» (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008).

Parlare di verità e di errore, di bene e di male, significa essere in grado di fare ordine, di scegliere in base a un criterio chiaro e radicale. È proprio questo criterio che si vede oggi indebolito: a essere messa in questione non è la differenza tra bene e male in sé – ciascuno si costruisce un proprio ordine morale, anche se spesso provvisorio e rivedibile –, ma la sua radicalità, le priorità nell’ordine, l’oggettività che lo rende condivisibile. Si difende il diritto alla vita degli animali, il che può essere un bene, se è un segno d’amore per le creature di Dio.

Ma se a questa, diciamo, “sensibilità” si accosta il “diritto” di abortire o di uccidere i neonati (come ancora recentemente hanno sostenuto due giovani ricercatori di origine italiana su una nota rivista di medicina del mondo anglosassone), il “diritto” cioè di far morire altri esseri umani, dovremo pur chiederci quale sia il criterio di bene e di male cui si attiene certa cultura diffusa.

Vorrei affrontare il nostro problema in quattro brevi tappe, quattro immagini che ci permettono di costruire un percorso di risposta.

Cominciamo dal libro del Deuteronomio, dove al capitolo 30 il Signore presenta al suo popolo un quadro a tinte decisamente forti: «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. […] Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.

Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, […] perché tu viva e ti moltiplichi […].Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete […].Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità» (Dt 30,11.14-20).

Il Signore si presenta come colui che dà un criterio radicale: è la sua parola infatti a definire la differenza tra bene e male, tra vita e morte, tra benedizione e maledizione. Questo accade perché il Signore è riconosciuto come il Creatore, e quindi colui che dà le leggi dell’anima, della vita, del mondo. È un’immagine davvero potente, che ha lasciato un’impronta profonda nella nostra cultura. La stessa metafora delle “leggi naturali” – quelle indagate dalla scienza – rimanda a un legislatore: così, in una fase della nostra cultura, si connettevano la dimensione morale, quella politica e quella metafisica, in uno sguardo d’insieme sul cosmo, ossia sulla natura come struttura ordinata.

Spostiamoci ora verso il secondo quadro: siamo in Europa, nel XVIII secolo. Accadono enormi progressi nelle arti e nelle scienze, ma anche nell’applicazione di molte scoperte alla vita quotidiana. Non mancano però problemi: dalle guerre di successione, che prolungano la fase di scontro tra i popoli europei cominciata con la dissoluzione dell’Impero romano, alle grandi catastrofi naturali, come il terremoto di Lisbona (1755). Le due figure principali del nostro quadro sono due pensatori di lingua francese, Voltaire e Rousseau, che, nonostante esprimano spesso posizioni diverse, convergono nel professare un netto rifiuto del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare.

Il primo – grande precursore degli opinionisti contemporanei – è un attento conoscitore della scienza e della cultura del proprio tempo, un intellettuale vivace e impegnato nella difesa del principio di tolleranza, in nome del quale però attacca violentemente cattolici ed ebrei (ma anche “negri” e musulmani). Di fronte alla catastrofe di Lisbona, Voltaire si fa gioco dell’idea di Provvidenza, cercando di mostrare come la natura non sia affatto quell’ordine politico, morale e metafisico cui si era stati abituati a pensare per millenni.

Rousseau, dal canto suo, critica la concezione tradizionale dell’uomo: siamo naturalmente buoni, secondo Rousseau, e veniamo corrotti proprio dalla civiltà che crediamo essere la nostra risorsa. Se siamo naturalmente buoni, non dobbiamo preoccuparci di quelle concezioni – il peccato, le leggi – che abbiamo ereditato dalla tradizione, in quanto fanno parte della civiltà che ci corrompe. Né possiamo accettare quelle religioni – segnatamente il cattolicesimo – che pretendono di avere un punto di vista superiore rispetto alle leggi: non c’è un ordine che le leggi devono rispettare, per Rousseau, ma c’è solo l’ordine che le leggi stesse impongono ai cittadini. L’enfasi sulla cosiddetta “legalità”, oggi così diffusa nella retorica del dibattito pubblico, può trovare una sua origine remota nel pensiero di Rousseau.

A questi due pensatori possiamo ricondurre – pur sapendo che sono in gioco molti altri fattori – una delle fonti della difficoltà contemporanea a parlare di bene e di male. Non è sparita la differenza: è sparito un criterio universale, qualcosa che permetta di stabilire con una certa sicurezza che cosa è bene e che cosa è male. Qualcosa di universale è rimasto: per esempio, la capacità di misurarsi con tutto, che contraddistingue l’uomo occidentale.

La nostra cultura – potremmo dire – non ha molti tabù, figure o persone che siano sottratte al confronto o al dibattito, persino al dileggio. Eppure questa stessa cultura non si fa problemi ad attaccare chi professi di credere in Gesù Cristo. Crimini di varia natura suscitano orrore, ma non c’è altrettanta sensibilità nei confronti della persecuzione dei cristiani: per i morti o i perseguitati a causa della fede cristiana si spendono poche, rapide parole; a volte nemmeno si prega. Perché tutto questo?

Fenomeni come questi indicano chiaramente che le nostre reazioni non sono guidate da un senso di giustizia, dall’amore per il bene: l’orrore è una passione viscerale, che viene continuamente solleticata dai media. Ma l’orrore non ha a che fare né con il senso del peccato, né con la capacità di riconoscere il male. Posso provare orrore per molte cose, ma questo non significa che scelgo il bene.

Un chiaro esempio viene da Fernando Savater: nell’opera I dieci comandamenti nel ventunesimo secolo (Mondadori, Milano 2005), con un gioco di parole tanto blasfemo quanto stucchevole, Savater chiama Dio il «grande assassino universale» (p. 67), colui che ci uccide tutti; la sua perorazione si conclude con l’idea che occorre abbandonare il comandamento di Gesù Cristo («amatevi gli uni gli altri») a favore di un ritorno a un comandamento più incisivo: «temetevi gli uni gli altri e rispettate le leggi» (p. 141: per una discussione critica, cfr. R. Presilla, La malvagità del banale, “Vita e Pensiero” 2006/1, pp. 118-126). La seconda tappa del nostro cammino – quella che dall’illuminismo giunge fino ai nostri giorni – ci mostra i pericoli di un mondo nel quale la differenza tra bene e male viene ridotta ad argomento di conversazione.

Per quale ragione Savater, che si dichiara risolutamente antireligioso, pensa che sia meglio il richiamo al timore, all’orrore, piuttosto che l’invito ad amare? Per quale ragione un «dio vendicativo e crudele» (ibidem) è meglio del volto di Dio che ci ama? Cogliamo qui gli estremi effetti delle posizioni di Voltaire e Rousseau. Nel momento in cui non crediamo più alla possibilità di un ordine amorevole, l’unico freno alla distruzione sembra quello della paura della legge. Ma questo era proprio il punto da cui partiva la predicazione di Gesù Cristo: la legge basata sulla sola paura non è che un modo rozzo di comprendere l’opera di Dio nella storia. Gesù invece è venuto a «portare ai poveri il lieto annuncio» e a «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19; cfr Is 61,1-2; 1Gv 4,18).

Gesù, che compie la Legge nell’amore, ci conduce alla nostra terza tappa, costruita attorno a due capitoli della Lettera ai romani, nei quali San Paolo ci presenta, con duemila anni di anticipo, la risposta al nostro problema. Cominciamo dal capitolo 7:

«Quando infatti eravamo nella debolezza della carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla Legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati dalla Legge per servire secondo lo Spirito, che è nuovo, e non secondo la lettera, che è antiquata» (Rm 7,5-6).

San Paolo prosegue con un passo che è mirabile per la profondità psicologica con cui ci presenta l’effetto della Legge, cui si ubbidisce per paura. Anche se è buona, è proprio la Legge a rivelarmi il peccato; il peccato, a sua volta, scatena in me il desiderio di contravvenire alla Legge. Tanto più cerco di ubbidire alla Legge, tanto più il peccato acquista forza dentro di me. Come uscire da questa situazione?

«Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7,21-25).

Gesù è una soluzione inedita: non si tratta di agire per timore della legge, ma per amore del bene. In questo modo si collega la ragione con la volontà. Gesù mi dice come risolvere il problema del bene e del male: so già che cosa sia il bene, se conosco la Legge. Ma per capirlo fino in fondo, devo educarmi ad agire, e per agire devo scegliere il bene non perché è razionale, ma perché lo amo. Nel capitolo successivo, San Paolo ci spiega in che modo Gesù illumina le parole che Dio ci ha rivolto nel Deuteronomio:

«Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,12-17).

Il nostro terzo quadro è chiaro: l’amore di Gesù ci conduce oltre il male, perché ci invita a rivolgere il nostro desiderio al bene. Gesù non cancella il male, non fa finta che non esista – lo conosce fino in fondo – ma ci invita a non pensare solo al male. Se desidero il bene, desidero qualcosa che non è sottoposto alla Legge, perché è ciò da cui viene la Legge.

Se amiamo, possiamo guardare il male e sottrarci alla sua seduzione. Per amare, però, dobbiamo incontrare qualcuno che ci ami, qualcuno che ci mostri la possibilità di un Amore infinito, che non si ferma di fronte a nulla. Questo ci dà la forza di affrontare qualsiasi cosa: San Paolo conclude il capitolo 8 con un grande inno all’amore di Dio, che comincia con un versetto straordinario: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31).

A partire da queste parole possiamo vivere il mondo di oggi: esse riecheggiano nel modo in cui hanno iniziato il loro pontificato il beato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il primo ci ha detto: «Non abbiate paura» (Omelia della Messa per l’inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5); il secondo ci ha ricordato che «non siamo soli» (Omelia della Messa per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005). Di fronte alle paure dell’uomo, continuamente alimentate dai seminatori di terrore nei media, la Chiesa ci invita a reagire con vigore, con la gioia che viene dall’amore e con la speranza che esso suscita.

Torno alle parole di Benedetto XVI nel testo a cui ho fatto riferimento all’inizio del mio intervento, parole che costituiscono la conclusione della Lettera: «Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.

Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all’amore».

Siamo così nel nostro quarto e ultimo quadro. Nella nostra storia è scritto come si reagisce al male: a partire dall’esempio di Gesù, sono tanti coloro che hanno accettato di soffrire pur di non piegarsi al gioco del male, al suo dilemma tra l’orrore del caos e l’oppressione della legge senza amore. Potremmo ricordarne tanti, alcuni già santi, come San Massimiliano Kolbe, altri non ancora, come il cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân o don Andrea Santoro o, ancora, don Pino Puglisi.

C’è una sola risposta al male, una sola proposta educativa davvero efficace: l’amore. Vorrei, in conclusione, provare a tratteggiarne tre caratteristiche. La prima riguarda la libertà: non possiamo certo aver paura della libertà, noi che sappiamo che la libertà ci è stata donata da Dio. Dobbiamo quindi educare alla libertà, ricordando che abbiamo una grande risorsa: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Dobbiamo dire la verità, avere il coraggio di lottare per essa quando il mondo di fronte a noi la rifiuta.

La seconda: dobbiamo costruire la fiducia. Solo chi è stato accolto e riconosciuto con amore, può imparare la fiducia, che consiste prima nel fidarsi degli altri per arrivare, infine, ad avere fiducia in se stessi. Una fiducia da intendere non nel modo narcisistico di chi si chiude nel rimuginare la propria (presunta) bontà – come fa il fariseo (Lc 18,9-14) – quanto piuttosto nella solida comprensione delle proprie mancanze, che possono essere accettate perché qualcun altro le ha già accettate e perdonate.

La forza delle proprie convinzioni non viene dalla presunzione narcisistica di essere perfetti, ma dalla comprensione che qualcun altro ci ha riconosciuti e accettati nella nostra debole unicità. Per costruire fino in fondo la fiducia, dobbiamo affidarci in ultima analisi «a Dio e alla parola della sua grazia» (At 20,32): l’anno della fede cui ci invita Benedetto XVI è un’ottima occasione per ripensare le basi della nostra attività educativa.

Infine, vorrei ricordare che ogni proposta educativa parte dall’incontro tra persone. Non serve conoscere le Scritture se non incontriamo Colui che ce le spiega, come insegna l’episodio dei discepoli sulla strada di Emmaus. I contenuti che vogliamo comunicare passano solo se incontriamo altre persone, perché così sono passati anche a noi. La fragilità dell’incontro è, al tempo stesso, quasi il contrassegno di un luogo in cui agisce Qualcuno che non siamo noi. La vicenda della Passione ci ricorda che Dio, come un padre amorevole, è disposto a sacrificare tutto per i propri figli.

Quest’immagine penetra in profondità la nostra cultura. Permettetemi, in chiusura, di citare due esempi tratti da due film diversi, che sottolineano ambedue questa dimensione. Da una parte il Guido Orefice del nostro Roberto Benigni, nel celebre La vita è bella (1997), in cui il protagonista accompagna il figlio e lo protegge dall’orrore del lager. Dall’altra il rude Walt Kowalski interpretato da Clint Eastwood in Gran Torino (2008), che accetta di fare da “padre” a un giovane immigrato di etnia Hmong (una popolazione diffusa in Cina, Vietnam, Laos e Thailandia), sacrificando la propria vita per proteggerlo da un gruppo di malviventi. In entrambi i casi, il padre è colui che ci protegge dal male con l’amore, non con la violenza. A questo modello dovremmo guardare per recuperare l’efficacia di una proposta educativa capace di riconoscere il male e vincerlo.