La questione giovannea

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ROMA, martedì, 17 aprile 2007 (ZENIT.org).-Pubblichiamo di seguito un estratto del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: "Gesù di Nazaret", distribuito dalla Casa editrice "Rizzoli".



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[...] Così siamo ora giunti a due quesiti decisivi che, in fin dei conti, costituiscono il centro della questione «giovannea». Chi è l'autore di questo Vangelo? Qual è la sua attendibilità storica? Cerchiamo di avvicinarci alla prima domanda. È il Vangelo stesso a fare, al riguardo, una chiara affermazione nel racconto della passione. Si riferisce che uno dei soldati colpì il costato di Gesù con una lancia e «subito ne uscì sangue e acqua». Seguono le importanti parole: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). TI Vangelo afferma di risalire a un testimone oculare, e questi è evidentemente colui di cui prima è stato detto che stava presso la croce ed era il discepolo che Gesù amava (cfr. 19,26). Poi ancora una volta, in Gv 21,24, questo discepolo viene menzionato come l'autore del Vangelo. [...]

Ma chi, allora, è questo discepolo? TI Vangelo non lo identifica mai direttamente col nome. In connessione con Pietro e con altre vocazioni di discepoli, il testo ci guida verso la figura di Giovanni di Zebedeo, ma non procede esplicitamente a questa identificazione. È ovvio che mantiene volutamente un segreto. L'Apocalisse, è vero, nomina espressamente Giovanni come suo autore (cfr. 1,1.4), ma nonostante lo stretto legame dell'Apocalisse con il Vangelo come anche con le Lettere rimane aperta la domanda se l'autore sia il medesimo.

[...] Se il discepolo prediletto assume nel Vangelo espressamente la funzione di testimone della verità dell'accaduto, si presenta come persona viva: come testimone vuole farsi garante di fatti storici, rivendicando così egli stesso il rango di figura storica; altrimenti queste frasi, che deter­minano lo scopo e la qualità dell'intero Vangelo, si svuotano di significato.

Dai tempi di Ireneo di Lione (t 202 circa), la tradizione della Chiesa riconosce all'unanimità Giovanni di Zebedeo come il discepolo prediletto e l'autore del Vangelo. Questa tesi si accorda con gli accenni identificativi del Vangelo, che, in ogni caso, ci rimandano a un apostolo e a un compagno di viaggio di Gesù dal battesimo nel Giordano fino all'Ultima Cena, alla croce e alla risurrezione.

In epoca moderna, però, sono sorti dubbi sempre più forti riguardo a questa identificazione. È possibile che il pescatore del lago di Genèsaret abbia scritto questo sublime Vangelo delle visioni che penetrano nel più profondo del mistero di Dio? È possibile che quest'uomo, galileo e pescatore, fosse così legato all'aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, al suo linguaggio e alla sua mentalità quanto lo è, in effetti, l'evangelista? È possibile che fosse imparentato con la famiglia del sommo sacerdote, come sembra suggerire il testo (cfr. Gv 18,15)?

Ebbene, in seguito agli studi di Jean Colson, Jacques Winandy e Marie­Emile Boismard, l'esegeta francese Henri Cazelles ha dimostrato, con una ricerca sociologica sul sacerdozio del tempio prima della distruzione di quest'ultimo, che una simile identificazione è senz'altro plausibile. Le classi sacerdotali prestavano il loro servizio a turno per una settimana due volte l'anno. Al termine del servizio, il sacerdote tornava nella sua terra; non era affatto insolito che esercitasse anche una professione per guadagnarsi la vita. Emerge, del resto, dal Vangelo che Zebedeo non era un semplice pescatore, bensì dava lavoro a diversi giornalieri, per cui era anche possibile ai suoi figli lasciarlo. «Zebedeo, dunque, può senz'altro essere un sacerdote e avere tuttavia al contempo una proprietà in Galilea, mentre la pesca sul lago lo aiuta a guadagnarsi da vivere. Forse aveva solo un alberghetto di passaggio in o nelle vicinanze di quel quartiere di Gerusalemme che era abitato dagli esseni» («Communio» 2002, p. 481). «Proprio quella cena durante la quale questo discepolo poggiò la testa sul petto di Gesù si svolse in un luogo che, con tutta probabilità, si trovava nella parte della città abitata dagli esseni» - nell'«alberghetto» del sacerdote Zebedeo, che «cedette la stanza superiore a Gesù e ai Dodici» (pp. 480s). È interessante, in questo contesto, ancora un'altra indicazione nel contributo di Cazelles: secondo l'usanza giudaica, il padrone di casa o, in sua assenza come qui, «il suo primogenito sedeva alla destra dell'ospite, il capo reclinato sul suo petto» (p. 480).

Se dunque anche - e proprio - allo stato attuale della ricerca è senz'altro possibile scorgere in Giovanni di Zebedeo quel testimone che difende solennemente la sua testimonianza oculare (cfr. 19,35), identificandosi così come il vero autore del Vangelo, la complessità nella redazione del testo solleva tuttavia ulteriori domande. A questo riguardo è importante una notizia dello storico della Chiesa Eusebio di Cesarea (t 338 circa). Eusebio ci riferisce di un'opera in cinque volumi del Vescovo Papia di Gerapoli, morto nel 220 circa, che vi avrebbe menzionato di non aver più conosciuto né visto di persona i santi apostoli, ma di aver ricevuto la dottrina della fede da persone vicine agli apostoli. Parla di altri che sarebbero stati a loro volta discepoli del Signore e cita per nome Aristione e un «presbitero Giovanni». Ciò che qui importa è che egli distingue tra l'apostolo ed evangelista Giovanni da una parte e il «presbitero Giovanni» dall'altra. Mentre non avrebbe più conosciuto personalmente il primo, avrebbe incontrato il secondo di persona (Eusebio, Storia della Chiesa, III, 39).

Si tratta di una notizia veramente degna di attenzione; insieme con alcuni indizi affini rivela infatti che a Efeso esisteva una sorta di scuola giovannea che faceva risalire le sue origini al discepolo prediletto di Gesù, nella quale, tuttavia, un certo «presbitero Giovanni» era poi l'autorità decisiva. Questo «presbitero» Giovanni compare nella Seconda e nella Terza Lettera di Giovanni (1,1 in entrambi i casi) come mittente e autore del testo semplicemente con il titolo «il presbitero» (senza l'indicazione del nome Giovanni). Evidentemente non coincide con l'apostolo, cosicché, in questo passo del testo canonico, incontriamo espressamente la misteriosa figura del presbitero. Doveva essere strettamente legato all'apostolo e magari aveva ancora conosciuto persino Gesù. Dopo la morte dell'apostolo venne considerato il pieno detentore della sua eredità; nel ricordo, le due figure si sono infine sovrapposte sempre di più. A ogni modo possiamo attribuire al «presbitero Giovanni» una funzione essenziale nella stesura definitiva del testo evangelico, durante la quale egli, senz'altro, si considerò sempre come l'amministratore dell'eredità ricevuta dal figlio di Zebedeo.

Le grandi immagini giovannee, capitolo 8 di GESÙ DI NAZARET, di Joseph Ratzinger ­Benedetto XVI, Rizzoli (Pagg.261-266)