La relazione, punto cardine nella pratica psicoterapeutica

Il volume "Costruire una relazione terapeutica", di Marco Sparvoli, dirigente del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell'Ospedale San Camillo-Forlanini a Roma

Roma, (Zenit.org) Gaia Bottino | 427 hits

Dentro di noi esistono dei fili invisibili che ci collegano agli esseri umani incontrati nel corso della nostra esistenza: sono questi fili a renderci vivi, ci permettono di crescere, di intessere delle relazioni sane e di intraprendere un cammino verso una reale e profonda conoscenza di noi stessi e del mondo circostante. Ogni persona che incontriamo è fondamentale per il nostro cammino: una vita che si racconta con i suoi periodi bui ed i suoi momenti luminosi.

Nel campo della psicoterapia, è importante aver cura di questi fili, come racconta Marco Sparvoli, Dirigente Psicologo della Azienda ASL RM/D nel suo ultimo libro “Costruire una relazione terapeutica” (Edizioni Alpes): “Ciò che conta per una psicoterapia efficace – spiega Sparvoli – non è tanto la conoscenza e l’uso appropriato di alcune tecniche, quanto la capacità del terapeuta di stabilire una buona relazione con il paziente, così da favorire l’emergere di tutte le sue potenzialità”.

Marco Sparvoli è Dirigente presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale San Camillo-Forlanini. Nel suo libro illustra come ogni individuo porta con sé una storia complessa e sconosciuta influenzata da dinamiche familiari, ambientali e sociali che, spesso, lo allontanano dalla realtà della sua persona: “per una possibile riscoperta di sé da parte del paziente, tutti i tipi di psicoterapia sono efficaci, ma ciò che può realmente fare la differenza è la creazione da parte del terapeuta di una relazione con il paziente basata sulla fiducia, il rispetto e la collaborazione. Ciò significa incontrare l’altro, entrare nella sua territorialità, riconoscerlo nella sua storia, nel suo dolore e nei suoi bisogni.”

Il compito centrale dello psicoterapeuta, secondo Sparvoli, è quello di riaccendere nel paziente la speranza, una sorta di “stella cadente” che può apparire nel buio della depressione: spetta al terapeuta saperla intravedere e mantenerla luminosa agli occhi del paziente, come un faro nella notte.

“Stabilire una buona relazione con un paziente non è così semplice come si potrebbe credere – continua Sparvoli – non si tratta semplicemente di essere gentili o accoglienti ma di saper mescolare empatia, accoglienza ed attenzione intersoggettiva: non bisogna avere la smania di dire qualcosa di utile, efficace o “epico”. La nostra competenza non è su una dimensione risolutiva ma è incentrata su una possibilità: la possibilità che il paziente decida di intraprendere un cammino di conoscenza verso il suo sé.”

Il terapeuta così accompagna il paziente verso un percorso di cambiamento attraverso “una relazione sana, non ambigua, riparativa e che consenta di poter ricominciare ad avere fiducia in sé e negli altri.”

Avere fiducia significa affidarsi: non avere più difese, mostrarsi senza maschere e contattare la parte più autentica del nostro essere: “Significa pensare che siamo attrezzati di tutto ciò che ci serve per affrontare la vita e il mondo - aggiunge Sparvoli – tutto ciò è possibile solo se viviamo il destino del dolore e dell’angoscia come se fosse, almeno in parte, anche il nostro destino. Solo così è possibile colmare la distanza che separa chi chiede aiuto da chi è disponibile a darlo.”

Il dott. Sparvoli insegna così che nel mondo sconfinato della psiche umana, esiste un’alleanza senza fine fra le interiorità dei pazienti e dei curanti; un “sentire dentro”, una capacità da parte del terapeuta di fare propria l’esperienza altrui, ospitare l’altro dentro di sè, accogliendo le sue parti più fragili: un sentire affettivo comune rende legati gli esseri umani da una profonda consapevolezza che, grazie all’ascolto e all’accoglienza di ogni sofferenza, può nascondere una rinascita piena e realizzata.