La religione è strumento di pace, non causa di guerra

Durante l'incontro internazionale di Oasis, a Sarajevo, è stato posto l'accento sull'azione fuorviante dei media, che dipingono ogni conflitto come "guerra di religione"

Roma, (Zenit.org) Redazione | 314 hits

“Il dialogo è l’unica via”. È questa la conclusione a cui sono arrivati i partecipanti all’incontro internazionale di Oasis di Sarajevo sul tema La tentazione della violenza. Le religioni fra guerra e riconciliazione, come riferisce p. Bernardo Cervellera, direttore inviato di Asia News. E i cattolici, pertanto, sono i primi a doversi impegnare per aprire un canale di riconciliazione con gli altri fedeli.

Come fece, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1995), il card. Vinko Puljic, presente al convegno. Il porporato ha raccontato che in quei giorni drammatici, a costo della propria vita, continuava a incontrare i responsabili delle religioni islamica, ebraica e cristiano-ortodossa, nonché ad aiutare chiunque ne avesse bisogno, a prescindere dalla confessione cui apparteneva.

"Si faceva ricadere la responsabilità di quanto avvenuto - ha raccontato il card. Puljic - ai contrasti tra le diverse religioni, scaricando su di esse la responsabilità politica degli scontri", invece di attribuirli alle mire di potere dei politici, al nazionalismo esclusivo, alle alleanze regionali e internazionali, ai commercianti di armi. La guerra in Bosnia fu inoltre il battesimo per le nuove armi all’uranio impoverito, oggi causa di tante morti per cancro.

Un altro punto affrontato durante il convegno è stato il ruolo che svolgono i media, giudicati sovente superficiali e sommari, tendenti a ridurre ogni conflitto a guerra di religione. Mons. Matthew Kukah, vescovo di Sokoto, ha portato a tal proposito l’esempio della Nigeria, dove il fondamentalismo di Boko Haram viene interpretato come reazione all’inefficienza del “governo cristiano” di Lagos. Viene così ignorata l’incapacità politica dei governatori regionali, spesso musulmani.

Musulmano è anche il prof. Ramin Jahanbegloo, sciita iraniano, insegnante all'università di York (Canada), la cui relazione ha smentito il luogo comune dell’Islam violento. Egli ha parlato dell'esperienza mistica dei sufi, che si è concentrata nella figura di Ghaffar Khan e Maulana Azad, due collaboratori del Mahatma Gandhi.

Si è poi sottolineato che l’appello di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di papa Francesco a rifiutare la violenza “in nome di Dio” trova sempre più spazio tra le autorità musulmane. Don Javer Prades, rettore dell'università san Damaso di Madrid, ha posto l’accento, piuttosto, sul “subdolo tentativo” di mostrare la religione (soprattutto il monoteismo) come la causa d’ogni violenza, così da spingere gli Stati a emarginare le comunità religiose come fossero “patologie sociali”.