La Resurrezione ci fa "tornare in Galilea"

Durante la veglia notturna a San Pietro, papa Francesco ricorda che la Pasqua significa rileggere la propria vita "a partire dalla croce e dalla vittoria"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 696 hits

Una tomba aperta e vuota, tanta paura ma poi l’annuncio da parte dell’angelo della Notizia che cambiò la Storia dell’umanità. Celebrando la sua seconda veglia nella Notte Santa di Pasqua, nella basilica di San Pietro, papa Francesco ha introdotto l’omelia descrivendo lo smarrimento dei discepoli dopo la crocifissione.

Sepolto il Maestro, essi “si erano dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le speranze”. Ricevono la Notizia dalle donne, giunte al sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato: “Gesù è risorto, come aveva predetto”. E l’angelo, per due volte, sottolinea che il Risorto li attende in Galilea, “luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato!”.

Tutto sarebbe ricominciato, dunque, nel “luogo della prima chiamata”, laddove, mentre dei pescatori stavano sistemando le reti, Gesù li aveva chiamati “e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (cfr Mt 4,18-22)”.

Ritornare in Galilea, ha spiegato il Papa, vuol dire “rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria”; significa rileggere “la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento”, rileggere tutto “a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore”.

All’origine del cammino di Gesù per ognuno di noi, c’è sempre una Galilea, ovvero la riscoperta del nostro Battesimo “come sorgente viva”, attingendo “energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana”, ha proseguito Francesco.

“Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino”, da cui “posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle” e da cui “si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite”.

C’è tuttavia, dopo il Battesimo, una Galilea più “esistenziale”, che consiste nell’“esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione”. Ciò implica “custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo”; significa “recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava”.

In questa notte, ha proseguito il Pontefice, “ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare”. E domandare quindi al Signore: “dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia”.

In definitiva, il Vangelo di Pasqua ci invita “ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione”. Ciò non ha nulla a che vedere con la “nostalgia” ma è un ritorno “al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra”, ha poi concluso il Santo Padre, esortando: "Mettiamoci in cammino!".

Nel corso della celebrazione, papa Francesco ha battezzato dieci catecumeni, dai 7 ai 58 anni, provenienti da sei paesi: Italia, Bielorussia, Francia, Vietnam, Libano e Senegal.