La ricchezza della liturgia benedettina

Intervista al preside del Pontificio Istituto Liturgico di Roma

| 3196 hits

SANTO DOMINGO DE SILOS, mercoledì, 4 ottobre 2006 (ZENIT.org).- Esiste una liturgia benedettina? In una conversazione con il monaco benedettino Juan Javier Flores – preside del Pontificio Istituto Liturgico di Roma (nell’Ateneo Pontificio Sant’Anselmo) –, ZENIT ha affrontato la questione, estremamente attuale dall’elezione di Benedetto XVI.



Padre Juan Javier Flores, dell’abbazia benedettina di Santo Domingo de Silos, ha spiegato l’influenza dei monasteri benedettini nella vita liturgica della Chiesa.

Si può parlare specificamente di una liturgia benedettina o è un’espressione inadguata?

P. Flores: Non esiste una “liturgia monastica”, come non esiste una liturgia bendettina, né è mai esistita; esiste un modo monastico o benedettino di celebrare la sacra liturgia, perché la liturgia appartiene alla Chiesa ed è pensata, attuata e vissuta per tutti i cristiani.

I monaci non si allontanano dalla liturgia della Chiesa; piuttosto se ne avvalgono e vivono di lei, visto che la liturgia appartiene alla Chiesa.

Con questo principio come base, penso che quella dei monasteri di oggi debba essere una liturgia che riflette lo spirito e la lettera dei libri liturgici rinnovati dopo la riforma liturgica.

Senza nostalgie né ritorni ad un passato romantico, i monasteri sono stati all’avanguardia del movimento liturgico e, in linea con questo, dovranno continuare ad essere luoghi in cui si celebra e si vive la liturgia di oggi con lo spirito di sempre.

La Regola di San Benedetto non ha alcuna peculiarità rispetto all’Eucaristia o al resto dei sacramenti. E’ un documento del VI secolo, quindi riflette la situazione ecclesiale del momento.

Solo per quanto riguarda l’ufficio divino – che ora chiamiamo liturgia delle ore – ha una grande peculiarità ed originalità. Nel corso del tempo e fino ad oggi, nella Chiesa latina ci sono stati due tipi di uffici, quello monastico e l’ufficio cattedrale o clericale.

L’ufficio benedettino si basa sui principi della tradizione monastica precedente, riunisce ed ordina elementi liturgici che al suo tempo vengono usati in varie chiese. Sia nel suo insieme che in innumerevoli dettagli, l’ufficio divino della Regola benedettina ha una grande originalità.

Qual è stata l’influenza dei Benedettini nella storia della liturgia?

P. Flores: I monasteri benedettini hanno avuto fin dal loro inizio un ufficio diverso dal clero diocesano e dagli altri ordini religiosi, basandosi sulla distribuzione del salterio di San Benedetto.

Il principio della Regola che si è mantenuto categoricamente nei secoli fino ad oggi è che si badi che “in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi” (RB 18). Bisogna ammettere che non si tratta di una – e ancor meno della – forma esistenziale della vita monastica benedettina, ma del suo modo di organizzare una cosa così importante come la preghiera comunitaria.

E bisogna anche riconoscere che la pietà monastica è stata caraterizzata dall’inizio in grande misura dalla pietà dei salmi.

Se è certo che i monasteri benedettini non devono essere musei di storia della Chiesa né di storia della liturgia, per cui non si dovrebbero trasformare in questo, è nonostante tutto legittima la speranza che si possa mantenere nei monasteri benedettini il Psalterium per hebdomadam, che ha più di 1.500 anni di tradizione, almeno nell’ufficio monastico.

I monasteri benedettini si adattano al tempo e al luogo. Potersi allontanare dal principio assunto dal monacato di recitare i 150 salmi in un modo determinato è previsto nello stesso capitolo 18 della Regola Benedettina: “se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio crede” (RB 18, 22), ma – agginge San Benedetto – mantenendo il principio precedente del salterio settimanale.

Come si organizza la distribuzione dei salmi?

P. Flores: La riforma dell’ufficio divino nei monasteri benedettini si basa unicamente sul Thesaurus Liturgiæ Horarum Monasticæ, preparato da e per la Conferedazione Benedettina, in cui si presentano altri modi di distribuzione del salterio in base alle possibilità dei vari monasteri.

Le quattro possibilità che i monasteri possono scegliere sono lo schema A – o della Regola –, lo schema B – Fuglister –, che distribuisce il salterio in una o due settimane con criteri esegetici e biblici diversi da quelli che aveva San Benedetto nella sua epoca, più altri due schemi che hanno avuto meno risonanza.

Per questo, oggi i vari monasteri hanno la possibilità di scegliere un ufficio divino che risponda maggiormente alle esigenze di tempo, luogo e lavoro di ogni monastero.

Alcuni hanno optato per mantenere lo schema tradizionale benedettino; la gran parte segue oggi lo schema B con distribuzione del salterio in una o due settimane; alcuni hanno anche deciso di adottare la stessa liturgia delle ore romana.

E’, quindi, più che altro una responsabilità propria di ogni monastero benedettino scegliere l’uno o l’altro schema, sapendo che tra gli elementi della vita benedettina l’Ufficio Divino deve occupare il primo luogo (RB 8,20; 43,3) e non gli si deve anteporre nulla.

Quale influenza hanno i monasteri benedettini sulla vita liturgica della Chiesa?

P. Flores: Nel corso dei secoli, i monasteri benedettini sono stati luogo di irradiazione spirituale e liturgica; ancor di più, durante il Medioevo hanno mantenuto la cultura e dalle loro scuole sono sorti i personaggi della Chiesa del momento. Pensiamo ai grandi monasteri come Cluny, Saint Gall, ecc..

Nel 1909, intorno al monastero belga di Mont César, iniziò il “movimento liturgico” per mano di don Lamberto Beauduin, che da sacerdote dedito al mondo operaio era diventato monaco benedettino in quel monastero. Da questo movimento liturgico si passò alla riforma liturgica alla base del Concilio Vaticano II.

I monasteri benedettini sono stati centri di irradiazione spirituale e quindi liturgica; pensiamo a Solesmes (Francia), Beuron e Maria Laach (Germania), Montserrat e Silos (Spagna), Montecassino e Subiaco (Italia), Maredsous e il già citato Mont César (Belgio), ecc.

Tutti questi monasteri tengono la porta aperta al loro tesoro più prezioso, la loro preghiera liturgica, perché la preghiera della comunità che vive lì sia condivisa con ospiti e visitatori che in questo modo vengono introdotti nella grande preghiera della Chiesa.

Questo può considerarsi l’apostolato monastico per eccellenza. In questo modo i monasteri hanno evangelizzato. Anche oggi esiste un modo eccellente di trascorrere le “vacanze” andando in un monastero e partecipando alle varie ore della giornata, insieme e con l’aiuto dei monaci e delle monache benedettini.

Papa Benedetto XVI è stato influenzato da questa spiritualità liturgica benedettina?

P. Flores: Papa Benedetto XVI ha manifestato grande amore e apprezzamento per l’ordine benedettino e per San Benedetto. Il fatto di aver scelto il nome del patriarca dei monaci d’Occidente è molto significativo, come ha spiegato egli stesso pochi giorni dopo la sua elezione.

La liturgia ha fatto parte della sua vita, come afferma nella sua autobiografia, fin dagli anni del seminario. Visitava regolarmente il monastero benedettino tedesco di Scheyern, in Baviera, e ogni anno per la festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, quando viveva già a Roma, si recava al monastero delle monache benedettine di Rosano, vicino Firenze, dove partecipava alla liturgia delle monache e presiedeva personalmente la processione del Corpus.