La richiesta di perdono di Giovanni Paolo II fu una grande intuizione

A colloquio con il cardinale Georges Cottier, testimone diretto del Concilio Vaticano II/2

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di José Antonio Varela Vidal

ROMA, mercoledì, 11 luglio 2012 (ZENIT.org) – Quando si parla con il cardinale Cottier, ci si trova davanti non solo ad un teologo o a un testimone di molti eventi epocali del XX e del XXI secolo, ma soprattutto davanti a un umile frate domenicano, ancora stupito per tutto ciò che Dio e la Chiesa gli hanno permesso di vivere. E ognuno dei suo ricordi è ricco di uno sguardo, di una conclusione e di una lezione.

In questa seconda parte della intervista per ZENIt, realizzata nella sua casa in Vaticano, il porporato ha parlato con nostalgia del suo “Capo”, papa Wojtyla, riconoscendo che molti delle sue azioni come Pontefice furono frutto dello spirito del Vaticano II. E tutti gli altri furono caratterizzati da un’intuizione che aprirono all’umanità il cammino per la pace e la fraternità.

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Oggi il papa Giovanni Paolo II, con qui lei ha lavorato accanto, è Beato... Quali sono stati i suoi principali apporti al mondo e alla Chiesa?

Card. Cottier: Tanti. Io penso che Giovanni Paolo II è stato un uomo di speranza. Quando disse: “Non abbiate paura” l’ha detto certamente per i paesi occupati dal Comunismo, ma l’ha detto anche perchè aveva visto una certa decadenza in Occidente, e quindi ha voluto risvegliare la Chiesa, dappertutto. Poi, l’amore alla vita, fantastico, che ha testimoniato soprattutto nel suo ultimo periodo profondamente marcato dalla malattia. E la gioventù ha capito tutto questo…

Per molto tempo Lei è stato teologo di Giovanni Paolo II. Quale è stato il suo intervento più importante in questa posizione?

Card. Cottier: Doveva rivedere tutti i testi pronunciati o firmati dal Papa, perché avendo questi tanti collaboratori, si doveva rimarcare l’unità del pensiero, la legittimità, la chiarezza. Il lavoro quotidiano era praticamente questo. Direi quindi che le gioie importanti s’identificano con i grandi atti del Papa.

Per esempio, due anni dopo il mio arrivo, ho avuto modo di leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica e ricordo di averlo fatto con grande gioia. Ho letto, poi, anche delle encicliche; è stata una cosa molto interessante per me, perché alcune di esse erano affidate alla Congregazione della Dottrina della fede, e lì come consultore ho avuto l’occasione di far parte in gruppi di lavoro, così ho potuto vedere e scoprire il genio del cardinale Ratzinger, l’attuale Papa, che aveva un vero dono nel guidare i gruppi di lavori, dare una linea, ascoltare. Tutto era bellissimo… Un’altra esperienza che mi ha colpito molto è stata infine la preparazione dell'Anno Santo.

Dell’anno 2000? Di quell’anno tutti ricordiamo la “purificazione della memoria” voluta dal Papa…

Card. Cottier: Sì. Io ero presidente della Commissione Teologica Storica e in quel momento usciva la Tertio Millenio Adveniente. Il Papa ebbe l’idea della richiesta di perdono per le colpe dei cristiani nel passato, una cosa bella che però ha creato molte perplessità in alcuni. Ho saputo che nella prima riunione, lui la spiegò ai cardinali e molti di loro erano dubbiosi, ma in realtà fu una grande intuizione.

Noi porporati dovemmo preparare dei Congressi scientifici su questo tema, con non poche difficoltà, perché l’argomento era nuovo e questa perplessità venne espressa fuori anche da alcuni teologi. Decidendo comunque quali temi potevano essere utili, ne pensammo tre: il primo era la schiavitù degli africani, la deportazione, specialmente in America del Nord e del Sud. Il secondo tema, era il problema dell’Inquisizione e poi il terzo, la responsabilità dei cristiani nell’antisemitismo, disitnguendolo però dall’antigiudaismo.

Il Papa volle che questo fosse un atto pubblico, vero? 

Card. Cottier: Un altro grande ricordo personale è che, nonostante il Papa fosse già molto stanco, con un coraggio straordinario, ha stilato tutto il programma per l’Anno Santo. Specialmente mi ricordo del 12 marzo, quando si tenne la liturgia per chiedere perdono, dove si vedeva il Papa che si appoggiava sulla croce e i responsabili che leggevano una preghiera. È stata una bellissima liturgia a cui tutti abbiamo contribuito.

Lei pensa che i cattolici, dopo questa richiesta di perdono, hanno visto la chiesa in un’ottica diversa?

Card. Cottier: Penso che lo abbiano fatto quelli che lo hanno voluto. Quando discutemmo del programma di queste cose, c’era un padre dominicano, uno storico che insegnava la storia della Chiesa, che disse: “Si domanda perdono per dei fatti veri, non per dei miti”. Credo, invece, che tutto sia stato molto ben studiato e la conseguenza è che, dopo, tanti altri hanno continuato a lavorare in questa direzione. Ciò testimonia, quindi, che abbiamo reso un servizio. E per me, per i cristiani e i cattolici questo sguardo è molto liberatore.

Il mondo ha riconosciuto questo perdono?

Card. Cottier: Il mondo, forse non abbastanza. Il problema che m’interessa attualmente a livello personale - e che a livello politico potrebbe essere analogo – è di risolvere alcuni problemi tragici, di ostilità, di odio fra i popoli dove non senza perdono non ci può essere una via di uscita. Se c’è l’odio reciproco, infatti, si mantiene lo spirito di guerra, e la pace non è realizzabile. Questo lo diciamo a livello della Dottrina Sociale della Chiesa.

Pure nelle guerre attuali, alcune proprio di carattere religioso?

Card. Cottier: Di tutte. Prendiamo, ad esempio, la situazione drammatica in Medio Oriente, in alcuni paesi musulmani, come l’Iraq, la Siria, dove ci sono tante minoranze che si massacrano e i cristiani sono le vere vittime di questo. Si chiede perdono prima di tutto a Dio, per poi domandare perdono agli altri. Perciò l’idea di Giovanni Paolo II - che Benedetto XVI ha continuato con la grande riunione di Assisi – è che, se c’è un fondo religioso autentico nell’uomo, la relazione con Dio non porta alla guerra, ma alla pace.

A proposito, alcuni allora non hanno capito il punto di vista del Papa ad Assisi…

Card. Cottier: Si, questo incontro è stato molto criticato, ma Giovanni Paolo II ha fatto una distinzione che a me è piaciuta molto, ovvero che: “L'ecumenismo è con i cristiani, preghiamo insieme, perché abbiamo la Bibbia in comune e possiamo dire insieme il Padre Nostro e tutte le preghiere cristiane”. In quel periodo, disse quindi: “preghiamo insieme con i cristiani, con gli altri, siamo insieme per pregare”. È una distinzione che chiarifica bene e ci permette di non cadere nella confusione, in modo da vedere la forza del senso di Dio e dell’atteggiamento religioso che potrebbe, anzi deve essere, nell’umanità stessa, un elemento di pace. Sono questi i frutti che dobbiamo a Giovanni Paolo II, e direi, all’Anno Santo.

Ha visto una differenza fra Assisi del ’86 e Assisi dell’anno scorso?

Card. Cottier: Penso di sì. Nel senso che il primo Assisi è stato un avvenimento straordinario, ma come accade sempre, la seconda volta, queste cose non sono più un avvenimento nel mondo attuale.

È stato, più che altro, un fatto di chiarificazione da parte della Chiesa Cattolica, un invito a dialogare che è un fattore molto importante, perché nel fondamentalismo musulmano, ad esempio, non c’è gente che dialoga, ma uccide, e dove porta tutto questo? La novità di Assisi di quest’anno è che hanno invitato anche dei non credenti o, come si dice nel linguaggio di papa Giovanni Paolo II, “uomini di buona volontà”. Credo che questa sia stata una grande idea, frutto dello spirito del Concilio Vaticano II.

La prima parte dell’intervista si trova a: www.zenit.org/article-31652?l=italian