La risurrezione di Gesù: fede o storia?

Le apparizioni sono determinanti al fine di dare al sepolcro vuoto il valore di segno della risurrezione

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, venerdì, 20 aprile 2012 (ZENIT.org).- Il fondamento della fede è, comprensibilmente, sulla verità della risurrezione. Lo testimoniò subito Pietro che nel giorno di Pentecoste espresse che la risurrezione costituisce il punto di partenza dell’annuncio di fede sia suo che di tutti gli apostoli. E non diversamente esplicitò la sua convinzione S. Paolo quando nella prima lettera ai Corinzi (15, 14-15) disse: Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo.

A partire da questa riflessione Mons. Giuseppe Fiorini-Morosini, Vescovo di Locri-Gerace, ha inviato ai membri della sua diocesi un messaggio che, iniziando con l’esaltante interrogativo: la risurrezione appartiene alla sfera della storia o della fede?, sottolinea con estremo realismo che «nessuno ha assistito alla risurrezione. Quella mattina di Pasqua chi va al luogo della sepoltura trova un sepolcro vuoto; poi successivamente vedono il Risorto, che cerca di convincerli che non è un fantasma: si fa toccare, mangia e parla con loro, come quando era in vita. Ma i dubbi restano e con difficoltà vengono sciolti».

Ed è interessante in tale prospettiva il richiamo che egli fa ai due discepoli che, lasciata Gerusalemme e incamminatisi verso Emmaus (Lc 24, 13-35), «avevano ricevuto la notizia della risurrezione e raccolto la testimonianza delle donne, che lo avevano visto; eppure abbandonano Gerusalemme e, con la città, abbandonano tutti i loro sogni e la speranza di aver trovato il messia e il restauratore del regno di Israele».

Ciò vuol dire, e Mons. Morosini lo sottolinea con vigore e forte chiarezza, che «il sepolcro vuoto, con tutto ciò che sta dentro i resti della deposizione, non è sufficiente a consegnare alla storia la risurrezione», e si chiede se sia indispensabile «parlare di fede degli apostoli, della primitiva comunità, aprendo una breccia perché essa sia accolta solo come fatto immaginario e proiezione di una speranza dei suoi discepoli, che, nonostante la morte, lo sentono vivo».

Desideroso di offrire come spunti di riflessione e di confronto le attestazioni date dai testimoni che, sulla base di quanto affermano gli studiosi, sono il sepolcro vuoto e le apparizioni, il Vescovo di Locri-Gerace ribadisce che «le narrazioni concordano tutte nel dire direttamente (S. Paolo lo fa indirettamente) che la mattina della domenica di Pasqua coloro i quali si erano recati al sepolcro lo trovano vuoto (Mt 28, 1ss.; Mc 16, 1ss.; Lc 24, 1ss.; Gv 20, 1ss.)». E, chiedendosi se tale testimonianza sia decisiva per provare la risurrezione, afferma con estremo coraggio che «certamente non lo è, perché il fatto che il sepolcro era vuoto poteva essere dimostrato in altri modi, oltre che col dire che Gesù era risorto. Infatti il primo sospetto fu quello del trafugamento o dello spostamento in altro luogo (Gv 20, 2. 11-15) e gli stessi sacerdoti misero in giro l’opinione che erano stati i suoi discepoli a rubarlo e ad inventare la storia della risurrezione (Mt 28, 11-15)».

Ciò vuol dire che il sepolcro vuoto ha bisogno delle apparizioni per essere accettato come segno della risurrezione ed ecco che «nella predicazione di Paolo si fa la distinzione tra la morte di Davide, che subisce la corruzione, e quella di Gesù che invece non ha subito la corruzione (At 13, 26-42). Però, senza il sepolcro vuoto le apparizioni potrebbero essere interpretate come suggestioni o come apparizione di fantasma. Nella Gerusalemme di allora l’annuncio della risurrezione sarebbe stato assolutamente impossibile se, parlando di apparizioni, si fosse potuto far riferimento al cadavere giacente nel sepolcro. Gli apostoli e tutta la cerchia più intima dei discepoli non si aspettavano la risurrezione di Gesù. Ogni volta che Gesù ne aveva parlato, essi rimasero sempre dubbiosi sul che cosa volesse dire risorgere dai morti (Mc 9, 10). Gli Ebrei sapevano che ci sarebbe stata una risurrezione generale dei morti alla fine dei tempi, ma non concepivano una risurrezione individuale. Perciò, le donne non dicono niente all’inizio perché, piene di timore e di spavento, avevano paura di parlare (Mc 16, 8); e quando esse dissero di aver visto Gesù vivo, la prima reazione fu quella di giudicare la loro testimonianza un vaneggiamento (Lc 24, 11), perciò al loro primo annunzio nessuno volle credere (Mc 16, 11)».

L’insistenza sul sepolcro vuoto era pertanto, secondo l’opinione di Mons. Morosini, «un’affermazione indiretta che per gli apostoli c’era identità perfetta tra il corpo glorioso e il corpo del crocifisso. Per la mentalità ebraica era inconcepibile scindere l’anima dal corpo, perché ne concepiva l’unità. Non era possibile che lo spirito d’un defunto potesse essere vivo e operante senza il corpo, perché sarebbe stato un fantasma».

E facendo riferimento alla posizione che gli esegeti assumono nei confronti delle apparizioni e del luogo in cui avvennero, egli ribadisce che «le apparizioni sono determinanti al fine di dare al sepolcro vuoto il valore di segno della risurrezione. Ciò vuol dire che le apparizioni non sono illusioni o proiezioni mentali degli apostoli, ma sono ritenute come qualcosa di estraneo a loro e da loro non aspettato e cercato». Anzi «offrono un elemento oggettivo, visibile all’esterno, osservabile, perfettamente dimostrabile e controllabile». E facendo riferimento a quanto S. Tommaso ha scritto evidenzia che «le apparizioni, avendo offerto agli Apostoli tutti gli elementi necessari per provare l’identità perfetta di Gesù risorto con Gesù storico, eliminano la loro incredulità e preparano un ambiente spirituale adatto per le fede pasquale». Il che vuol dire che la storicità della risurrezione è una reminiscenza degli studi teologici, il cui contenuto su un particolare punto della spiegazione della risurrezione non è sempre accolto dagli esegeti e dai teologi.