"La Sacra Scrittura è essenziale per conoscere Cristo"

Intervista al Cardinale gesuita Albert Vanhoye

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di padre Lucas Teixeira, LC

ROMA, venerdì, 19 settembre 2008 (ZENIT.org).- "La Sacra Scrittura è essenziale per conoscere Cristo" spiega in questa intervista, a pochi giorni dal prossimo Sinodo dei Vescovi, uno dei biblisti contemporanei più prestigiosi al mondo, il Cardinale Albert Vanhoye.

Il sacerdote gesuita, già Rettore del Pontificio Istituto Biblico e già Segretario della Pontificia Commissione Biblica, è nato il 24 luglio 1923 ad Hazebrouck, nella Diocesi di Lille, nel Nord della Francia, al confine con il Belgio.

Dal 1963 è stato professore al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove ha svolto una intensa attività didattica insegnando esegesi del Nuovo Testamento fino al 1998, tenendo corsi di esegesi della Lettera agli Ebrei e di Lettere Paoline, e dirigendo corsi di metodologia, corsi di teologia biblica e seminari su Vangeli, Lettere e Apocalisse.

Ha preso parte attiva alla redazione di documenti della Pontificia Commissione Biblica sulla scia del lavoro iniziato dal Concilio Vaticano II come: «L'interprétation de la Bible dans l'Église» (1993), e «Le Peuple Juif et ses saintes Ecritures dans la Bible chrétienne» (2001).

Come riconoscimento al suo servizio alla Chiesa in questo ambito, Benedetto XVI l'ha creato Cardinale nel Concistoro del 24 marzo 2006.Lo stesso Papa l'ha nominato membro del prossimo Sinodo dei Vescovi del mondo, che si terrà a Roma nel mese di ottobre su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

In questa intervista concessa a ZENIT, spiega cos'è per lui la Bibbia e cosa si aspetta dell'assemblea dei Vescovi.

Come e quando ha cominciato a interessarsi allo studio della Parola di Dio?

Card. Vanhoye: Il mio interesse per la parola di Dio, certamente, è cominciato sin dalla mia infanzia, ma si è approfondito e intensificato specialmente con lo studio della teologia. Mi preparavo all'ordinazione sacerdotale e allora mi sono appassionato al Vangelo di Giovanni. Ero preparato a questo studio perché prima della teologia, per due anni, ho dovuto insegnare il greco classico ad alto livello, a giovani gesuiti che preparavano i diplomi alla Sorbona di Parigi. Quindi ero in contatto diretto con il testo greco del Nuovo Testamento e anche ai testi greci dell'Antico Testamento.

In particolare ho studiato il tema della fede nel Vangelo di Giovanni, un tema evidentemente fondamentale. Per Giovanni la fede consiste nel credere in Cristo Figlio di Dio, questo non è semplicemente l'adesione a verità rivelate, ma è anzitutto adesione a una persona, una persona che è Figlio di Dio, che fa l'opera del Padre, in unione con il Padre e che invita anche noi a fare la sua opera.

Successivamente è diventato uno dei più grandi specialisti nella Lettera agli Ebrei…

Card. Vanhoye: Da questo studio di San Giovanni sono usciti alcuni articoli. Però per ragione di tempo, perché dovevo subito insegnare, non ho potuto continuare questo lavoro. Nello stesso tempo mi sono accorto che avevo trovato cose molte interessanti nella Lettera agli Ebrei e che quindi potevo, avendo qualche mese ogni anno, preparare una tesi su questo scritto, allora poco studiato. Quindi il mio interesse si è concentrato sulla Lettera agli Ebrei che è uno scritto molto profondo, una sintesi di cristologia sotto l'aspetto sacerdotale. Ammiro sempre la profondità di questa lettera che in realtà è un'omelia, in cui il mistero di Cristo è presentato in tutte le sue dimensioni, dalla dimensione più alta di Cristo Figlio di Dio, splendore della gloria di Dio, impronta della sua sostanza e fino al Cristo, nostro fratello, che ha assunto tutta la nostra miseria, e si è abbassato al livello dei condannati a morte proprio per mettere lì tutto il suo amore e aprire una via che va fino a Dio. D'altra parte la Lettera agli Ebrei manifesta una conoscenza veramente straordinaria dell'AT, e il senso dell'adempimento dell'AT con le tre dimensioni di corrispondenza, di rottura di alcuni aspetti e poi naturalmente di superamento, adempimento completo. La Provvidenza ha fatto sì che io abbia potuto consacrare veramente tutta la mia vita all'approfondimento della Scrittura per il profitto di tanti studenti di ogni nazione. Quindi ringrazio molto il Signore di avermi dato questo privilegio.

Quali sono stati i suoi presupposti per lo studio della Bibbia?

Card. Vanhoye: I miei presupposti sono chiaramente presupposti di fede. La Bibbia è un testo che esprime la fede. Per accoglierla in modo serio e profondo bisogna essere nella corrente che l'ha prodotta. Quindi accostarsi al Testo ispirato con un atteggiamento di fede è essenziale. D'altra parte c'è anche la convinzione che la Bibbia sia anche un libro storico, non una parola semplicemente teorica; una rivelazione con fatti, con eventi; una realtà esistenziale storica che va quindi accolta sotto questo aspetto.

In tutti questi anni di studio della Parola di Dio, cosa l'ha stimolata di più a continuare nella sua ricerca, nonostante le diverse difficoltà dell'ambiente esegetico o anche del lavoro stesso? Quali sono le sue motivazioni più profonde?

Card. Vanhoye: Certamente la convinzione che la Sacra Scrittura è essenziale per conoscere Cristo, per aderire a Cristo, per investigare tutte le dimensioni del mistero di Cristo. Lo stretto legame tra la ricerca esegetica, l'approfondimento della fede e della vita spirituale. Questo ha fatto sì che non abbia mai esitato a studiare, a fare ricerche, a spendere tutte le mie forze e le mie capacità in questo studio di importanza fondamentale per la vita della Chiesa.

Quali sono stati i frutti più preziosi per la sua vita sacerdotale derivanti dal contatto con la Parola?

Card. Vanhoye: La Parola di Dio ha nutrito la mia vita spirituale in modo molto fecondo. Per esempio, quando ero ancora uno studente del Pontificio Istituto Biblico ho compiuto uno studio su due frasi del Vangelo di Giovanni che esprimono la relazione tra l'opera di Gesù e l'opera del Padre. Il dono delle opere è stato fatto a Gesù. In due frasi Gesù parla delle opere che il Padre gli ha donato. Ho visto l'insistenza: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero» (Gv 5,17). Un tema molto importante per l'approfondimento della vita spirituale non soltanto in modo speculativo ma specialmente nell'operare stesso. Come il Padre dava le sue opere a Gesù, così Gesù ci da le nostre opere. Questo è un punto che mi nutre: devo fare sempre con il Signore l'opera del Signore. E ho capito dall'altra parte che per fare con il Signore l'opera del Signore, è essenziale essere uniti al Cuore del Signore perché l'opera del Signore non è un'opera amministrativa, che si può fare con un certo distacco, ma è un'opera di amore. Questo per me è un orientamento che riprendo in continuazione bello, profondo, ed esigente. È Lui l'autore principale, io sono un povero e modesto assistente, ma che si deve impegnare, perché l' opera è importante, un'opera bella che fa il Signore. E' questo l'esempio principale del mio rapporto con la Scrittura.

Cosa manca oggi nella Chiesa affinché la Scrittura incida sempre di più nella vita spirituale dei fedeli?

Card. Vanhoye: Mancano due cose principali: da una parte i mezzi, gli strumenti, i sussidi che possano aiutare i fedeli ad accogliere bene la Parola di Dio; e dall'altra la meditazione sui testi della Bibbia da parte dei fedeli. Si tratta di due cose già ben presenti, per grazia di Dio, nella vita della Chiesa, e che sono state rese ancora più presenti grazie al Concilio Vaticano II. Tuttavia c'è sempre un progresso da fare: da una parte educare i fedeli ad accogliere bene la Parola di Dio e ad accoglierla non soltanto nella mente, ma nel cuore e nella vita. Questo è chiaro. Bisogna educare i fedeli a fare questo. E dall'altra parte, perché questo sia realmente effettivo, è indispensabile che i fedeli meditino la Parola di Dio, ci ripensino, vi riflettano sopra. E cosi la loro vita sarà poco a poco trasformata dalla potenza dalla Parola di Dio.

A questo scopo, come a più riprese ha affermato Papa Benedetto, la Lectio Divina può essere un mezzo molto adatto.

Card. Vanhoye: Certamente la Lectio Divina è un metodo di approfondimento molto serio della Scrittura ispirata. Ma perché incida sulla vita dei fedeli è necessario che l'ultimo passo sia proprio l'applicazione sulla vita. È possibile una Lectio Divina che si accontenti di essere soltanto una considerazione attenta del testo; e poi una meditazione. Ma deve essere completata da un impegno del fedele ad applicare, a ricevere veramente nella sua vita la Parola di Dio, a farla non soltanto presente ma operativa. Questo metodo ha il grande merito di portare prima l'attenzione sul testo biblico, considerato in sé, nel suo esatto significato, e poi di concentrare lo sforzo di attenzione sul testo, prima di partire in speculazioni che potrebbero non avere alcun rapporto con il testo. La Lectio Divina parte dalla lectio vera e propria, dalla lettura attenta. Il Cardinale Martini insisteva su questo quando faceva nel Duomo di Milano lunghi raduni di Lectio Divina. Dopo si cerca allora di meditare, di vedere il rapporto con la situazione attuale dei credenti, poi si cerca anche di assumere atteggiamenti spirituali di contemplazione, di unione a Dio, ecc. Però come ho detto, bisogna anche prolungare la Lectio Divina, nel senso di una trasformazione della vita.

Il Sinodo si occuperà anche del tema della predicazione della Parola di Dio, soprattutto nella liturgia. Dalla sua esperienza, quali sono gli elementi essenziali da tenere in conto nelle omelie?

Card. Vanhoye: Le omelie devono essere frutto della Lectio Divina, praticata in una maniera o nell'altra, cioè, le omelie devono veramente dare ai fedeli un contatto concreto con la Parola di Dio, quindi spiegare abbastanza chiaramente la portata immediata di essa e poi continuare nella applicazione alla vita, nella sua attualizzazione. Un'omelia non può mai restare soltanto teorica. Deve avere una forza penetrante nella vita. Quindi partire bene dal testo e poi applicarlo alla vita spirituale.

Bisogna dire che per la predicazione è utile anche usare gli esempi dei santi. Perché i santi aiutano la gente ad accogliere alcuni aspetti dei testi biblici, che potrebbero rimanere un po' lontani. I santi invece rendono i testi biblici più a diretta portata dei fedeli. È chiaro che lo spirito d'infanzia spirituale ad esempio che è richiesto da Gesù nei Vangeli - "se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli" (Mt 18,3) -, viene compreso molto meglio dalla gente se si prende Santa Teresina come modello. Oppure per quanto riguarda la carità verso i poveri, Madre Teresa è un esempio che stimola la gente a capire che veramente la carità va ai più bisognosi, che non si può essere uniti a Cristo se non siamo aperti a questa carità. D'altra parte Madre Teresa ha messo molto bene in connessione la preghiera, l'unione a Cristo e la carità. La sua vita era nutrita di una preghiera molto profonda, di una vita spirituale esigente, talvolta anche dolorosa. Quindi gli esempi sono utili, ma devono essere usati in relazione ai testi biblici, perché i santi sono fatti per rendere testimonianza ai testi biblici.

Il Sinodo sta suscitando e susciterà un rinnovato interesse per la Bibbia. Che itinerario suggerirebbe ad un fedele che vuol conoscere meglio la Parola di Dio?

Card. Vanhoye: È chiaro che per un cristiano bisogna cominciare col Vangelo. Prendere un Vangelo, approfondirlo nella meditazione, nella preghiera, applicarlo alla propria vita. Questa è la prima cosa essenziale. Ma il Vangelo stesso rimanda all'Antico Testamento. Gesù è il messia promesso. Quindi è utile leggere i testi profetici, specialmente quelli che sono messianici. Per la preghiera i salmi sono utili, però bisogna dire che non hanno sempre lo spirito evangelico. Quindi bisogna fare una distinzione. Alcuni salmi sono pieni di imprecazioni contro i nemici, sono molto lontani dal precetto di Gesù di amare i nemici e di pregare per loro. È chiaro che per un fedele è necessario essere aiutato da sussidi, che presentino i testi e li mettano alla portata della loro intelligenza, della loro capacità di capire e di vivere. Poi tra i Vangeli naturalmente c'è una differenza tra i sinottici e il Vangelo di Giovanni. Il Vangelo più interessante a prima vista per un fedele è quello di Marco che è molto vivace, che racconta i miracoli in maniera dettagliata, ecc. Il Vangelo di Matteo ci dà un insegnamento più ricco e quindi bisogna sempre ritornare ad esso per essere riempiti di spirito evangelico. D'altra parte, il Vangelo di Giovanni approfondisce la fede in maniera meravigliosa. Bisogna meditare veramente il Vangelo di Giovanni, accoglierlo con spirito di fede e di amore per il Signore. Anche Luca è molto interessante. È il Vangelo del discepolo. Sarebbe possibile cominciare anche col Vangelo di Luca che si interessa di più della relazione del discepolo con il Signore Gesù. I grandi discorsi di Matteo sono spezzettati nel Vangelo di Luca. Le beatitudini invece di essere espresse in terza persona, sono rivolte direttamente ai discepoli: "Beati voi i poveri…". Questo è un esempio. Poi Luca si rapporta con Gesù in maniera molto delicata, specialmente nel racconto della Passione. Lì si vede benissimo il suo amore delicato per il Signore; il suo attenuare le cose più crudeli, più offensive.

Ai giovani sacerdoti, qualche volta i salmi possono sembrare un può lontani dalla loro realtà concreta. Che consiglio darebbe loro per trarre maggior profitto dalla preghiera della Liturgia delle Ore?

Card. Vanhoye: Consiglierei di cercare un commentario veramente adatto, cioè, un commentario approfondito, non puramente filologico, storico-critico, un commentario che metta in risalto il contenuto spirituale dei salmi. Perché è chiaro che i salmi contengono un ricchezza meravigliosa dal punto di vista spirituale: il senso di adorazione, il senso di fiducia in Dio, il senso dell'unione a Dio nella preghiera, nella vita. Ci sono veramente aspirazioni spirituali molto belle e molto forti nei salmi. D'altra parte Sant'Ambrogio diceva che il salterio è come il riassunto di tutto l'AT, perché ci sono anche salmi storici, salmi sapienziali, salmi di accoglienza della legge del Signore, ecc. Dopo il Concilio è stata facilitata l'applicazione dei salmi alla vita cristiana con l'omissione delle cose più lontane dal Vangelo. Una cosa a mio avviso opportuna questo perché un cristiano per esempio non può augurare che i bambini dei persecutori siano schiacciati sulla terra, come si dice nel salmo sulla riva, degli esiliati. Questo salmo esprime un affetto molto profondo e tenero per Gerusalemme, ma finisce con un augurio crudelissimo contro i nemici. A me sembra opportuno e utile dal punto di vista dell'accoglienza della parola di Dio omettere cose che sono state corrette da Gesù.

Il Sinodo si occuperà anche della Sacra Scrittura nel contesto dell'ecumenismo. Lei ha avuto qualche esperienza di lavoro, studio, preghiera in questo campo?

Card. Vanhoye: Io ho collaborato alla traduzione ecumenica francese, un'impresa suscitata dal Concilio molto feconda dal punto di vista ecumenico. Si è costatato che la Bibbia è veramente un terreno di unità. Naturalmente, ci sono testi biblici che hanno dato occasione a diversità di opinioni molto forti. Ma tante cose ci sono comuni e dobbiamo approfittarne. Il Sinodo avrà anche questo aspetto di apertura ecumenica. È chiaro che il protestante se segue il Sola Scriptura di Lutero non è nella corrente della Tradizione. C'è una difficoltà. Ma d'altra parte i cattolici avevano la tendenza di non meditare tanto la Bibbia, e di essere più attenti ai dogmi e alle devozioni. Quindi l'attenzione data alla Parola di Dio scritta è certamente un legame molto forte che ci avvicina gli uni agli altri in una accoglienza comune.

Lei ha conosciuto ed insegnato a parecchi esegeti. Come è possibile evitare che la Bibbia si converta in un mero oggetto di studio staccato della propria vita spirituale e in grado di produrre conclusioni che possono mettere in dubbio le verità di fede?

Card. Vanhoye: Mi sembra che il rimedio principale sia la meditazione dei testi biblici, in atteggiamento di fede e di preghiera. Gli esegeti non si possono accontentare di studiare i testi. Devono meditarli in una atmosfera di unione al Signore, di ricerca di Lui e coscienti sempre che soltanto Cristo dà tutta la ricchezza della Scrittura ispirata; che è Lui che apre pienamente le nostre menti all'intelligenza della Scrittura, come dice il Vangelo di Luca alla fine. Quindi, il rimedio è, direi, l'orazione, intesa come meditazione che ricerca l'unione con il Signore, l'accoglienza della sua luce, l'accoglienza del suo amore. Soltanto questo può preservare dal pericolo di un atteggiamento razionalistico e sterilizzante, che può diventare piuttosto un ostacolo per la vita dei fedeli.

Quali sono le sue aspettative sul Sinodo? Avrà qualche influsso anche sugli studi biblici?

Card. Vanhoye: Non sono sicuro che il Sinodo possa influenzare molto gli studi esegetici nel senso che possa seguire una prospettiva pastorale. È una prospettiva che certamente entra anche nella spiegazione dei testi biblici, ma l'esegesi è una ricerca scientifica approfondita, da un punto di vista che non è direttamente pastorale. Dal Sinodo possiamo sicuramente aspettarci indicazioni molto feconde per una più grande conoscenza della Bibbia, una più grande accoglienza della Bibbia nella vita delle comunità cristiane e nella vita spirituale delle persone. D'altra parte c'è anche un interesse ecumenico, che è direttamente espresso nell'Instrumentum laboris. Si può sperare un riavvicinamento ancora più forte delle diverse confessioni cristiane grazie a questa accoglienza della Parola di Dio scritta. L'Instrumentum laboris lascia intendere che il Sinodo si interesserà specialmente dalla Parola di Dio scritta, anche se allarga la sua prospettiva. Dice che la Parola di Dio è Cristo e quindi dice che lo scopo del Sinodo è far conoscere meglio Cristo. Questo mi sembra vero come scopo ultimo ma lo scopo più diretto sarà evidentemente di attirare l'attenzione sulla necessità di un contatto più forte e più profondo di tutti i componenti della Chiesa con la Parola di Dio scritta. Naturalmente, la Parola scritta deve ridiventare viva, e non può rimanere un testo morto, e perché ridiventi viva deve essere inserita nella corrente viva della Tradizione, anche della predicazione e della vita della Chiesa.