"La salute non sia un bene riservato a pochi"

Lo ha detto Benedetto XVI ricevendo in udienza i partecipanti alla XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

| 865 hits

di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 17 novembre 2012 (ZENIT.org) – Citando il Concilio Vaticano II, papa Benedetto XVI ha ricordato che il medico o l’operatore sanitario sono titolari di una “missione umana e spirituale” ed è loro richiesta una “competenza ulteriore, che va al di là dei titoli accademici”.

Il Santo Padre si è così espresso stamattina, ricevendo in udienza i partecipanti alla XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio degli Operatori Sanitari - avente per tema L’ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale - e i membri dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani e della Federazione Europea della Associazioni Mediche Cattoliche che, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, hanno riflettuto su Bioetica ed Europa cristiana.

La malattia, vissuta sia nella prospettiva dell’infermo che la patisce che del medico che la combatte, ha permesso la straordinaria testimonianza di molte “figure esemplari”, tra i quali il Papa ha citato San Giuseppe Moscati, San Riccardo Pampuri, Santa Gianna Beretta Molla, Santa Anna Schäffer e il Servo di Dio Jérôme Lejeune.

L’impegno delle persone citate, coerente con la “scienza cristiana della sofferenza”, incoraggia un “un impegno di nuova evangelizzazione anche in tempi di crisi economica che sottrae risorse alla tutela della salute”, ha aggiunto Benedetto XVI.

Gli ospedali e le strutture di assistenza sono tenuti a “ripensare il proprio ruolo per evitare che la salute, anziché un bene universale da assicurare e difendere, diventi una semplice «merce» sottoposta alle leggi del mercato, quindi un bene riservato a pochi”.

Non va nemmeno dimenticata, ha aggiunto il Pontefice, “l’attenzione particolare dovuta alla dignità della persona sofferente, applicando anche nell’ambito delle politiche sanitarie il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà”.

In quest’epoca si assiste ad un paradosso: se, da un lato, il progresso tecnico-scientifico incentiva la “capacità di guarire fisicamente chi è malato”, dall’altro sembra venir meno la “capacità di «prendersi cura» della persona sofferente, considerata nella sua integralità e unicità”.

Gli “orizzonti etici” della scienza medica sembrano “offuscarsi” e la medicina stessa rischia di dimenticare la sua vera vocazione, ovvero “servire ogni uomo e tutto l’uomo, nelle diverse fasi della sua esistenza”.

Al contrario, è auspicabile che “il linguaggio della «scienza cristiana della sofferenza» - cui appartengono la compassione, la solidarietà, la condivisione, l’abnegazione, la gratuità, il dono di sé - diventi il lessico universale di quanti operano nel campo dell’assistenza sanitaria”.

Richiamandosi al tema della XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, il Santo Padre ha affermato che “gli ospedali vanno considerati come luogo privilegiato di evangelizzazione”.

Infatti “dove la Chiesa si fa «veicolo della presenza di Dio» diventa al tempo stesso «strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo» (Congr. per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 9)”.

L’ospedale, quindi, può davvero diventare un “luogo privilegiato di evangelizzazione” se al centro dell’attività medica ed assistenziale c’è il “benessere dell’uomo nella sua condizione più fragile e indifesa, dell’uomo alla ricerca di senso dinanzi al mistero insondabile del dolore”.

La nostra società ha più che mai bisogno di «buoni samaritani» da cuore generoso e con un “approccio clinico” aperto alla “dimensione della trascendenza” verso la quale “un ruolo fondamentale è svolto dai cappellani e dagli assistenti religiosi”.

Il Santo Padre ha concluso il suo discorso rivolgendo delle speciali parole ai malati la cui “silenziosa testimonianza” è stata definita “un efficace segno e strumento di evangelizzazione” per i loro familiari e per le persone che li curano.