"La santa curiosità dei pastori di Betlemme tocchi anche noi"

Durante l'omelia della notte di Natale, Benedetto XVI prega per la pace in Medio Oriente

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 906 hits

Lo splendore di Dio ci può spaventare ma la realtà di un Dio che si fa bambino e che “si mette fiduciosamente nelle nostre mani” affinché noi “osiamo amarlo”, continua a commuoverci. Con queste parole papa Benedetto XVI ha introdotto l’omelia durante la Santa Messa nella Basilica Vaticana nella notte di Natale.

Così come Maria e Giuseppe cercano alloggio per far nascere il Bambino e non lo trovano, tale è il nostro cuore, sovente impreparato ad accogliere Dio. “Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?”, si è domandato il Santo Padre.

La risposta è paradossale: “Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione” per Dio. E anche quando Egli “sembra bussare alla porta del nostro pensiero”, noi tendiamo ad allontanarlo.

Siamo “riempiti di noi stessi”, ha osservato il Papa, al punto da non lasciare alcuno spazio al Signore. “Noi vogliamo noi stessi – ha detto - vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni”.

Parimenti, nelle nostre vite non c’è spazio nemmeno “per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri”. Allora la nostra preghiera deve renderci “vigili verso la sua presenza”, perché “nel nostro intimo si crei uno spazio per Lui” e affinché “possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo”.

Benedetto XVI ha poi sottolineato l’altro aspetto significativo delle Letture natalizie, ovvero l’inno di lode degli angeli che intonano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento”.

La gioia degli angeli in cielo indica che Dio è “luce pura”, è il “bene per eccellenza” e da questa gioia “vogliamo lasciarci toccare”, ha detto il Papa. “Dio è buono - ha aggiunto - ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori”.

Se non si rende gloria a Dio, se Egli viene “dimenticato o addirittura negato”, viene negata anche la pace. Eppure sussistono correnti pensiero che ritengono le religioni, in particolare quelle monoteistiche, come portatrici di “intolleranza” e “violenza”.

Effettivamente, nel corso della storia abbiamo assistito a “travisamenti del sacro” e ad un “uso indebito della religione” che si verifica “quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata”.

Il rifiuto di Dio, tuttavia, ha portato a risultati ancor peggiori non solo contro la pace ma contro la stessa dignità dell’uomo. “Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile”, ha affermato a tal proposito il Pontefice.

Ed è proprio grazie all’incarnazione di Dio nel Bambino di Betlemme che, nel corso dei secoli, sono emerse “sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare”.

La preghiera del Papa ha poi avuto ad oggetto il dono della Pace: “Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr Is 2,4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti – ha detto -. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto”.

Una volta che gli angeli si sono allontanati da Betlemme, i pastori si esortano a vicenda ad andare proprio lì. “Andiamo di là, a Betlemme”, dicono. Nella versione latina il verbo è trans-eamus: una “traversata”, ha spiegato il Papa, “con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi”.

Betlemme è nella nostra preghiera non solo come luogo di nascita di Nostro Signore ma anche perché in quella terra “Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà”. La medesima preghiera coinvolge anche nazioni come il Libano, la Siria e l’Iraq, perché i cristiani di quei paesi “possano conservare la loro dimora” e perché cristiani e musulmani possano conviverci “nella pace di Dio”.

I pastori “si affrettavano”, ha sottolineato il Santo Padre. Una sollecitudine, motivata da “una santa curiosità e una santa gioia” che oggi forse “accade molto raramente”, in quanto Dio non fa più parte delle “realtà urgenti”.

Ciononostante Egli è la “realtà più importante” e dobbiamo pregarlo “affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi”, ha quindi concluso Benedetto XVI.