La Santa Sede chiede all’ONU garanzia per la pace, lotta al terrorismo e fine dei conflitti internazionali

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NEW YORK, venerdì, 1° dicembre 2004 (ZENIT.org).- Ricordando l’originale vocazione dell’ONU, chiamata ad essere una “famiglia di nazioni”, l’arcivescovo Davide Lajolo è intervenuto il 29 settembre alla 59° Assemblea Generale in corso New York, chiedendo di garantire la pace, combattere il terrorismo e metter fine ai conflitti internazionali.



In merito alla situazione Irachena, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha detto che “la posizione della Santa Sede circa l’azione militare del 2002-2003 è ben nota” ed è “sotto gli occhi di tutti che essa non ha portato ad un mondo più sicuro né dentro né fuori l’Iraq”.

“La Santa Sede - ha spiegato Lajolo - ritiene che ora si debba sostenere l’attuale Governo nel suo sforzo di riportare il Paese a normali condizioni di vita e ad un sistema politico sostanzialmente democratico e conforme ai valori delle sue tradizioni storiche”.

Sul tema del terrorismo, l’arcivescovo ha affermato: “È un fenomeno aberrante, del tutto indegno dell’uomo, che ha assunto ormai dimensioni planetarie: oggi nessuno Stato può presumere di esserne al sicuro”.

“Per questo - fermo restando il diritto ed il dovere di ogni Stato di porre in atto ogni giusta misura per tutelare i propri cittadini e le proprie istituzioni - appare evidente che non con una politica improntata al principio dell’unilateralità, ma solo con una impegnata concertazione plurilaterale, nel rispetto del ius gentium, ci si potrà opporre ad esso efficacemente”.

“Nessuno dubita - ha continuato Lajolo - che esso vada combattuto spegnendone anzi tutto i focolai vivi. Ma molte e complesse sono le sue cause: politiche, sociali, culturali, religiose; e per questo più necessaria ancora è un’azione a lungo termine, che operi, con preveggenza e pazienza, sulle sue radici, ne impedisca il ramificarsi spontaneo, ne spenga la malefica forza contagiosa”.

Sul conflitto israelo-palestinese l’arcivescovo ha sollecitato le parti a riprendere il cammino indicato dalla road map per i negoziati. Ricordando poi le violenze in Sudan, Somalia, Costa d’Avorio e nella regione dei Grandi Laghi, e sollecitando l’intervento dell’Unione Africana.

“Se la pace è frutto di giustizia, - ha concluso Lajolo - non si dimentichi anche - come ha detto Giovanni Paolo II - che non v’è giustizia senza perdono. Sì, senza reciproco perdono. Certo, esso richiede un coraggio morale più grande che nell’uso delle armi”.