La Santa Sede chiede spiegazioni alla Cina sull’arresto di un vescovo

E “non ha alcun motivo di dubitare dell’innocenza del Presule”, afferma il portavoce

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CITTA’ DEL VATICANO, 10 marzo 2004 (ZENIT.org).- La Santa Sede è preoccupata di come vengono trattati i cattolici in Cina e chiede pubblicamente che il governo Cinese renda pubblici gli atti di accusa che hanno portato all’arresto del Vescovo di Qiqihar, Monsignor Wei Jing (cfr. Zenit 9 marzo 2004).



Nella tarda mattinata del 10 marzo Joaquín Navarro-Valls, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione e tristezza la notizia, trasmessa dalle agenzie internazionali, dell’arresto in Cina di un Vescovo cattolico nella regione dello Helongjiang”.

”Qualora esistessero capi d’accusa a carico del Vescovo arrestato, - ha proseguito Navarro-Valls - dovrebbero essere resi pubblici, come avviene in ogni stato di diritto”.

”La Santa Sede – ha concluso il direttore della Sala Stampa – da parte sua, non ha alcun motivo di dubitare dell’innocenza del Presule”.

In merito alla situazione dei cattolici in Cina monsignor Antonio Li Du’an, vescovo di Xian, ha spiegato in un’intervista al mensile “Mondo e Missione” che “tutti i cattolici cinesi della Cina sono della stessa fede” e che indipendentemente dalla divisione tra Chiesa sotterranea e Associazione patriottica dei cattolici cinesi , “abbiamo la stessa fede, siamo entrambi con il santo Padre” e “dobbiamo unirci nella struttura e dottrina tradizionale della Chiesa”.

Li Du’an, che per la sua fede ha trascorso diciotto anni nei Gulag cinesi, è riconosciuto sia da Pechino che da Roma. Alcuni lo ritengono addirittura come il possibile cardinale in pectore di cui il Papa non ha ancora reso noto il nome.

Il Vescovo di Xi’an sostiene che in Cina “molti giovani sono attratti dalla fede cristiana. Anche un certo numero di intellettuali si è aperto al cristianesimo. Mai la gente è stata così aperta e favorevole alla fede cristiana”.

A conferma di ciò, secondo quanto riferito da David Aikman, ex-redattore capo a Pechino della rivista “Time”, nel suo libro “Jesus in Beijing”(“Gesù a Pechino”) edito dalla Regnery nell’ottobre dello scorso anno, da un pò di tempo a questa parte il Cristianesimo si sta diffondendo così rapidamente in Cina tanto da poterne mutare il volto negli anni a venire.

Aikman, che nel suo libro ha condensato la sua esperienza più che ventennale sul campo, afferma in un articolo apparso su ASSIST News Service che nell'arco di una trentina d'anni "il 20 o il 30 % della popolazione potrebbe diventare credente".

Egli sostiene ancora nel libro che persino parecchi personaggi di spicco della politica cinese, tra i quali figura anche l’ex-presidente Jiang Zemin, identificando proprio nella religione cristiana il segreto del successo dell’Occidente, si dicono favorevoli a esportarne la formula vincente anche nel paese del Sol Levante.

Però data la situazione di ostilità nei confronti della Chiesa cattolica è difficile avere un’idea precisa di quanti siano i fedeli in Cina. Secondo Asianews stime realistiche parlano di 12 milioni di cattolici, di cui 4 milioni appartenenti alla Chiesa patriottica, (quella ufficiale).

Complessivamente sono 2200 i sacerdoti, di cui il 65% ha un età inferiore ai 50 anni, e 3600 le suore di congregazione diocesane; 1700 i seminaristi e 2500 le novizie.