La Santa Sede: “cultura dell’accoglienza” contro le nuove schiavitù

L’Arcivescovo Marchetto all’incontro di CCEE e SECAM in Ghana

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CAPE COAST (Ghana), giovedì, 22 novembre 2007 (ZENIT.org).- Le nuove schiavitù, come il lavoro forzato o il traffico umano, esigono la promozione di una “cultura dell’accoglienza”, ha affermato l’Arcivescovo Agostino Marchetto.

Il Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti è intervenuto venerdì scorso a Cape Coast, in Ghana, all’Incontro di CCEE (Consiglio Conferenze Episcopali d’Europa) e SECAM (Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar), svoltosi dal 13 al 18 novembre.

Nel suo discorso, sul tema “Migrazioni e Nuove Schiavitù”, l’Arcivescovo Marchetto si è soffermato sulla piaga del traffico di esseri umani, che include la prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, la schiavitù, la servitù e la privazione di organi.

Questo traffico, ha ricordato, è definito dalle Nazioni Unite come “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, il dare rifugio o il ricevere persone con mezzi impropri come la minaccia, la forza o altre forme di coercizione, perfino il sequestro, la frode, l’inganno e l’abuso di una posizione di potere o vulnerabilità in vista dello sfruttamento”.

L’entrata in vigore del Protocollo sul Traffico umano nel dicembre 2003, ha osservato il presule, “ha posto importanti sfide sia in termini di concetti che di rafforzamento della legge”.

Il Protocollo, infatti, ha introdotto nel diritto internazionale il concetto di sfruttamento, “che era quasi nuovo” e comprende sia lo sfruttamento sessuale che il lavoro forzato, mentre fino a quel momento le leggi anti-traffico coprivano solo lo sfruttamento sessuale di donne e bambini.

“La nuova schiavitù, tuttavia, non include solo le vittime del traffico”, ha denunciato.

Il presule ha ricordato che un rapporto di Kevin Bales sulle nuove schiavitù, pubblicato recentemente, spiega che la schiavitù, intesa come condizione in cui la gente è costretta a lavorare con la violenza ed è trattenuta contro la sua volontà in vista dello sfruttamento, non solo è presente in tutto il mondo, ma sta anche aumentando.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha calcolato che nel mondo le persone che vivono in condizioni di schiavitù siano almeno 12,3 milioni, mentre per Bales sono addirittura 27 milioni.

L’OIL ha individuato tre tipi di schiavitù moderna: “quella imposta dallo Stato, quella imposta da agenti privati per lo sfruttamento sessuale e quella imposta da agenti privati per lo sfruttamento economico”.

La prima categoria include “il lavoro forzato imposto dai militari, la partecipazione forzata ai lavori pubblici e il lavoro forzato in reclusione”; la seconda “donne e uomini che sono entrati involontariamente nel settore della prostituzione o di altre forme di attività sessuali commerciali, o che sono entrati volontariamente nel campo della prostituzione ma non possono uscirne”, e “include anche tutti i bambini costretti ad attività sessuali”.

La terza categoria comprende invece “ogni lavoro forzato imposto da agenti privati per motivi che non siano lo sfruttamento sessuale. Include, tra le altre cose, il lavoro legati, il lavoro domestico forzato o il lavoro forzato nell’agricoltura e nelle zone rurali remote”.

Le vittime di questa piaga, ha ricordato l’Arcivescovo Marchetto, sono per il 56% donne e ragazze, che rappresentano tuttavia il 98% delle persone soggette a sfruttamento sessuale. I bambini sono tra il 40 e il 50% delle vittime.

Di fronte alle forme moderne di schiavitù, ha affermato l’Arcivescovo, la Chiesa “non è rimasta indifferente o silenziosa”.

E’ infatti “coinvolta nell’assistere le vittime del traffico in molti Paesi, essendo presente tra loro, ascoltandole, fornendo aiuto, dando sostegno per sottrarsi alla violenza sessuale, creando case sicure, aiutandole a integrarsi nelle società che le ospitano o a tornare nei loro Paesi in modo sostenibile”.

Nei Paesi travagliati dalle guerre, si è occupata anche degli ex bambini soldato: “sono state intraprese attività per il loro inserimento socio-economico nella società, ma anche per guarire le ferite di questi ex combattenti e delle loro famiglie e/o comunità”.

“La Chiesa combatte contro le moderne forme di schiavitù, attraverso le sue convinzioni, i suoi insegnamenti e le sue azioni, ispirata dal Vangelo dell’amore e della misericordia di nostro Signore e dalla dignità di ogni persona umana, usando i mezzi che ha a disposizione, in conformità con la sua natura e la sua missione”, ha dichiarato.

Per l’Arcivescovo Marchetto “la causa principale dell’orrendo fenomeno delle nuove forme di schiavitù è soprattutto l’enorme differenza economica tra i Paesi ricchi e quelli poveri, e tra i ricchi e i poveri all’interno dello stesso Paese”, che spinge molte persone a lasciare la propria terra per cercare migliori opportunità all’estero.

Ognuno, ha concluso, è chiamato a rispondere all’appello dell’istruzione Erga migrantes caritas Christi a “essere promotori di una vera e propria cultura dell'accoglienza” (n. 39), ricordando che “il bene fatto al prossimo, particolarmente al più bisognoso, per amore di Dio, è fatto a Lui stesso” (n. 41).