La Santa Sede e la giustificazione morale dell'ingerenza umanitaria

Intervista al professor Dimitris Liakopoulos, docente di Diritto internazionale

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di Mirko Testa

ROMA, mercoledì, 12 marzo 2008 (ZENIT.org).- A livello internazionale, la Santa Sede ha il merito di aver rilanciato il diritto d’ingerenza a fini umanitari come obbligo morale, dichiarando legittimo e persino doveroso intervenire con iniziative militari per disarmare uno Stato aggressore.

A sostenerlo è il professor Dimitris Liakopoulos, docente a contratto di Diritto internazionale e dell'Unione europea presso l'Università della Tuscia, che in questa intervista a ZENIT analizza in particolar modo il magistero di Giovanni Paolo II volto ad una giustificazione morale dell’intervento della comunità internazionale davanti alla violazione di diritti umani



Ci dica in che modo la Santa Sede ha contribuito a fornire uno sfondo morale al diritto internazionale?

Prof. Liakopoulos: Negli ultimi anni si è sempre più accentuato il dibattito sulle giustificazioni morali dell’intervento umanitario. Sicuramente una delle cause di questo rinnovato interesse è la staticità del dibattito giuridico, impegnata nella difficile ricerca di una soluzione alla contrapposizione di importanti principi di diritto internazionale: il divieto all’uso della forza, il sacro principio della sovranità, il divieto di ingerenza da un lato e l’importanza dei diritti umani, dall’altro.

La soluzione potrebbe essere quella di studiare l’ingerenza umanitaria nei suoi aspetti morali e giuridici insieme, partendo dal presupposto che il diritto e la morale sono tra loro intrecciati, e proponendosi di costruire una teoria etica del diritto internazionale. Secondo questa teoria i diritti degli Stati nella Società internazionale derivano dai diritti individuali. Gli Stati e i governi esistono in quanto questi hanno trasferito loro quei poteri per rendere la vita sociale possibile e al fine di proteggere i loro diritti.

La situazione cambia quando uno Stato nega questi diritti, infatti esso non rappresenterà più i suoi sudditi e perderà tutte quelle prerogative che gli sono attribuite dal diritto internazionale. A questo punto gli Stati terzi non commetteranno un illecito oltrepassando le frontiere per correre in aiuto delle popolazioni oppresse. L’importanza dell’aspetto morale non è sottolineata solo dalla dottrina ma anche da altre autorevoli fonti. In relazione all’uso massiccio di armi chimiche da parte del governo iracheno contro la popolazione curda, il Parlamento Europeo, in una Risoluzione del 17 novembre 1988 ha dichiarato che “la minaccia all’esistenza dei curdi iracheni mette l’umanità di fronte a un obbligo morale, a cui non può sottrarsi”.

Più di tutti Giovanni Paolo II ha augurato che gli “appelli etici” assumano una forza giuridica, non essendo moralmente accettabile lasciare morire intere popolazioni di fame o per la guerra civile. Inoltre il Pontefice ha sostenuto che essa è sempre la possibilità ultima a cui ricorrere per la difesa della dignità umana. Così, accanto al diritto internazionale, il principio morale comune è diventato un criterio fondamentale per approvare o respingere la condotta degli Stati. È a questi ultimi che spetta il compito di stabilire un sistema giuridico volto a preservare, individualmente e collettivamente, una vita decente e dignitosa per l’essere umano. Si tratta di un dovere di umanità al quale nessuno può sottrarsi, ma in realtà dal punto di vista del diritto internazionale, la causa dell’uomo è ancora subordinata all’interesse degli Stati. In definitiva la necessità di una relazione tra etica e diritto si impone per la promozione della dignità umana.

In quale dei pronunciamenti della Santa Sede rintraccia questo richiamo al dovere morale di fare uso della forza per disarmare uno Stato aggressore?

Prof. Liakopoulos: Il 7 agosto 1992, il Cardinale Angelo Sodano, Segretario dello Stato del Vaticano affermava a Castel Gandolfo: “Gli Stati europei e le NU hanno il dovere e diritto di ingerenza, per disarmare uno che vuole uccidere. Non si tratta di favorire la guerra ma di impedirla”. Se non si vuole diventare complici dell’aggressore è un dovere fermare la mano, così che l’ingerenza della comunità delle Nazioni nelle crisi degli Stati diventa “un diritto in favore dell’umanità”.

Ogni iniziativa e intervento delle NU verrebbe, secondo queste parole, pienamente appoggiato dalla Santa Sede, senza escludere l’ipotesi di azioni militari dirette a tale fine. Le motivazioni principali di questa nuova e decisiva reazione del Vaticano, in un momento in cui questo principio suscitava ancora riserve e reticenza, risiedono nell’analisi dei fatti inumani avvenuti in Bosnia-Erzegovina e in Somalia. In realtà, come spiega il prof. Vincenzo Buonomo, Ordinario di Diritto Internazionale e di Organizzazione Internazionale presso la Pontificia Università Lateranense, “in questa prospettiva l’ingerenza non è espressione di potenza o di forza, ma diviene un obbligo di intervento perché finalizzata non all’aspetto punitivo quanto piuttosto alla risocializzazione di chi viola una regola della convivenza”.

In seguito alla dichiarazione del Cardinale Sodano, il Papa ha riconfermato quanto detto precedentemente in occasione della Conferenza Internazionale sull’Alimentazione, organizzata a Roma, nel dicembre 1992, su iniziativa della FAO e dell’OMS. Il Pontefice ha ricordato l’importanza della solidarietà come dovere di giustizia e ha deplorato gli ostacoli che impediscono alle popolazioni di godere dei loro bisogni vitali, specialmente in situazioni di conflitti interni.

Giovanni Paolo II si è espresso in questi termini: “La coscienza dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale, chiede che sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza dei popoli e dei gruppi etnici interi: ecco un dovere per le nazioni e la comunità internazionale” e conclude “gli Stati non hanno più diritto all’indifferenza”.

L’insistenza del Pontefice sulla “coscienza dell’umanità” imprimeva al suo discorso un carattere decisamente morale. Questo aspetto offre un terreno favorevole per fondare il principio di ingerenza umanitaria, accentuando il rapporto tra morale internazionale e diritto internazionale. Del resto, le norme internazionali sul diritto d’asilo, la protezione dei lavoratori, il diritto umanitario e i diritti dell’uomo derivano dagli imperativi della morale.

Un altro aspetto da evidenziare è la varietà di dizioni nel linguaggio vaticano: si parla di “ingerenza umanitaria”, di “intervento umanitario”, di “assistenza umanitaria”. La varietà dei termini indica probabilmente la faticosa ricerca di definire teoricamente e praticamente l’intervento anche militare della comunità internazionale davanti alla violazione di valori fondamentali come i diritti umani.

La posizione del Papa Wojtyla viene considerata da un eminente osservatore di cose vaticane, Francesco Margotta Broglio, come “una svolta nella dottrina sulla guerra contro la guerra e contro la distruzione per fame di intere popolazioni”. Questo autore critica, in un certo senso, la mancanza di coerenza del Papa assolutamente “pacifista” durante la guerra del Golfo, e “interventista”, sia pure a scopi umanitari, nel caso della ex-Jugoslavia e della Somalia. Nonostante ciò è innegabile il mutamento di rotta del governo vaticano rispetto all’atteggiamento adottato al momento della guerra del Golfo; le parole usate dal Pontefice non lasciano dubbi circa l’appoggio della Santa Sede alle iniziative e agli interventi dell’ONU per portare aiuti umanitari e frenare la guerra senza escludere l’ipotesi di azioni di carattere militare dirette a tal fine.

Eppure dalla ferma condanna di Benedetto XV verso “l'inutile strage” della Prima Guerra Mondiale, passando per il Concilio Vaticano II, il magistero sembrerebbe più orientato verso la condanna assoluta della guerra...

Prof. Liakopoulos: Secondo il Concilio Vaticano II, la guerra e la legittima difesa viene intesa come ripristino dei diritti lesi che è lecita a determinate condizioni, ma non deve degenerare in un abuso. Per questo la costituzione Gaudium et spes ha voluto ribadire che ci sono invalicabili limiti giuridici e morali nell’uso della forza. Nell’enciclica Evangelium vitae del 25 marzo 1995: “[…] la legittima difesa per essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. L’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione, anche nel caso i cui egli non fosse moralmente responsabile per mancanza dell’uso della ragione […]”.

Il rispetto della pace internazionale è un dovere di non fare guerre e di risolverle in maniera pacifica e diplomatica e l’intervento militare, come ultima ratio di un paese contro un altro paese può succedere solo per impedire la distruzione di vite umane. Da una parte le armi sempre più potenti rendono difficile garantire la proporzionalità della reazione all’offesa. Dall’altra parte lo stesso progresso tecnico scientifico, ed i principi generali di diritto internazionale hanno messo a disposizione dell’uomo tanti e tali mezzi di comunicazione che il trovare vie di discussione e di prevenzione spesso sostituiscono la volontà di trovare accordi pacifici alle controversie.

Il Pontefice si è rivolto a promuovere la pace con la Giornata mondiale di preghiera per la pace, che si è tenuta ad Assisi il 27 ottobre del 1996, non avendosi comunque effetti assai marginali. Nello stesso tempo Papa Giovanni ha parlato di diritto/dovere d’ingerenza umanitaria. Nel suo messaggio inviato al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros Ghali, il 12 marzo del 1993 scriveva: “[…] l’autorità del diritto e la forza morale dell’ONU costituiscono le basi sulle quali si fonda il diritto d’intervento per salvaguardare la popolazione presa in ostaggio dalla follia mortale dei fautori della guerra […]”; aggiungendo poi nell’annuale discorso alla FAO: “[…] è urgente organizzare la pace del dopoguerra fredda e la libertà del dopo 1989, basandosi su valori morali che sono agli antipodi della legge dei più forti, dei più ricchi e dei più grandi che impongono i loro modelli culturali, i loro diktat economici e le loro tendenze ideologiche. I tentativi per organizzare una giustizia penale internazionale sono, in questo senso, un reale progresso della coscienza morale delle Nazioni […]”.

È senza dubbio chiaro che Giovanni Paolo ha dato una linea morale ed un avvallo etico al diritto d’ingerenza a fini umanitari, dichiarando espressamente anche la tesi della Chiesa che quando le popolazioni civili sono vittime di un ingiusto aggressore e rischiano di soccombere, quando tutte le vie diplomatiche e gli sforzi della politica si sono esauriti senza successo è legittimo e persino doveroso intervenire con iniziative concrete per disarmare l’aggressore.

Tale tesi è stata rinvigorita con la sua lettera inviata ai Ministri degli Esteri della Comunità europea nel gennaio del 1991, quando scriveva: “[…] la Comunità internazionale non intende sottrarsi all’imperioso dovere di fare il diritto internazionale ed i valori che gli danno forza ed autorità ma allo stesso tempo è chiaro che il principio di equità impone che dei mezzi pacifici come il dialogo ed il negoziato, prevalgono sul ricorso a strumenti morte, devastanti e terrificanti […]”.

Dopo la prima guerra in Iraq e durante le guerre in ex-Jugoslavia la sua posizione è stata sottolineata dalla continua individuazione delle entità politiche nell’ambito europeo e non solo. “Si impone un dovere: la solidarietà europea, […] un percorso di pace che contribuisca a risolvere tutti i problemi di una pacifica convivenza in Medio Oriente […] sapendo che il movente della guerra non è di indole religiosa ma politica […]”, riferendosi alla guerra nella ex-Jugoslavia..

Quindi per il Pontefice il diritto all’ingerenza umanitaria era una cosa seria affermando che come la guerra d’aggressione e la distruzione morale e fisica dell’individuo sono indegni dell’uomo, così l’indifferenza pratica di fronte a simili modi d’agire è omissione colpevole. In questo senso l’appello continuo del Santo Padre è stato lanciato in quegli anni ed in certi momenti difficile sembrava a chiedere che l’ingerenza umanitaria fosse resa addirittura “obbligatoria”.

Posizione che è stato per ancora una volta dibattuta nell’omelia del 19 novembre del 2000, in occasione del Giubileo dei militari e delle forze di polizia, in quanto il Papa ha affermato che l’ingerenza umanitaria: “rappresenta, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli strumenti di difesa non violenti, l’estremo tentativo a cui ricorrere per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore […]”.