La Santa Sede e le migrazioni forzate

Intervento di monsignor Dominique Mamberti alla Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

Roma, (Zenit.org) | 489 hits

Pubblichiamo di seguito l’intervento di monsignor Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato della Santa Sede, alla XX Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, che si conclude domani sera, venerdì 24 di maggio, a Roma.

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Unisco alle numerose altre anche le mie più vive felicitazioni per questo 25° anniversario  del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti: un anniversario felice, vorrei dire, perché segna tanti anni d’impegno di questo organo della Santa Sede per il bene della cura pastorale di milioni di persone che si muovono a vario titolo in tutto il mondo.

Alcune considerazioni introduttive

Le vicende di natura politica, o religiosa, di contrasti etnici o razziali, i disastri ambientali, le aggressioni e le occupazioni straniere ed altri eventi che hanno obbligato intere popolazioni, gruppi e singole persone a spostarsi dalla propria patria per trovare accoglienza in altri territori seguono un triste inventario lungo tutti i secoli e risalgono alle origini dell’umanità.

Molti popoli, nell’antichità, conoscevano la pratica dell’asilo e, in molti casi, questo assumeva connotazioni religiose, assumendo contemporaneamente consuetudini estremamente diverse. Ricordiamo che i templi e le chiese hanno accolto per secoli persone che cercavano rifugio dalle violenze: luoghi generalmente preservati anche per il loro carattere sacro. Persino i Goti di Alarico, nella distruzione di Roma del 410, rispettarono la chiesa dei Santi Apostoli e coloro che vi si erano rifugiati.

La Chiesa si è adoperata a vari livelli in favore dei rifugiati ben prima che esistessero organismi internazionali per proteggerli ed assisterli.

Come quando, tra il 1792 e il 1797 il Segretario di Stato ha scritto undici lettere circolari ai Vescovi degli Stati pontifici per coordinare l’accoglienza ai rifugiati che fuggivano le violenze durante la Rivoluzione Francese.20.000 rifugiati francesi furono assistiti per 13 anni.

Così, Benedetto XV, nel 1919, affermava di aver fatto quanto poteva per accogliere – senza operare distinzioni di nazionalità o di religione – i rifugiati a seguito della Rivoluzione Russa e il conflitto nei Balcani, o gli armeni salvatisi dall’eccidio.

Qualche cenno di storia fino alla Seconda Guerra mondiale

Specialmente negli ultimi secoli – e in modo particolare nel secolo scorso – il problema dei rifugiati e degli esuli ha acquistato evidenza per la comunità internazionale che si è trovata ad affrontare un problema che assumeva sempre più rilevanza numerica e maggiore consapevolezza da parte delle popolazioni. Tuttavia, fino alla fine del diciannovesimo secolo, il problema veniva trattato, a livello di diritto pubblico, solo tra gli Stati direttamente interessati da tali spostamenti.

L’ attenzione ai rifugiati è aumentata in quel periodo tra gli Stati certamente per motivi di convenienza politica o economica, o di sicurezza, ma anche per una presa di coscienza delle questioni umanitarie che era venuta crescendo nella seconda metà dell’Ottocento e che, facendo appello unicamente a considerazioni razionali, andava fondando il diritto internazionale umanitario sull’accordo tra gli Stati. Per inciso, ricordiamo tutti la creazione del Comitato internazione della Croce Rossa, di cui celebriamo quest’anno il 150° anniversario. Tuttavia, la Croce Rossa, durante la Prima Guerra mondiale, aveva sperimentato la propria impotenza nel proteggere le popolazioni civili [1], riuscendo solo dopo la Seconda Guerra Mondiale ad approvare definitivamente uno strumento legale.

Ma chi doveva fuggire all’estero affrontava problemi specifici cui si doveva rispondere e necessitava di protezione.

Sin dal secondo decennio del ventesimo secolo l’Europa, principalmente, è stata segnata da massicci movimenti migratori, ma il fenomeno ha assunto dimensioni ingenti a seguito delle persecuzioni naziste a fasciste negli anni dal 1930 al 1945, e di quelle che hanno interessato i Paesi comunisti, negli anni successivi al primo conflitto mondiale e poi in tutto il prosieguo del ventesimo secolo. La comunità internazionale rispondeva, di volta in volta, alle emergenze riguardanti questi rifugiati [2].

Tuttavia, le migrazioni forzate hanno interessato, in quegli anni e successivamente, tutti i continenti [3].

La Santa Sede aveva ben presenti alla sua attenzione e alla sua azione queste enormi masse di migranti e di rifugiati. San Pio X, durante il suo Pontificato (1903-1914), aveva favorito numerose iniziative nell’ambito della pastorale migratoria: auspicò, tra gli altri, la creazione di comitati parrocchiali o diocesani a favore degli emigrati, per la loro tutela e l’informazione circa il loro viaggio. Fu sempre Papa Sarto, nel1912, adare vita al primo ufficio per i problemi delle migrazioni.

La sua attenzione verso le vicende della migrazione fu seguita dal suo successore: nel 1914la Giornatadelle Migrazioni fu lanciata conla Letteracircolare “Il dolore e le preoccupazioni”, inviata dalla Sacra Congregazione Concistoriale per mandato di Benedetto XV. Nella Lettera, per la prima volta, si chiedeva l’istituzione di una giornata annuale di sensibilizzazione alle vicende dei migranti e di raccolta fondi in favore delle opere missionarie per gli emigrati. In quegli anni si calcola che gli esuli fossero poco meno di un milione nel mondo.

Tra realismo, di fronte alle minacce che venissero colpite le stesse persone che si voleva difendere, e sdegno per la terribile minaccia del nazionalsocialismo tedesco e del comunismo, Pio XI prima, e poi Pio XII furono posti dinnanzi a dilemmi atroci, cui hanno risposto cercando di portare tutta la protezione e l’assistenza possibile nel modo meno dannoso, specialmente per i civili inermi. [4]

Non dimentichiamo poi l’opera della Santa Sede nei confronti dei rimpatriati. Nell’autunno del 1944 Papa Pio XII istituì la Pontificia Commissione Assistenza, per assistere i profughi e provvedere alla distribuzione di aiuti necessari ai reduci ed ex internati provenienti dalla Germania e dalla Russia. Sono esempi che si moltiplicavano poi nelle Chiese locali.

Dopo la guerra, Pio XII si è espresso in modo deciso di fronte al grave pericolo di rimpatri forzati [5], così come per una condivisione degli oneri (burden sharing) o ad un reinsediamento (resettlement) che spettano principalmente ai Paesi più prosperi [6].

Sono di Pio XII anche l’Enciclica Communium interpretes del 15 aprile 1945 [7] in cui si appella perché, tra l’altro, siano alleviate le pene dei tanti rifugiati, e la Costituzione Apostolica Exsul Familia, del 1° agosto 1952, riguardante l’assistenza spirituale ai migranti in cui, fra l’altro, il Papa ribadiva il diritto fondamentale delle persone ad emigrare. La Costituzione Apostolica estese la commemorazione della Giornata del Migrante e del Rifugiato alla Chiesa universale, da celebrarsi in date diverse secondo il programma di ogni Conferenza Episcopale.

Negli anni del conflitto mondiale e in quelli seguenti, varie organizzazioni, a livello governativo, intergovernativo, o non governativo si sono occupati dei rifugiati, problema che si riteneva temporaneo e risolvibile in un tempo determinato.

Dalle macerie della guerra la comunità internazionale si rialzava anche con la consapevolezza della necessità di dotarsi di strumenti efficaci che potessero preservare l’umanità da ulteriori barbarie. Era evidente che occorreva un nuovo consenso, basato sui principi alti dei diritti umani e dell’asilo, ed un nuovo organismo internazionale capace di prendersi cura, a nome degli Stati, della protezione delle migliaia di rifugiati.

Così per la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, del 1948 - è strettissimo il nesso tra i diritti dell’uomo e la condizione di rifugiato - così per gli strumenti intesi direttamente alla protezione dei rifugiati e, particolarmente, la Convenzione sullo statuto dei rifugiati, del 1951, ed il Protocollo del 1967.

Qual è stato l’atteggiamento e l’apporto della Santa Sede sia nella fase di elaborazione, sia in quelle dell’adozione e dell’attuazione? 

La Santa Sede e la Convenzione sui rifugiati (Ginevra, 1951)

Il 14 dicembre 1950 l’Assemblea Generale dell’ONU adottò lo Statuto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, (UNHCR; ACNUR per l’italiano), organismo autonomo, che avrebbe agito sotto il controllo dell’Assemblea Generale e del Consiglio Economico e Sociale.

Il suo mandato non si estendeva ai rifugiati palestinesi nel Medio Oriente, di cui si occupava l’UNRWA, dal 1949, né ai rifugiati che godevano nel Paese d’asilo gli stessi diritti dei cittadini (come India e Pakistan). Non entro qui nello specifico del mandato dell’ACNUR: il Dott. Jolles è certamente più idoneo a darvi tutti gli elementi che lo riguardano.

Ricorderò, invece, chela Santa Sedenon era presente alla seduta inaugurale del 2 luglio della Conferenza, convocata dall'Alto Commissariato per i Rifugiati a Ginevra, dal 2 al 25 luglio 1951, non avendo ricevuto un invito. Tuttavia, lo stesso pomeriggio, alcune Delegazioni fecero notare al Presidente della Conferenza che la SantaSede, avendo un Osservatore all’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati (IRO) non poteva non essere invitata. Tutti i presenti accolsero la proposta, che fu poi presentata dall’Egitto, e la Santa Sede fu invitata a partecipare alla II sessione della Conferenza che si compose, quindi, di 26 Stati e 2 Osservatori (Cuba e Iran).

I Rappresentanti della Santa Sede presero parte attiva ai lavori sulla bozza di Convenzione, sottolineando specialmente (ma senza successo) la necessità di evitare generiche eccezioni che potevano indebolire il principio di non-refoulement. Un altro contributo della Santa Sede consentì di superare lo stallo riguardo alla opzione geografica riguardante i rifugiati, rimandando ad una dichiarazione delle singole Parti la scelta su quali fossero le persone cui si estendeva il riconoscimento come rifugiati. Infine, passarono altre due proposte concernenti la necessità di favorire l’unità delle famiglie e la solidarietà internazionale per consentire un effettivo diritto di asilo.

La Convenzionevenne approvata con 24 voti a zero (nessuna astensione: Israele ha firmato qualche giorno più tardi) ed entrò in vigore 90 giorni dopo la 6a ratifica, il 22 aprile 1952.

SE Mons. Amleto Cicognani firmòla Convenzione, perla Santa Sede, il 21 maggio1952, aNew York. Fu il primo accordo firmato dalla Santa Sede nella sede dell'ONU ed è significativo, come affermava Mons. Cicognani, che la prima visita ufficiale di un Rappresentante della Santa Sede alle Nazioni Unite avvenisse allo scopo di promuovere il bene dei rifugiati e degli apolidi.

La Convenzioneè stata ratificata poi dalla Santa Sede il 15 marzo 1956 con Chirografo del Papa Pio XII, del 28 febbraio precedente, nel quale si formulava la riserva (ex Art.42 n.1) che l’applicazione delle norme ivi previste fosse "compatibile in pratica con la speciale natura dello Stato della Città del Vaticano e senza pregiudizio delle norme che ne regolano l'ingresso e il soggiorno". La riserva, evidentemente, è legata alla particolare natura dello Stato vaticano ed alla sua estrema limitatezza territoriale.

Australia, Francia, Italia e Lussemburgo avevano optato per l'applicazione restrittiva ai profughi dell'Europa (Art. 1-B-1).La Santa Sede, dapprima ha adottato l'applicazione restrittiva per adeguarsi a quanto accettato dall'Italia (che circonda completamente il territorio vaticano). Tuttavia, in spirito di solidarietà internazionale, con lettera del 6 novembre 1961 (con effetto dal 17 novembre seguente) ha poi modificato tale interpretazione, su richiesta dell'Alto Commissario.

Nello stesso 1951 la Santa Sede è divenuta membro del Comitato Consultivo istituito presso l’ACNUR, ora Comitato Esecutivo.

Il Protocollo del 31 gennaio 1967

In seguito l'Alto Commissariato ha proposto un Protocollo in cui, per la mutata situazione mondiale, si eliminava il limite temporale del 1° gennaio 1951, posto nella Convenzione, per comprendervi anche i profughi costretti a fuggire da avvenimenti successivi (in Africa, ad esempio), specificando inoltre che sarebbe stato applicato senza alcuna limitazione geografica.

La Santa Sede fu la prima ad aderirvi, l’8 giugno 1967, sottolineando, ancora una volta, il suo sostegno per questi strumenti a protezione dei migranti forzati.

La Conferenza sull’asilo territoriale ed altre conferenze internazionali a livello regionale

La SantaSedepartecipò poi attivamente alla Conferenza di Ginevra sull’asilo territoriale, del 1977  - che, purtroppo, poi fallì - impegnandosi con decisione a favore dell’impostazione che privilegiava il diritto di chi chiedeva asilo su quella che condizionava ciò al diritto sovrano dello Stato, appoggiando, inoltre, l’unità delle famiglie rifugiate e l’estensione del principio di non-refoulement a tutti coloro che si presentano alla frontiera.

Dal dopoguerra ai giorni nostri

Mentrela Chiesa Cattolicacercava di assistere coloro che chiedevano rifugio dalle persecuzioni e dai conflitti nei grandi spostamenti di persone seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, divenne evidente la necessità di rispondere in modo più sistematico alle necessità dei migranti forzati.  Fu così fondata dalla Santa Sede, nel 1951, la Commissione Internazionale Cattolica per le Migrazioni (ICMC), per rafforzare l’efficacia delle istituzioni cattoliche nell’area delle migrazioni. Compito chela Commissionesvolge tuttora, con dedizione e competenza riconosciute dalle più importanti organizzazioni internazionali del settore e da vari Stati, nei nuovi contesti di spostamenti di persone.

L’anno seguente, Pio XII scrive la Costituzione ApostolicaExsul Familia, che costituisce la “magna charta” della pastorale migratoria [8] e alla quale vi rimando, anche perché contiene interessanti informazioni sulla storia remota dell’attenzione della Chiesa verso i rifugiati oltre che verso i migranti in generale.

Dopo Papa Pacelli, il Beato Giovanni XXIII è intervenuto varie volte in favore dei rifugiati, ed ha chiesto l’adesione di un maggior numero di Stati alla Convenzione del 1951, con il corrispondente recepimento nelle varie legislazioni interne. Cito, ad esempio, l’attenzione rivolta da questo Pontefice ai rifugiati nell’Enciclica Pacem in Terris, dell’11 aprile 1963. [9]

Paolo VI ha indirizzato numerosi appelli alle istituzioni della Chiesa, perché si facessero prossime ai profughi, ed agli Stati, perché assicurassero ai rifugiati un luogo sicuro di asilo in una nuova patria. Un richiamo significativo all’accoglienza e alla solidarietà è quello rivolto nella Populorum progressio [10].

A confermare la sollecitudine pastorale per tutti coloro che si spostano dal proprio Paese o sono costretti a farlo Paolo VI istituì [11]:

la Pontificia Commissione perla Pastorale dell'Emigrazione e del Turismo, destinata all’attenzione pastorale per le persone in movimento al di là delle frontiere, come sono i rifugiati.e il Pontificio Consiglio COR UNUM, per incoraggiare i fedeli e le organizzazioni cattoliche a testimoniare la carità di Cristo stimolando soccorsi per urgenti necessità, promuovendo iniziative di solidarietà, mantenendo rapporti con gli organismi d’assistenza.

Papa Montini ebbe molto a cuore la situazione dei rifugiati, per i quali si era adoperato anche in modo concreto negli anni della Guerra, come Sostituto della Segreteria di Stato, e ne parlò in numerosissime esortazioni e discorsi.

Negli stessi anni del suo Pontificato vediamo la Santa Sede seguire con molta attenzione nei vari fori internazionali l’evoluzione dell’atteggiamento degli Stati verso i contesti migratori e specialmente di coloro che erano costretti a fuggire dai propri Paesi per gravi ragioni.

A partire dagli anni Settanta, ad esempio, molti Paesi dell’Europa occidentale hanno mutato la propria fisionomia da Paesi di emigrazione a Paesi di immigrazione. Le politiche migratorie che l’Europa stava adottando, tuttavia, si discostavano da quelle del decennio precedente, sia per il mutato quadro economico-politico internazionale, sia perché si stava affermando la concezione che non si potesse risolvere con disposizioni adottate a livello internazionale il problema migratorio tanto variegato. Impostazione che ha tuttora importanti riflessi anche sull’accettazione dei rifugiati.

Erano anni difficili di conflitti in varie parti del mondo: dal Medio Oriente, al Libano, all’Afghanistan, alla Somalia, al continente africano; all’America Centrale, all’Europa dell’Est, al Sud Est asiatico, con milioni di rifugiati nei campi della Tailandia, della Malesia, dell’Indonesia, di Singapore, con i “boat-people” cinesi e vietnamiti e tanti altri ancora. Dovunque si spostavano intere popolazioni, famiglie, singoli individui con il loro carico di disperazione e di estremo bisogno, e si mobilitavano le istituzioni della Chiesa ad ogni livello.

La Santa Sede, in quegli anni partecipò a numerose iniziative, incontri, Conferenze, per associarsi ai tentativi che miravano a superare, almeno per blocchi regionali, la situazione di stallo che si delineava nell’accoglienza e nell’assistenza ai migranti forzati. Così fu presente alla Conferenza di Arusha del 1979 ed a quella di Ginevra del 1984, che affrontavano i problemi dei rifugiati africani, ed a quella di Oslo del 1988 per i rifugiati dell’Africa australe. Ugualmente, si partecipò alle Conferenze di Ginevra che intendevano rispondere alla gravissima situazione dei rifugiati indocinesi, nel 1979 e nel 1989, con interventi importanti. Non si mancava, negli stessi anni, di partecipare ad altri incontri, come, ad esempio, alla Tavola Rotonda degli esperti asiatici sulla protezione internazionale dei rifugiati e degli sfollati, nel 1980, a Manila, ed al Colloquio sulla protezione internazionale dei rifugiati in America Centrale, Messico e Panama (Cartagena, 1984) e alla Conferenza sui rifugiati centroamericani (Città del Guatemala, 1989).

Sono così numerosi gli interventi dei Rappresentanti della Santa Sede in diversi fori internazionali per chiedere attenzione e umanità nei confronti dei rifugiati. D’altra parte, la Santa Sede, pur di preservare vite umane non si è astenuta dall’appoggiare anche misure considerate inadeguate e, tuttavia, le uniche che alcuni Paesi erano disposti ad adottare di volta in volta di fronte a massicci esodi di rifugiati, ove diventava difficile uno screening individuale approfondito. Così, ad esempio, quella dell’asilo temporaneo per motivi umanitari concesso da vari Stati europei nei primi anni ’90 ai rifugiati dalla ex-Jugoslavia.

Anche il queste occasioni la voce del Papa ed il suo sostegno concreto, insieme a quello dei Dicasteri della Santa Sede ha affiancato l’opera efficace e discreta delle istituzioni cattoliche di aiuto nelle situazioni più gravi e diverse.

In numerosi viaggi e nei vari continenti i Pontefici hanno fatto visita ai campi di rifugiati, per testimoniare non solo la propria vicinanza e quella di tuttala Chiesanei confronti di chi è costretto a fuggire e spesso è mancante dei supporti necessari ad una vita dignitosa, ma anche per richiamare l’attenzione della comunità internazionale e dell’opinione pubblica su tali vicende ed il loro destino.

Durante la sua visita al campo profughi di Morong (Filippine) il 21 febbraio 1981, riferendosi alla condizione dei rifugiati, il Beato Giovanni Paolo II disse: "di tutte le tragedie del nostro tempo, forse è la più grande".

In visita al campo per rifugiati di  Phanat Nikhom in Thailandia, nel 1984, il medesimo Pontefice, diceva loro: ”È il cuore di un fratello che viene a voi in nome di Gesù Cristo, (…) un cuore che raggiunge tutti quelli che soffrono, nel mondo, le vostre stesse esperienze e condizioni di vita come rifugiati”.

Nel Discorso del 25 giugno 1982 all'Alto Commissario, lo stesso Pontefice ricordava i principi-guida dell’azione della Santa Sede e delle organizzazioni cattoliche in favore dei rifugiati:

“La Chiesa cattolica, da parte sua, considera l’aiuto ai rifugiati come un’opera essenziale, alla quale essa invita in modo pressante i suoi figli … a collaborare, perché la Bibbiain generale e il Vangelo in particolare non ci permettono di omettere di soccorrere gli stranieri che cercano asilo…. la Chiesa considera suo dovere anche esortare i responsabili a cambiare questa situazione (…) Bisogna anche fare appello sempre più ampiamente all’ospitalità, all’accoglienza presso quei Paesi che possono ricevere dei rifugiati. Infine bisogna organizzare l’aiuto reciproco internazionale, un aiuto che non dispensa i rifugiati dal farsi carico a poco a poco di se stessi perché anche lì vi è un cammino di dignità” [12].

Negli anni del lungo Pontificato di Giovanni Paolo II ricordiamo, tra i moltissimi dedicati a questo tema, almeno alcuni documenti riguardanti la cura pastorale di migranti e rifugiati: “Verso una Pastorale per i Rifugiati”, del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, del 1983; “I Rifugiati: una sfida alla solidarietà”, del 1992, curato dal precedente Dicastero insieme con il Pontificio Consiglio "Cor Unum";  e la “Carta giubilare dei Diritti dei Profughi”, del 2000, quest’ultima scritta in collaborazione con l’ACNUR ed altre istituzioni che si occupano dell’assistenza ai migranti forzati.

Il Documento “I Rifugiati: una sfida alla solidarietà”, in particolare, richiamava all’aiuto dei migranti forzati, che solo in numero ristretto rientrano nella definizione di rifugiati in base alla Convenzione del 1951 [13] e comprendeva nella richiesta di tutela internazionale anche i rifugiati de facto ricordando che, del resto, gli stessi Stati aderenti alla Convenzione avevano espresso la speranza che essa avesse un "valore di esempio, oltre la sua portata contrattuale".

Vi si riconosce la legittimità di alcune restrizioni, ma si afferma chiaramente (n. 11) che “La protezione non è una concessione che si fa al rifugiato: egli non è un oggetto di assistenza, ma piuttosto un soggetto di diritti e di doveri”. È riconosciuta, sin da allora, la possibilità di intervenire all’interno di un Paese quando ciò avvenga al fine di salvare vite umane di prevenire esodi massicci di popolazione e la necessità di un sistema di controllo internazionale per assicurare il rimpatrio volontario dei rifugiati.

V’è poi un’azione della Santa Sede riguardante la situazione in singoli Paesi, specialmente in situazioni di conflitto, o nella fase precedente, o in seguito ai conflitti: potremmo ricordare in moltissime situazioni gli appelli dei Papi, cui facevano eco quelli dei Rappresentanti pontifici nei vari Paesi e nei diversi fori internazionali.

Numerosi sono, poi, gli interventi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulle questioni concernenti i rifugiati, i rimpatriati e i profughi, e sulle questioni umanitarie, con cui la Santa Sede ha chiesto il rispetto dei diritti umani e della dignità dei migranti forzati, sottolineando la necessità di condividere i pesi dell’accoglienza con i Paesi che sopportano oneri insostenibili al riguardo, di favorire la riunificazione delle famiglie smembrate nella fuga e di proteggere i più vulnerabili: bambini, donne, disabili, anziani,…

Nello stesso tempo, si è sempre sostenuto lo sforzo della comunità internazionale in moltissimi ambiti - all’interno del sistema ONU e fuori di esso, ed anche in ambiti informali - di trovare, attraverso un confronto aperto, che comprende fasi di studio, di dialogo, di condivisione di esperienze, la via per affrontare efficacemente il problema e trovare le soluzioni durevoli più rispondenti al bene di chi è costretto a fuggire per difendere la propria vita e la propria dignità.

Anche per Benedetto XVI l’impegno e l’attenzione a questi migranti forzati sono stati costanti: ne ha parlato molte volte ed in varie occasioni nelle omelie, nella preghiera all’Angelus domenicale (quante volte ha ricordatola GiornataMondialedel Migrante e del Rifugiato e l’attività dell’ACNUR!), negli incontri con gli Ambasciatori…

Nella sua terza enciclica, Caritas in veritate, Benedetto XVI dedica un intero numero (il 62) al tema delle migrazioni nell’ambito dello sviluppo umano. Il Papa ricorda, tra l’altro, che: “Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione complessa; …Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”.

Di Papa Francesco abbiamo continue testimonianze della sua vicinanza ai migranti, specialmente ai rifugiati e alle vittime della tratta di persone, sin da quell’appello lanciato proprio il giorno di Pasqua, quando il Pontefice ha chiesto il dono della Pace in un mondo ancora (…) “ferito dall’egoismo che minaccia la vita umana e la famiglia, egoismo che continua la tratta di persone, la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo; la tratta delle persone è proprio la schiavitù più estesa in questo ventunesimo secolo!». In quella stessa occasione, il Papa chiedeva, tra l’altro, la “Pace (…) soprattutto, per l’amata Siria, per la sua popolazione ferita dal conflitto e per i numerosi profughi, che attendono aiuto e consolazione.”

Ci sono altre parole e gesti carichi di significato, come nell’Udienza Generale dello scorso 1° maggio, quando ha detto:

“Chiedo ai fratelli e sorelle nella fede e a tutti gli uomini e donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il “lavoro schiavo” (1° maggio);

o nella Messa mattutina del 16 maggio, riferendosi ai rifugiati:

“Bisogna assisterli. Bisogna pensare che in questo momento le persone che hanno lasciatola Siriadirette in Libano sono più di un milione.”, aggiungendo “ma in tutti i nostri Paesi ci sono i rifugiati. Gente che è entrata clandestinamente, senza documenti, o gente che viene sfruttata nel lavoro schiavo, a cui tolgono il passaporto e fanno lavorare come schiavi”. Lì c’è bisogno di molta presenza di tenerezza della Chiesa” (16 maggio).

Il Sig. Jolles ha parlato della situazione delle migrazioni forzate oggi, nel mondo.

Non mi soffermo, quindi sulle cause che hanno spinto e che spingono tuttora milioni di persone a lasciare tutto quanto hanno di più caro, i loro parenti e talvolta coniugi e figli, e rischiare la vita per fuggire da una persecuzione o da una situazione di grave pericolo. Cause, tuttavia, che se non affrontate con la dovuta attenzione e con rimedi adeguati, costituiscono – come l’esperienza ha, purtroppo, dimostrato - gravi minacce per la pace. L’onere dell’accoglienza di grandi masse di profughi, accompagnato a periodi di crisi economica generalizzata e a preoccupazioni di sicurezza hanno generato e generano tuttora una reazione che si avvicina talvolta alla paura verso i rifugiati, quando non all’ostilità. Reazione che si manifesta anche in modo violento e che spinge molti Paesi, in passato paladini dei diritti dei più vulnerabili in nome di valori di civiltà, a rivedere le loro procedure e ad adottare misure restrittive e dissuasive che bloccano indistintamente i migranti economici e i rifugiati.

Nelle ultime due decadi i conflitti, condotti spesso da attori non statali, sfidano gli operatori umanitari in modo grave e imprevedibile. I civili costituiscono frequentemente gli obiettivi principali e occorre studiare nuove strategie di protezione, siano esse a livello locale, regionale o internazionale.

Tra le sfide che si pongono in tali contesti, assistiamo a tentativi e scenari chela Santa Sedenon ha mancato di evidenziare in modo chiaro e fermo, e che riguardano specialmente i settori dell’educazione e della salute dei migranti forzati, particolarmente delle donne e dei minori. Si tratta di pratiche e di metodi (come quelli contraccettivi o abortivi) che risultano spesso imposti, che poco hanno a che fare con le necessità più sentite dai migranti forzati e costituiscono non di rado anche forzature culturali.  Di fronte a questa situazionela Santa Sedenon può restare in silenzio.

La protezione dei rifugiati riguarda ogni uomo e ogni donna forzati ad emigrare e, logicamente, dove queste persone soffrono, non ci possono essere distinzioni di alcun tipo. La carità, che è il riferimento unico dei cristiani, suggerisce poi i modi migliori per affrontare le diverse situazioni, preservano la dignità e i diritti di queste persone.

Concludo citando un episodio, del 1984. Nel volo di ritorno da una visita ad alcune Chiese nell’Estremo Oriente, un giornalista ha chiesto a Giovanni Paolo II:

“Santità, Lei ha posto il problema politico dei rifugiati…” Il Papa lo ha interrotto “Umano! È umano!  È politico, naturalmente, i politici sono obbligati a risolvere questo problema, ma il problema è umano!”.

I migranti non sono numeri anonimi ma persone, uomini, donne e bambini con le proprie storie individuali, con doni da mettere a disposizione e aspirazioni da soddisfare per il loro bene e per quello dell’umanità.

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NOTE

[1] Durantela Prima Guerra mondiale si sviluppò una intensa collaborazione per l’assistenza umanitaria fra gli Stati belligeranti, quelli neutrali,la Croce Rossa ela Santa Sede Si costituì l’Ufficio provvisorio per i prigionieri di guerra, che raccoglieva notizie dei militari dispersi o catturati e poté valersi della rete d’informazione delle Diocesi in tutto il mondo.

[2] Con Risoluz. del 27 giugno 1921 venne istituito dalla Società delle Nazioni l'Alto Commissario per l'assistenza ai profughi armeni e russi.

Alla morte di Nansen, primo Commissario, venne deciso dall'Assemblea della Società delle Nazioni di costituire l'Ufficio internazionale Nansen per i Rifugiati, con mandato fino al 31.12.1938.

Il 28 ottobre 1933 venne convocata a Ginevrala Conferenzache adottòla Convenzionesullo statuto giuridico internazionale dei rifugiati, per turchi, armeni, russi, siro-caldei, siri, greci, bulgari e abitanti della Saar. Ai profughi da questi territori veniva riconosciuto lo statuto di rifugiato sulla base della loro nazionalità, non su altri motivi concernenti legami politici o ideologici.

Con l'avvento del nazionalsocialismo nel 1933 cominciarono a fuggire ebrei e dissidenti dalla Germania e dall’Austria e cominciò a legarsi al concetto di rifugiato alla dissidenza politica o ideologica (nulla si fece, invece, per i rifugiati italiani e spagnoli, molti dei quali erano dissidenti politici). Fu istituito un Alto Commissario ad hoc, che nel 1936 venne collegato alla Società delle Nazioni. Il 10 febbraio 1938 venne firmata una Convenzione che garantiva anche a questi rifugiati i diritti dei rifugiati delle zone sopra citate. Tuttavia, il problema dei rifugiati, ormai, era troppo esteso per considerarlo come problema di singoli Stati o solo regionale.

Venne costituito lo stesso anno 1938 un Alto Commissariato della Società delle Nazioni per i Rifugiati (con il compito di assistere i rifugiati identificati dalle Convenzioni del 1933 e del 1938), e venne convocata una Conferenza dal 6 al 15 luglio1938 aEvian dagli USA che non facevano parte della Soc. delle Nazioni, per allargare la cooperazione in favore dei rifugiati (di categorie non coperte dalle precedenti Convenzioni), con la costituzione di un Comitato Intergovernativo per i Rifugiati, che affiancava l'Alto Commissariato della Società delle Nazioni per i Rifugiati ed aveva lo stesso Dirigente: Sir Herbert Emerson. Fu proprio questo ad occuparsi dei rifugiati durantela II Guerramondiale, fino al 1947.

Nel 1943 venne costituita l'Amministrazione delle Nazioni Unite (per la prima volta appariva questo nome in una organizzazione) per il Soccorso ela Ricostruzione(UNRRA), che entrò in funzione solo nel 1945 e si occupò dell'assistenza alle vittime della guerra, degli sfollati e dei rimpatri.

L'ONU nella prima Sessione del 1946 affidò all'ECOSOC di studiare e istituire una nuova organizzazione per i rifugiati. Venne così istituita prima una Commissione Preparatoria, che esercitò le sue funzioni dal 14.VII.47 al 20.VIII.48, cioè fino alla costituzione dell'Organizzazione Internazionale per i Rifugiati (Flushing Meadow, New York, 15.XII.1946), entrata in vigore il 20 agosto 1948. I problemi politici già presenti alla sua fondazione si aggravarono e venne poi liquidata in forza della Risoluzione  N. 108 del Consiglio dell'UNHCR, il 15 febbr. 1952 (101a. Riunione): era necessaria una nuova istituzione che potesse risolvere il problema dei rifugiati.

Con Ris.302(IV) dell'8 dic. 1949 venne istituita l'UNRWA (Agenzia di Soccorso e Lavori delle N.U. per i Rifugiati Palestinesi del Vicino Oriente), per i Rifugiati nei Territori occupati da Israele. Nel 1950 venne costituita l'Agenzia delle NU perla Ricostruzionedella Corea (UNKRA).

L'UNHCR e' stato fondato dall'Assemblea Generale dell'ONU con Risoluzioni 319A (IV) del 3.XII.949 e 428 (V) del 14.XII.1950 per i rifugiati a causa degli avvenimenti precedenti il 1.I.1951 e per quelli cui era accordata protezione in forza delle Convenzioni del 1928, del 1933, del 1938 e del Protocollo del 1939 o in applicazione della Costituzione dell'OIR. La Convenzione conglobava, quindi, tutti i precedenti Accordi internazionali in materia.

Il 21 ottobre 1954 ha assunto le attività dell'United Nations Refugees Emergency Fund (UNREF).

[3] Il processo di decolonizzazione, che ha fatto nascere circa 100 nuovi Stati ha innescato una serie di conflitti e tensioni locali per motivi diversi, spesso appoggiati da Stati stranieri, interessati a nuove sfere d’influenza politica, commerciale ed economica, che hanno generato enormi flussi di rifugiati.

Dall’Africa, in particolare, ove i fattori citati sono stati aggravati da enormi problemi di povertà, di carestie, di siccità, di malattie, di mancanza di strutture, di corruzione e di incapacità politica.  

L’America Latina non è stata risparmiata da questi spostamenti ed è stata per decenni al centro di violenze e di conflitti armati con forti migrazioni di perseguitati politici. Il Medio Oriente vive tuttora la sua passione e genera ancora, dopo 60 anni dall’inizio del problema dei profughi palestinesi, grandi spostamenti di rifugiati che, tristemente, provengono da quasi tutti i Paesi dell’area.

In Asia gli oltre 3 milioni di profughi afghani sono rimasti decenni nelle nazioni confinanti – molti di questi vi si trovano ancora - mentre non dimentichiamo i rifugiati cinesi, vietnamiti, coreani, laotiani, cambogiani, birmani, cingalesi, che hanno trovato accoglienza in ogni parte del mondo.

[4] Cfr. Allocuzione di Papa Pio XII del 12 marzo1944 in S. Pietro: “…Non vi fu sforzo che non facessimo, né premura che tralasciassimo, perché le popolazioni non incorressero negli orrori della deportazione e dell’esilio. E quando la dura realtà venne a deludere le nostre più legittime attese, mettemmo tutto in azione per attenuarne almeno il rigore.”

[5] “La stabilità del territorio e l’attaccamento alle tradizioni avite, indispensabili alla sana integrità dell’uomo, sono anche elementi fondamentali della comunità umana. Sarebbe però evidentemente un capovolgere e convertire nel suo contrario il benefico effetto di questo postulato se alcuno volesse servirsene per giustificare il rimpatrio forzato e la negazione del diritto di asilo riguardo a coloro che per gravi ragioni desiderano di fissare altrove la loro residenza”” Pio XII, Discorso tenuto da ai Cardinali, il 20 febbraio1946, in AAS 38, 147.

[6] Pio XII, Discorso tenuto ai Cardinali, il 1° giugno1946, in AAS 38, 258.

[7] PIO XII, Lettera Enciclica Communium interpretes, del 15 aprile 1945: AAS 37(1945), pp. 98-100.

[8] Pio XII, Costituzione Apostolica Exsul Familia AAS 44, 1952.

[9] Nell’Enciclica Pacem in Terris dell’11 aprile 1963, sollecitava, tra l’altro, l’inserimento dei rifugiati nella comunità politica: un appello tuttora in gran parte da realizzare: “Non è superfluo ricordare che i profughi politici sono persone; e che a loro vanno riconosciuti tutti i diritti inerenti alla persona: diritti che non vengono meno quando essi sono stati privati della cittadinanza nelle comunità politiche di cui erano membri.

Fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella comunità politica in cui si ritiene di potersi creare un avvenire per sé e per la propria famiglia; di conseguenza, quella comunità politica, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, ha il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra”.Giovanni XXIII, Pacem in Terris in AAS 55 (1963) 285-286. Inun radiomessaggio del 28 giugno 1959 lodava l’iniziativa dell’O.N.U. di dedicare un anno - da giugno 1959 al giugno 1960 - come “Anno mondiale del rifugiato”. Ricordiamo che, già durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Mons. Roncalli era Delegato Apostolico in Turchia e Grecia, si era adoperato coraggiosamente a favore degli ebrei, salvati a centinaia dallo sterminio, e a favore della popolazione greca, stremata dalla fame.

[10] PAULUS PP. VI, Litt. enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967: AAS 59(1967), pp. 257-299.

[11] Con le Lettere Apostoliche in forma di Motu Proprio Pastoralis migratorum cura - e con la relativa Istruzione “De pastorali migratorum cura”, con la quale venivano impartite nuove disposizioni per la pastorale dei migranti - e Apostolicae Caritatis

[12] Discorso di Giovanni Paolo II all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Venerdì, 25 giugno 1982.

[13] Così non rientrano nelle categorie della Convenzione internazionale le persone, anche profughe all’interno dei propri Paesi e vittime di conflitti armati, di regimi repressivi, di povertà estrema - che, al limite dell’oppressione, ha radici politiche - o di disastri naturali… Pur dovendo sempre distinguere un rifugiato da un migrante, tale distinzione risulta talvolta difficile da farsi. Anche se nella dottrina e nella pratica chi è costretto a fuggire dalla propria patria è considerato rifugiato de facto e, quindi, avente diritto alla protezione internazionale, certe interpretazioni arbitrarie favoriscono politiche restrittive poco conformi al rispetto della dignità e dei diritti dell'uomo.