La scoperta degli Ogm

Ricercatori dell'Univerità di Milano spiegano su "Nature" che il biotech è amico del "made in Italy"

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di Paolo Accomo

ROMA, sabato, 1 settembre 2012 (ZENIT.org).- Ci sono alcuni totem ai quali non sappiamo proprio rinunciare. Uno di questi è la guerra agli Ogm. Motivata da interessi economici e forse sanitari, ma cieca e sorda. La produzione di agro biotecnologie è bandita da anni in Europa sulla base del principio di precauzione. Suona più o meno così: se non mi dimostri che un prodotto non è dannoso non te l’autorizzo, ma poiché dimostrarlo è troppo oneroso prima o poi ci rinuncerai. Chi scrive non è favorevole agli Ogm – anch’io, lo confesso, mi muovo con sospetto davanti allo scaffale del supermercato quando devo acquistare una nota crema di nocciola prodotta con lecitina di soia, posto che l’ottanta per cento della soia in circolazione è biotecnologica… – ma avverte il crescere di una pericolosa ignoranza sul rapporto tra agricoltura e alimentazione, ignoranza alimentata dal pregiudizio.

Un esempio? Il 22 agosto l’Ansa avverte che “Arriva riso Ogm capace di crescere in terreni difficili”. L’Ansa è la Bibbia delle redazioni e in tempi di crisi (e di tagli) quello che scrive diventa articolo, spesso, senza essere neanche verificato. Così basta quel riferimento alle biotecnologie sparato nel titolo che scatta il riflesso incondizionato: per importante che sia la scoperta, e importante dev’esserlo se la fonte è la prestigiosa rivista scientifica Nature, nessuno ne deve parlare. Il motivo? Il biotech è nemico del made in Italy: che sia vero o meno lo si ripete da così tanto tempo che ormai quest’antinomia è entrata nella cultura di massa.

Chi si azzarda a scrivere di agrobiotecnologie, come il Sole 24 Ore, sa di dover relegare la notizia in una breve. Ma, quel che è più significativo, anche il quotidiano economico copia fedelmente l’Ansa e titola: “Un super-riso Ogm per terreni difficili”. Naturalmente, nessuno interpella la fonte, che è l’università di Milano; tutti prendono per buona la versione dell’agenzia di stampa che parla di un riso più produttivo ottenuto “modificando un solo gene, che aiuta le piante a tollerare le basse concentrazioni di fosforo”.

In realtà, come spiegano su Avvenire di oggi i ricercatori dell’Università di Milano che hanno co-firmato l’articolo di Nature, non viene modificato proprio niente: la ricerca si limita a “individuare” il gene e ad “inserirlo” in nuove varietà con un incrocio non dissimile da quelli in cui si peritava l’abate Mendel. Tutto questo, per aiutare i contadini poveri del Sud Est asiatico a sconfiggere lo spettro della fame: il progetto è stato promosso infatti dall’Irri, un’organizzazione scientifica no profit finanziata, tra gli altri, dalla fondazione Bill Gates. Qualche giorno dopo l’Ansa, l’Adn Kronos, che ha maggior dimestichezza con gli argomenti scientifici, prova a raddrizzare il tiro, annunciando che è stato “scoperto il gene che aumenta del 20% la produttività del riso”. Tutti i giornali, tranne appunto Avvenire, ignorano la correzione di rotta. Ormai, il risotto dell’informazione è scotto.